Edith Maude HULL.
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LO SCEICCO.
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Titolo originale: The Sheik.
1929. Casa Editrice A. Salani, Via Cittadella, 7, FIRENZE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PRESENTAZIONE.
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In questo che d inizio a una lunga e incalzante serie di appassionanti vicende, capeggia la figura della protagonista, la bella, ricchissima Diana, avida di sempre nuove emozioni, che, dopo il suo incontro fatale con Ahmed, rimarr soggiogata dall'amore.
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L'AUTRICE.
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Edith Maude Winstanley, nata Henderson, utilizza lo pseudonimo E.M.Hull; nonostante la fama acquisita rimane schiva e non appare in pubblico. Moglie di un coltivatore del Debyshire, inizia a scrivere durante la Grande Guerra per passare il tempo. Il primo titolo e The Sheik, che fa scalpore e viene tacciato addirittura di pornografia; certo per l'epoca deve essere stato uno shock leggere di una aristocratica inglese che, rapita da uno sceicco e portata nella sua tenda nel deserto, viene ripetutamente violentata ma alla fine si innamora perdutamente di lui.
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LO SCEICCO.
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Capitolo 1.

- Venite nella sala a vedere il ballo, lady Conway?
- No, non ci vengo davvero. Disapprovo assolutamente la spedizione che s'inaugura con questa festa da ballo. Sono del parere che Diana Mayo, con questa sua idea di fare un viaggio di tal genere nel deserto, sola, senza farsi accompagnare da nessun'altra donna n come chaperon n come cameriera, soltanto con i cammellieri e
i servi indigeni, stia dimostrando una gran leggerezza e nessun rispetto per le convenienze; quello che ci vuole, cio, per nuocere non soltanto alla sua reputazione ma anche al prestigio del suo paese. Quando ci penso, arrossisco dalla vergogna. Noi inglesi non baderemo mai abbastanza alla nostra condotta quando siamo all'estero. Sapete benissimo che i nostri vicini del continente si attaccano alle pi piccole sciocchezze per darci addosso, e questa  tutt'altro che una piccola sciocchezza.  la pazzia pi grossa e pi immorale di cui abbia mai sentito parlare!
- Suvvia, lady Conway! Non  poi una cosa tanto grave... Certamente  contrario alle abitudini e anche, se vogliamo, un po'audace; ma se si pensa all'educazione cos poco comune che ha ricevuto miss Mayo...
- Non dimentico affatto la sua educazione poco comune, - interruppe lady Conway - che  stata semplicemente deplorevole. Per questa scappata scandalosa non ha nessuna giustificazione. Parecchi anni fa ho conosciuto sua madre, e perci mi sono presa la libert di far qualche osservazione sia a Diana che a suo fratello; ma sir Aubrey  cos chiuso nel suo compiacimento egoistico e cos vanitoso, che non  possibile smuoverlo dalle sue idee. Secondo lui, i Mayo sono superiori a ogni critica, e la reputazione della sorella,  una cosa di cui deve occuparsi lei. La ragazza poi, per dir la verit, pareva non comprendere quanto sia difficile la sua posizione; mi accolse con molta disinvoltura e non fu affatto sgarbata. Mi lavo le mani di questa faccenda, e non voglio che la mia presenza a questa festa possa essere interpretata come un'adesione. Ho gi avvisato il direttore dell'albergo che se stanotte continueranno a far chiasso oltre un'ora ragionevole, domani faccio i bauli e me ne vado! -
E lady Conway, scossa da un leggero brivido,
si copr meglio col suo scialle; poi maestosa,
rigida e impettita, si allontan attraversando
l'ampia veranda dell'Hotel Biskra.
I due uomini si allontanarono dalla porta a
vetri che metteva nel salone dell'albergo, si
guardarono e sorrisero.
- Bella conclusione! - disse uno dei due con
accento spiccatamente americano. - Cos si fa
della maldicenza!
- Accidenti alla maldicenza! Non c' mai
stato nulla da dire su Diana Mayo. La conosco
da quando era bambina. Una bricconcella un
po' strana, questo s! Al diavolo quella vecchia!
Rovinerebbe la reputazione dell'arcangelo Gabriele
se scendesse sulla terra, figuriamoci poi
quella di una ragazza.
- Ragazza, proprio ragazza, non saprei! -
disse ridendo l'americano. - Quella l doveva essere
un ragazzo e deve aver cambiato idea proprio
all'ultimo momento! Sembra un giovanotto
in gonnella, un gran bel giovanotto per, e pieno
di orgoglio per giunta! - aggiunse con un sorriso
ironico. - Stamattina l'ho sorpresa in giardino
che stava tartassando un ufficiale francese. -
L'inglese si mise a ridere.
- Uno che le faceva la corte, mi figuro.  una
cosa che non capisce e non pu tollerare.  la
donna pi fredda che ci sia al mondo; non ha
in testa che sport e viaggi; in gamba, per, e
piena di coraggio! Credo che non sappia che cosa
vuol dire paura.
- C' qualcosa di strano in quella famiglia,
non  vero? Ne sentii parlare l'altra sera. Il
padre era pazzo e si fece saltar le cervella; cos
mi hanno detto.
- Chiamatelo pazzo se vi piace, - disse lentamente
l'inglese stringendosi nelle spalle.
- Io sto vicino ai Mayo, in Inghilterra, e so come
sono andate le cose. Sir John Mayo adorava sua
moglie; dopo vent'anni di matrimonio parevano
due innamorati. Quando nacque questa bambina,
la madre mor e il padre si uccise due ore dopo
lasciandola affidata al fratello, l'altro suo figlio,
che aveva compiuto allora diciannove anni ed era
gi pigro ed egoista com' adesso. Il problema
di educare una ragazza gli dava troppa noia e
perci egli lo risolvette trattandola, come se fosse
stata un ragazzo. Potete vedere il risultato che
ha ottenuto. -
Si avvicinarono alla porta che era aperta, e
dettero un'occhiata nel salone, splendidamente
illuminato e gi pieno di gente che chiacchierava.
In fondo alla sala, sopra una specie di pedana
leggermente sopraelevata, miss Mayo e suo
fratello ricevevano gli ospiti. Fratello e sorella
non si somigliavano affatto. Sir Aubrey Mayo
era alto e sottile, con un viso che i capelli neri
ben lisciati e i baffi nerissimi facevano sembrare
anche pi pallido di quello che realmente non
fosse. Nel suo modo di fare, nel suo atteggiamento,
c'erano insieme la cortesia della persona
ben educate e il languore caratteristico della
noia; sembrava, cos stanco da non aver nemmeno
la forza di tenere a posto il monocolo, che difatti,
gli cadeva dall'occhio ogni momento. Per
contrasto, la sorella al suo fianco sembrava piena
di vita. Di statura non superiore alla media e
piuttosto esile, era dritta., in una posa piena
insieme di naturalezza e di vigore, da giovane
atleta, con la testa, piccola e ben modellata, orgogliosamente
eretta. La bocca sprezzante e il
mento energico rivelavano ostinazione e fermezza,
e lo sguardo dei suoi profondi occhi azzurri
era straordinariamente limpido e risoluto.
Le lunghe ciglia e le sopracciglia nere contrastavano
vivamente con l'oro dei capelli fitti e
ricciuti, che portava corti e acconciati in modo
da lasciar liberi gli orecchi.
- Il risultato merita di esser veduto! - disse
l'americano riferendosi all'ultima frase del compagno.
Intanto un altro giovanotto, pi giovane d'et,
si era avvicinato.
- Oh! Buona sera, Arbuthnot. Siete in ritardo.
La dea  gi assediata da giovanotti che
vorrebbero ballare con lei.
- Gi, - rispose l'ultimo arrivato facendosi
rosso e scotendo stizzito la testa - sono stato
acchiappato da quella vecchia velenosa di lady
Conway! Aveva da dirmi una quantit di cose
su miss Mayo e sul suo viaggio. Ci sarebbe voluto
un bavaglio per chiuderle la bocca! Ho capito
che avrebbe continuato a parlare tutta la
notte e allora l'ho cortesemente piantata. Per
in una cosa sono d'accordo con lei. Perch mai
quel pigraccio, quell'animale di Mayo, non pu
andare con sua sorella? -
Gli altri due non gli seppero dare una risposta.
Intanto la musica aveva cominciato a sonare,
e il salone era ormai pieno di coppie di
ballerini che parlavano e ridevano allegramente.
Sir Aubrey Mayo se n'era andato e la sorella
era rimasta in mezzo a un gruppo di giovanotti,
che aspettavano col carnet da ballo in mano; li
mandava via con un cenno della mano accompagnato
da un sorrisetto e da una energica mossa
della testa .
- Mi sembra che non abbia tanti riguardi! -
disse l'americano.
- Tentate la sorte anche voi? - gli domand
il pi anziano dei due inglesi.
L'americano strapp con i denti l'estremit
del sigaro, se lo rimise in bocca, e rispose con
un mezzo sorriso:
- No davvero. La signorina mi ha scartato
subito come ballerino, appena abbiamo fatto conoscenza.
Non la rimprovero per questo, - aggiunse
poi con una risatina di compassione
- ma la sua esagerata franchezza mi cuoce ancora.
Mi disse senza tanti complimenti che non sapeva
che farsene di un americano che non sapeva
n andare a cavallo n ballare. Io molto
gentilmente cercai di farle capire che, negli Stati
Uniti, gli uomini hanno anche qualche altro
modo di farsi strada nella vita, oltre il ballare
nei cabaret e fare i butteri nelle praterie; ma
mi dette un'occhiata che mi fece agghiacciare e
io prudentemente mi tengo al largo. No, non
vado, dunque, a tentar la sorte; il signor Compiacimento
egoistico, per chiamare sir Aubrey
con le parole di lady Conway, far un bridge un
poco pi tardi, proprio quello che ci vuole per
me. Dopo tutto non  una cattiva persona; basta
saper tollerare le sue eccentricit. Mi piace giocare
con lui; vincere o perdere gli  indifferente.
- Sono cose senza importanza quando si ha
alla banca un conto corrente come il suo! -
disse Arbuthnot. - Per conto mio, sono del parere
che il ballo mi diverte di pi e mi costa
meno. Andr a provare se mi riesce di aver la
fortuna di ballare con la nostra ospite. -
Cos dicendo, guard appassionatamente verso
l'estremit opposta del salone. La fanciulla era
rimasta sola; stava in piedi sotto una lampada
elettrica e la luce cadente dall'alto metteva dei
riflessi d'oro nei riccioli che incorniciavano il
visetto altero. Guardava le coppie dei ballerini
con un'espressione strana, come se i suoi pensieri
fossero mille miglia lontano.
L'americano spinse Arbuthnot verso l'interno
della sala e disse con una risatina:
- Su correte, sciocca farfalla che siete, e bruciatevi le
alucce! Quando questa crudele belt
vi avr annientato con il suo disprezzo verr io
a tirarvi su! Se invece il vostro ardire avr il
successo che merita, festeggeremo l'avvenimento
come si conviene. -
E preso sotto braccio l'altro amico, un inglese,
lo trascin verso la stanza da giuoco.
Arbuthnot entr nel salone ed evitando i ballerini,
cominci a farsi strada lungo le pareti, in
mezzo a gruppi di uomini e donne di tutte le
nazionalit, che stavano chiacchierando. Finalmente
arriv alla pedana sulla quale stava in
piedi Diana Mayo; ne sal i pochi scalini e si
trov cos a fianco della fanciulla.
- Che fortuna, miss Mayo! - disse affettando
una disinvoltura e una sicurezza che era ben
lungi dal provare. - Sono davvero cos fortunato
da trovarvi senza ballerino? -
Diana si volse lentamente verso di lui, aggrottando
un po' la fronte come se il suo arrivo
l'avesse disturbata togliendola ai suoi pensieri;
poi gli sorrise con un'espressione di assoluta
franchezza.
- Avevo detto che non avrei ballato finch
tutti non fossero stati a posto, - rispose con
aria incerta, guardando la sala affollata.
- Stanno ballando tutti. Avete fatto splendidamente
il vostro dovere di padrona di casa.
Non lasciate passare il ballabile che suonano
adesso;  veramente straordinario, - disse il
giovane in tono persuasivo.
La fanciulla esitava; giocherellava col carnet
da ballo che aveva in mano.
- Ho rifiutato una quantit di cavalieri, -
disse facendo una smorfietta birichina; poi, improvvisamente,
si mise a ridere e soggiunse:
- Andiamo, dunque. Sono gi sfavorevolmente conosciuta
per il mio brutto modo di comportarmi,
e questa sar soltanto una colpa di pi da aggiungere
alla serie dei miei peccati. -
Arbuthnot ballava bene, ma quando ebbe la
fanciulla tra le braccia non pot pi pronunziare
una parola. Fecero parecchi giri; poi, giunti
presso una porta a vetri che metteva nel giardino
dell'albergo, cessarono di ballare, uscirono
all'aperto e andarono a sedersi su un divano di
vimini sotto una bella lanterna giapponese.
La musica continuava a sonare e il giardino
per il momento era vuoto. Le lanterne colorate
appese ai festoni tra una palma e l'altra e le
lampadine disposte lungo i viali gettavano qua e
l una debole luce.
Arbuthnot stava curvo in avanti con le mani
strette tra le ginocchia.
- Credo che siate la migliore ballerina che
abbia mai incontrato, - disse con voce che risentiva
ancora dell'agitazione prodotta dalla
danza.
Diana lo guard con aria seria senza la pi
piccola traccia di vanit, e rispose con calma:
-  facilissimo ballare quando si ha orecchio
e quando il corpo  abituato a fare ci che si
vuole. Si direbbe che poca gente si  allenata a
fare obbedire le proprie membra; io invece ho
cominciato cos fin da quando ero piccina. -
Questa risposta, cos inaspettata, fece rimanere
zitto il giovane per alcuni minuti, e la fanciulla dal canto
suo non disse nulla per rompere
il silenzio. La musica aveva cessato di sonare e
le coppie di ballerini si sparsero per il giardino
fino a che non furono richiamate nel salone da
un nuovo ballabile.
- Si sta bene qui in giardino, - disse finalmente
Arbuthnot per tentare di trattenere la
fanciulla.
Il cuore gli batteva con inconsueta, rapidit e
gli occhi, ostinatamente fissi sulle mani serrate
tra le ginocchia, avevano uno sguardo in cui
l'espressione di collera si faceva sempre pi viva.
- Volete dire che desiderate che resti qui
mentre suonano questo ballabile? - disse la
fanciulla con una franchezza bambinesca che aument
l'imbarazzo del giovane.
- Gi, - balbett egli goffamente.
Diana sollev il carnet in modo da poter leggere
alla luce della lanterna.
- Ho impegnato questo ballo con Arturo Conway.
Ci bisticciamo ogni volta che c'incontriamo.
Non capisco perch abbia voluto questo
ballo; disapprova tutto quello che faccio anche
pi di quella ficcanaso di sua madre! Sar ben
contento di togliersi la seccatura di dover ballare
con me! E io non ne ho proprio voglia, stasera.
Sto pregustando la gioia che prover domani.
Rimarr con voi a chiacchierare, ma dovete
darmi una sigaretta per tenermi di buon
umore. -
Nel porgerle il fiammifero acceso, la mano di
Arbuthnot tremava un pochino.
- Siete proprio decisa a fare questo viaggio?
- E perch non dovrei esserlo? - rispose
Diana guardandolo con aria di sorpresa. -  un
pezzo che sto facendo i preparativi. Perch dovrei
cambiare idea proprio all'ultimo momento?
- Ma perch vostro fratello vi lascia andar
sola? Perch non viene con voi? So benissimo
che non ho nessun diritto di farvi queste domande;
ma ve le faccio ugualmente! - disse il
giovane con calore. .
Diana fece una risatina e si strinse nelle
spalle.
- Non ci siamo trovati d'accordo, Aubrey ed
io. Lui voleva andare in America e io volevo fare
un viaggio nel deserto. Ci siamo bisticciati per
due giorni e met di una nottata., poi finalmente
siamo venuti a un compromesso. Io far il mio
viaggetto nel deserto e Aubrey andr a Nuova
York; ma, in segno di fraterna gratitudine per
la mia gentile promessa di raggiungerlo laggi
tra un mese, ha acconsentito a onorare la mia
carovana della sua presenza per la prima tappa;
poi mi lascer continuare la strada accompagnata
dalla sua benedizione! Gli  seccato molto
di non potermi imporre la sua volont;  la
prima volta che non ci troviamo d'accordo nella
scelta, dell'itinerario per le nostre peregrinazioni.
Ma da qualche mese sono maggiorenne,
e d'ora innanzi far quello che mi piace. Con
questo non voglio mica dire che fino a ora ho
fatto qualche cos'altro! - e qui rise di nuovo.
- Perch fino a ora quello che piaceva ad Aubrey
piaceva anche a me!
- Ma per un mese! Che cosa sarebbe stato
per lui differire il suo viaggio di un mese! -
esclam Arbuthnot stupito.
- Aubrey  fatto cos, - rispose seccamente
Diana.
- Ma  una cosa pericolosa! - insist il giovane.
- Non condivido il vostro parere, - disse con
aria indifferente la fanciulla, scotendo la cenere
della sigaretta. - Non so perch tutti trovino
da ridire sul mio viaggio. Tante donne hanno
viaggiato in paesi molto pi selvaggi di questo
deserto. -
Egli la guard sorpreso dal suo accento; sembrava
che la ragazza non si rendesse affatto conto
che quella spedizione nel deserto era pericolosa
proprio perch era giovane e bella.
Arbuthnot, per tentare di dissuaderla, volle
servirsi di un argomento pi convincente e disse
con aria seria:
- Pare che alcune trib siano in stato di pericolosa
agitazione; in questi ultimi tempi circolavano
delle brutte voci a questo proposito.
- Oh! Questo  appunto ci che si suol dire
quando si vuole impedire di fare una cosa! -
rispose Diana con un movimento d'impazienza.
- Le Autorit locali hanno gi agitato questo
spauracchio dinanzi ai miei occhi; ma quando ho
domandato che mi citassero dei fatti, si sono tenute
sulle generali. E allora ho chiesto nettamente
e chiaramente se potevano impedirmi di
partire. Mi dissero di no, ma che erano decisamente contrarie
alla mia impresa. Risposi che
sarei partita ugualmente, a meno che il Governo
francese non mi facesse arrestare... E perch
no? Non ho paura e non ammetto che ci sia
nulla da aver paura. Non credo affatto che ci
siano delle trib in agitazione. Gli arabi sono
sempre in moto, non  vero? Ho un ottimo capocarovana
che perfino le Autorit garantiscono; e
poi sar armata. Sono perfettamente in grado di
difendermi e di badare a me stessa; so servirmi
benissimo della rivoltella e sono abituata a vivere
sotto la tenda. Del resto, ho promesso a
Aubrey di essere a Orano tra un mese, e in un
mese non c' da andar tanto lontano! -
C'era nella voce di Diana un tale accento di
ostinazione che, quando cess di parlare, il giovane
non ebbe il coraggio di insistere e rimase
silenzioso, tormentato dall'ansiet, profondamente
commosso dalla grazia e dalla bellezza di
lei e agitato dal desiderio di esprimerle questi
suoi sentimenti.
Improvvisamente si volt verso di lei, e fattosi
pallido come un morto, cominci:
- Miss Mayo... Diana... vi prego di rimandare
questo viaggio soltanto di qualche giorno e
di darmi il diritto di accompagnarvi. Vi amo,
Diana. Il mio desiderio pi vivo  che acconsentiate
a essere mia moglie. Non sar sempre un
impiegato in sottordine e senza mezzi. Tra poco
sar in grado di offrirvi una posizione degna di
voi... volevo dire una posizione tale che io possa
offrirvela senza vergognarmene. Siamo buoni
amici e mi conoscete perfettamente. Dar la mia
vita per farvi felice. Il mondo  cambiato per me
da quando vi conosco. Non mi sento la forza di
star lontano da voi; vi penso notte e giorno.
Vi amo, vi desidero. Dio mio, Diana! Siete cos
bella da fare impazzire!
- La bellezza  forse la sola cosa che un uomo
desidera in sua moglie? - domand la fanciulla
in tono di fredda meraviglia. - Mi sembra che
l'intelligenza e la salute siano beni molto pi
apprezzabili.
- Ma quando una donna riunisce in s queste
tre doti, appunto come voi, Diana... - sussurr
il giovane, con passione, impadronendosi
della sua manina.
Ma con un vigore che pareva impossibile in
mani cos piccole, Diana si liber dalla stretta.
- Fatemi la cortesia di star fermo. Mi avete
dato un dispiacere. Siamo stati buoni amici e
non ho mai pensato che potesse esserci qualche
altra cosa tra noi; non ho mai pensato che poteste
innamorarvi di me; non mi sono mai immaginata
che foste uomo da avere queste idee.  una
cosa che non comprendo. Quando Dio mi ha
fatta, si  dimenticato di mettermi il cuore nel
petto. Non ho mai amato nessuno nella mia vita.
Mio fratello ed io ci siamo sopportati reciprocamente,
ma non c' mai stato affetto tra noi.
E come avrebbe potuto essercene? Mettetevi al
posto di Aubrey. Immaginatevi un giovane di diciannove
anni, con un carattere freddo e riservato,
che improvvisamente e senza averne affatto
voglia si vede costretto a occuparsi di una sorellina.
Sarebbe stato verosimile che mi avesse voluto
bene? Del resto, non l'ho mai desiderato.
Ho anch'io un carattere freddo come il suo.
Sono stata allevata come un maschio; fu una
educazione dura, la mia! L'affetto e il sentimento
sono stati banditi dalla mia vita; non so
addirittura che cosa significhino queste parole,
e non m'importa di saperlo. Sono contenta della
mia vita cos com'. Per una donna, il matrimonio
vuol dire la fine dell'indipendenza, intendo
parlare del matrimonio con un uomo che
sia un uomo, checch ne dicano le donne pi moderne!
Non ho mai obbedito a nessuno in vita
mia e non desidero far questa prova. Mi dispiace
di avervi addolorato. Siete un ottimo compagno,
ma che ci volete fare? L'amore fa parte di quei
sentimenti che sono esclusi dalla mia vita. Se
avessi solo per un momento pensato che la mia
amicizia dovesse esservi causa di dolore, non
avrei lasciato che si stabilisse tra noi una cos
stretta intimit; ma non ci ho pensato, perch
all'amore non ci penso mai. Un uomo per me
non  che un compagno col quale faccio delle
passeggiate a cavallo, o vado a pescare, o tiro
al bersaglio; un camerata, nient'altro. Il Signore
mi ha fatto nascer donna; perch, lo sa
soltanto Lui! -
C'era nella sua voce calma ed uguale un tono
di fredda sincerit che non poteva lasciar dubbio
alcuno nel giovane; la ragazza sentiva quello
che aveva detto e ci che aveva detto era la pura
verit. La sua assoluta indifferenza per l'ammirazione che
suscitava e il suo modo di fare,
uguale con tutti gli uomini, erano cose tanto
note quanto il suo indomito coraggio e la sua
ostinata risolutezza. Nelle sue relazioni con sir
Aubrey Mayo, Diana si comportava come avrebbe
fatto un fratello minore, e cos con gli amici di
lui. Era ben vista da tutti, perfino dalle madri
di signorine da marito, perch, nonostante la
sua ricchezza e la sua bellezza, la sua eccentricit
la rendeva trascurabile come rivale anche
per delle fanciulle pi comuni e meno ben dotate.
Arbuthnot continuava a tacere. Pensava con
amarezza che era poco probabile che egli vincesse
l dove tanti uomini, anche migliori di lui, non
avevano avuto successo. Era stato uno sciocco
a credere alla tentazione; ma questa era stata
troppo forte e non aveva saputo resistere.
Conosceva Diana troppo bene per non sapere
anticipatamente quale sarebbe stata la sua risposta.
Ma la preoccupazione per la sicurezza
della fanciulla in quel viaggio nel deserto, il trovarsi
vicino a lei il fascino misterioso della notte
d'Oriente, la luce smorta delle lanterne, la musica,
gli avevano fatto uscire dalle Labbra delle
parole che in un altro momento, in un momento
in cui fosse stato un po' pi padrone di s,
non avrebbe mai pronunziate. Amava Diana e
l'avrebbe sempre amata; per sapeva che il suo
amore per quanto eterno era senza speranza. Ma
per lei gli amici dovevano essere uomini, veramente
uomini; e perci, per esserle amico, egli
doveva curare il suo male; da uomo.
- Mi volete ancora per compagno, Diana? -
domand egli perfettamente calmo.
La fanciulla lo guard per un momento; nella
debole luce che spandeva la lanterna sospesa sopra
alle loro teste, gli occhi del giovane si fissarono
nei suoi; Diana gli tese la mano con un
gesto pieno di franchezza.
- Con molto piacere, - disse candidamente.
- Ho molte conoscenze, ma pochi amici. Abbiamo
sempre viaggiato, Aubrey ed io, e non abbiamo
mai avuto tempo, a quanto pare, di farci
degli amici. Di rado ci fermiamo in un posto
tanto a lungo quanto siamo rimasti a Biskra.
In Inghilterra dicono che siamo dei cattivi vicini,
perch ci stiamo cos raramente. Generalmente
andiamo a casa tre mesi durante l'inverno,
nella stagione della caccia, e il resto
dell'anno andiamo per il mondo. -
Arbuthnot tenne solo per un istante tra le sue
le esili dita di lei soffocando il desiderio pazzo
di baciarle; sapeva che se le avesse baciate,
avrebbe perduto per sempre quell'amicizia che
aveva appena allora riconquistata.
Miss Mayo rimase tranquillamente seduta al
suo fianco; non era affatto agitata per ci che
era avvenuto. Lo aveva preso in parola e lo trattava
proprio da camerata, com'egli aveva chiesto
di essere trattato. Non le veniva neppure in
mente che, allontanandosi dal giovane in quel
momento, lo avrebbe fatto soffrire meno intensamente,
n che, rimanendogli vicina, aumentava
la sua angoscia. Non provava nessun imbarazzo,
non aveva affatto coscienza del turbamento che
aveva gettato nell'animo di Arbuthnot.
Tacevano tutti e due; la fanciulla pensava al
deserto, il giovane non riusciva a soffocare il desiderio
e il rimpianto che aveva in cuore. A un
tratto, una voce d'uomo ruppe la quiete della
notte. Era una voce di baritono calda, appassionata,
vibrante che cantava: Pallide mani che
amai presso la Shalimar, dove siete adesso? Chi
soggiace al vostro incanto?.... Cantava in inglese
ma c'era tra nota e nota come una specie
di legatura, qualche cosa di strano e di indefinibile
che non era affatto inglese. Diana Mayo
si pieg in avanti, con la testa sollevata, gli occhi
che brillavano, ascoltando con profonda attenzione.
Sembrava che la voce venisse dall'estremit
del giardino immersa nell'ombra o forse
anche da pi lontano ancora, dalla strada, oltre
la siepe di cactus.
Lo sconosciuto cantava lentamente, la voce
s'indugiava languidamente sulle parole; le note
dell'ultimo verso andarono morendo dolci e cristalline,
fino a svanire a poco a poco nel silenzio
profondo.
Ci fu per un momento una quiete assoluta;
poi Diana, con un lieve sospiro, si appoggi alla
spalliera del divano.
- Il canto del Cascemir! - disse. - Mi fa
pensare all' India. L'anno passato ho sentito un
uomo che lo cantava nel Cascemir, ma non cos.
Che voce meravigliosa! Vorrei sapere chi . -
Arbuthnot la guard incuriosito sorpreso dall'improvviso
interesse che aveva notato nella
sua voce, dall' improvvisa animazione del suo
viso.
- Avete detto che nulla vi commuove, ed 
bastato il canto di uno sconosciuto per eccitarvi
cos. Come potete conciliare queste due cose? -
chiese, con una certa irritazione il giovane.
- Forse che apprezzar la bellezza e gustarla
vuole dire commuoversi? - rispose Diana alzando
gli occhi. - No, certo. La musica, l'arte,
la natura, tutto ci che  bello mi attrae. Ma
questo non ha nulla a che fare con la commozione;
significa soltanto che preferisco le cose
belle a quelle brutte.  per questa ragione che
mi piacciono i bei vestiti! - soggiunse ridendo.
- Siete la donna meglio vestita che ci sia. a
Biskra. Ma questa non  una concessione che
fate a quei sentimenti femminili che dite di disprezzare?
- No, davvero. Occuparsi con interesse dei
propri vestiti non  un vizio esclusivamente femminile.
Mi piacciono i vestiti eleganti.  vero che
perdo un po' di tempo per scegliere dei colori che
vadano d'accordo con questi miei orribili capelli,
ma vi assicuro che la sarta mi accontenta abbastanza
facilmente; Aubrey tormenta il suo sarto
molto pi di me. -
E tacque di nuovo, nella speranza che il cantore
non se ne fosse andato; ma non ud nessun
suono tranne lo stridere di una cicala.
- La udite? - disse voltandosi nella direzione
dalla quale era venuto quello stridio.
- Che cara bestiolina! Quando arrivo a Porto Said
sto subito in ascolto per sentire se cantano le
cicale. La cicala mi dice che sono in Oriente!
- Che bestioline noiose! - esclam Arbuthnot
con una certa irritazione nella voce.
- Mi faranno cos buona compagnia in queste
quattro settimane... Non potete pensare cosa
significa per me questo viaggio. Mi piacciono i
luoghi selvaggi. I giorni pi felici della mia vita
sono stati quelli che ho passati sotto la tenda
viaggiando in America e in India; ma il deserto
mi attira ancora di pi. Sar per me un mese
di vero godimento; sar proprio felice. -
Si alz in piedi con una risatina di soddisfazione
e aspett, voltata a met verso di lui, che
Arbuthnot si decidesse a muoversi. Il giovane
abbandon a malincuore il sedile e stette per un
momento al suo fianco in silenzio.
- Diana, - disse poi con voce sentimentale
e profondamente commossa - lasciate che vi dia
un bacio... uno solo... -
La fanciulla alz di scatto gli occhi nei quali
brillava un lampo di sdegno, scosse la testa ed
esclam:
- No. Nel nostro accordo non sono compresi
i baci. Non sono mai stata baciata in vita mia.
 una cosa che non capisco. -
Poi s'incammin lentamente verso l'albergo,
mentre egli al suo fianco si chiedeva se con quel
suo impeto di passione non aveva irrevocabilmente
compromesso la loro amicizia. Ma quando
furono sulla veranda, Diana si ferm; e col tono
franco, da buon camerata, che aveva sempre
avuto con lui, gli domand:
- Vi rivedr domattina? -
Arbuthnot comprese che la fanciulla non pensava
affatto a ci che era avvenuto tra loro
e gli offriva, ancora una volta la sua amicizia.,
la sua amicizia soltanto. Si fece coraggio e rispose:
- S. Saremo circa una dozzina e vi accompagneremo
a cavallo per qualche miglio per salutarvi
come si deve.
- Ci vorranno proprio quattro settimane di
solitudine per far scomparire la superbia che
metter su! - esclam la fanciulla con un sorriso
di protesta mentre entrava nella sala da
ballo.
Qualche ora dopo Diana entr nella sua camera,
accese la luce e gett .su una poltrona i
guanti e il carnet da ballo.
Non c'era nessuno nella camera, perch la sua
cameriera, una francese, si era sentita male all'idea di
doverla accompagnare nel deserto, e
perci era stata costretta a rimandarla a Parigi
dove avrebbe aspettato il suo ritorno. Era partita
qualche ora prima con la maggior parte
dei grossi bagagli.
La fanciulla diede uno sguardo di soddisfazione
ai vari oggetti gi preparati per la partenza
che era fissata, per la mattina dopo. Tutto
era pronto ormai; gli ultimi accordi erano gi
stati presi da qualche giorno. La carovana di
cammelli con tutto il necessario per l'accampamento
avrebbe lasciato Biskra qualche ora
prima di quella stabilita per la partenza dei
Mayo, i quali sarebbero stati accompagnati da
Mustaf Al, la ben nota guida che le Autorit
francesi avevano raccomandato a malincuore.
Le due grosse cassette che Diana doveva portar
con s erano gi pronte, ma ancora aperte,
perch la fanciulla potesse metterci gli ultimi
oggetti; c'era anche un baule da cabina che doveva
essere affidato a sir Aubrey perch lo lasciasse
a Parigi passando. Su una chaise-longue
era gi pronto il vestito da. amazzone; i calzoni
e gli stivaloni marroni misero un sorriso di soddisfazione
sulle labbra di Diana. Aveva passato
la maggior parte della sua vita vestita cos;
quello era il vestito nel quale si sentiva maggiormente
a suo agio, assai pi che nei begli
abiti di cui aveva parlato poco prima con Arbuthnot.
Era contenta che il ballo fosse finito; era un
genere di esercizio che non l'attirava in modo
speciale. L'unico suo pensiero, in quel momento,
era il viaggio che avrebbe iniziato il giorno dopo.
Quello  proprio il vero modo di vivere,
pensava stiracchiandosi, con una risatina di
gioia e domani comincia di nuovo!
Si avvicin alla toelette, e appoggiandovi i
gomiti si guard nello specchio e sorrise amichevolmente
alla sua immagine; in mancanza di
altri confidenti soleva parlare con se stessa, davanti
allo specchio, senza badare affatto alla sua
bellezza. L'unica osservazione che talvolta faceva
relativamente a se stessa non era benevola;
i suoi capelli avevano una tinta antipatica
e sarebbe stata contenta se fossero stati di
un altro colore. Si guard allo specchio con una
curiosit insolita..
Vorrei sapere pensava perch sono tanto
felice, stasera. Deve esser l'idea di partir domani;
sono rimasta troppo tempo a Biskra.
 molto carino questo posto, ma cominciavo ad
annoiarmici.
Rise di nuovo e prese l'orologio per caricarlo.
Una delle sue singolarit era quella di non portar
mai gioielli; e difatti anche l'orologio che
aveva in mano, un orologio d'oro a ripetizione,
era montato su un semplicissimo braccialetto di
pelle. Si spogli lentamente, ma non aveva affatto
sonno; infil il pijama, si gett addosso
un leggero scialle, accese una sigaretta, e se ne
and sull'ampio balcone sul quale si apriva la
sua camera.
Questa era al primo piano. Proprio davanti
alla vetrata che dava sul balcone c'era una delle
colonne, ricche d'intagli ornamentali, che servivano
di appoggio al balcone stesso e si spingevano
in alto a sorreggere la balconata del secondo
piano. Diana guard gi nel giardino e
pens, con una smorfietta da bambina, che
avrebbe potuto facilmente discendervi lungo la
colonna; sarebbe stata per lei un'impresa assai
pi facile di quelle compiute con successo ogni
volta che aveva sentito il bisogno irresistibile di
muoversi liberamente sola, e inosservata.
Ma l'Oriente non era adatto per tal genere
d'imprese; i domestici indigeni avevano la sconcertante
abitudine di mettersi a dormire dovunque
li prendeva il sonno, e quando, non molti
giorni prima, si era lasciata scivolare gi nel
giardino dal balcone, era caduta su un mucchio
di gente assonnata che aveva cominciato a urlare
mettendo cos in subbuglio l'albergo.
Si sporse dalla balaustra cercando di vedere
la sottostante veranda, e per un attimo credette
di scorgere qualche cosa di bianco che si moveva;
aguzz lo sguardo, ma non vide nulla;
e allora, dopo avere scosso la testa facendo ancora
una smorfietta, si sollev sulle braccia e si
sedette sulla balaustra appoggiando la schiena
alla colonna per star pi comoda. Quando si fu
bene accomodata, lasci errare lo sguardo per il
giardino, mentre mormorava dolcemente il canto
del Cascemir che aveva udito qualche ora prima.
I raggi freddi e luminosi della luna piena,
appena spuntata, riempivano il giardino di dense
ombre nere. Ne osserv alcune che parevano
muoversi, come se il giardino fosse pieno di
strani esseri striscianti qua e l, e si divert a seguirle
con l'occhio, a percorrerle con lo sguardo
per tutta la loro lunghezza dal punto dove terminavano
fino alla palma o al cespuglio di cactus
che le produceva. Una specialmente le diede pi
da fare delle altre per ritrovarne l'origine; ma
finalmente arriv a scoprire che l'oggetto che la
produceva era una, goffa statua di piombo mezza
nascosta da un arbusto tutto fiorito. Senza pensare
che a quell'ora tutti i suoi vicini dormivano
e che tutte le finestre erano aperte, Diana
diede in uno scoppio di risa argentine e continu
a ridere allegramente finch una persona,
che non si poteva distinguere bene attraverso la
griglia che separava il suo balcone da quello accanto,
grid con voce irritata:
- Ma, Diana, per amor del Cielo, lascia dormire
gli altri se tu non ne hai voglia!
- Il che significa: lascia dormire sir Aubrey
Mayo! - rispose pronta la fanciulla con un
risolino beffardo. - Caro mio, dormi, se vuoi,
ma non so proprio come tu possa dormire in
una notte bella come questa! Hai mai visto altrove
una luna cos magnifica?
- Al diavolo la luna!
- Oh, non ti arrabbiare! Torna a letto e
metti la testa sotto le coperte, se non la vuoi
vedere. Ma io me ne sto qui seduta.
- Diana, non fare sciocchezze. Finirai con
l'addormentarti, cadrai gi nel giardino e ti
romperai l'osso del collo.
- Tant pis pour moi, tant mieux pour toi, -
rispose la fanciulla con la massima disinvoltura.
- Ti ho lasciato tutto quello che posseggo,
caro fratello; si potrebbe essere pi devoti e affezionati
di cos? -
E senza pi occuparsi del fratello, si volt novamente a guardare il giardino. Era una notte
meravigliosa; non si udiva che il monotono stridere
delle cicale; si sentiva nell'aria quel senso
indefinito e inesplicabile di mistero che  caratteristico
delle notti orientali. I profumi dell'Oriente salivano su dal giardino e l'avvolgevano
tutta; come i profumi della terra paterna,
sembravano pi acuti e pi penetranti di notte
che di giorno. Spesso a casa sua si era trattenuta
a lungo sul piccolo balcone di pietra della
sua camera ad aspirare i profumi della notte,
il profumo acre che saliva dalla terra dopo la
pioggia, l'odore aromatico dei pini che sorgevano
poco lontano. Quand'era ancora bambinetta,
i profumi inebrianti della notte l'avevano
spinta ad arrampicarsi sulla balaustra del suo
balcone, ad aggrapparsi ai rami d'edera, a scendere
gi nel parco illuminato dalla luna, a vagare
qua e l perfino nei tetri boschi circostanti,
tutta invasa dalla soddisfazione di fare una cosa
proibita. Non aveva mai avuto paura.
La sua era stata una fanciullezza strana. Nessun
parente stretto che s'interessasse alla bambina
senza madre; era rimasta affidata alle cure
di un fratello pi vecchio di lei di quasi venti
anni e che, per di pi, non faceva certamente
mistero dell'avversione che aveva per un simile
incarico. Per lui, poco espansivo di carattere,
tutto preso dalla passione dei viaggi, quella sorellina
era stata un peso insopportabile, ed egli
aveva cercato di liberarsi da quella noiosa responsabilit
nel modo pi facile.
Nei primi anni della sua vita, Diana era stata
abbandonata alle domestiche e alle nurse, che
non avevano fatto altro che viziarla. Poi, quando
era ancora bambina, sir Aubrey Mayo di ritorno
da un lungo viaggio, si era stabilito in
casa per un paio d'anni e aveva fissato punto per
punto l'educazione della sorella, prendendo a
modello la propria. E cos Diana, vestita da ragazzo
e trattata da ragazzo, impar a cavalcare,
a tirare col fucile, a pescare, facendo tutte queste
cose non per divertimento, ma seriamente, in
modo da poter essere in grado, pi tardi, di accompagnare
il fratello, per il quale quegli esercizi
erano l'unica passione. Perch l'aria di
stanchezza e di noia che aveva costantemente
erano una posa; in realt era duro come l'acciaio
e voleva che Diana crescesse forte e resistente
come lui. Perci nell'educazione veramente
spartana che aveva ricevuta, senza alcuna
concessione n al suo sesso n alla sua
salute, nulla veniva trascurato per ottenere il
risultato voluto.
E fin da principio, Diana si era dedicata anima
e corpo alla vita piena di difficolt e di ardimenti
che le era prescritta., sacrificando con profondo
rincrescimento qualche ora agli studi assolutamente
necessari e che del resto avrebbero
potuto anche essere pi penosi. Ogni mattina si
recava a cavallo, attraversando il parco, fino
alla parrocchia, dove il rettore le faceva un paio
d'ore di lezione. Il suo metodo d'insegnamento
era rude e sbrigativo, ma la fanciulla era intelligente;
ed era riuscita.
Ma l'insegnamento dovette essere interrotto
bruscamente, quando Diana aveva quindici anni,
perch era arrivato alla parrocchia un ragazzaccio
che i genitori per disperazione avevano pensato
di affidare, come ultimo tentativo per correggerlo,
alle energiche cure del rettore. Questo
giovanotto precoce scopr subito quello di cui
non si erano mai resi conto i ragazzi cresciuti
insieme a Diana Mayo; e cio che con i suoi
abiti e le sue maniere maschili, era in realt
una fanciulla di una bellezza non comune.
Con quella sfrontata sicurezza di s che  propria
di siffatti individui, il giovinetto si era affrettato
a rivelare a Diana la sua scoperta, facendo
seguire alle sue parole il tentativo di carpirle
un bacio, cosa che, grazie alla sua bellezza
gli era facilmente riuscita con altre fanciulle.
Ma questa volta aveva a che fare con una ragazza,
che era ragazza perch per caso era nata
tale, ma era pi svelta di mano e meglio allenata
di lui e per di pi si sentiva il vigore decuplicato
dalla collera.
Prima che egli capisse di che cosa si trattava
gli appiccic due solennissimi pugni sul viso e
poi cominci a picchiarlo movendosi continuamente,
come avrebbe potuto fare un galletto infuriato,
finch il reverendo rettore non capit
attirato dal fracasso.
Il reverendo aveva dato il resto a quel ragazzaccio
troppo intraprendente, e poi, furibondo,
con il fiato ancora grosso, era corso a cavallo,
seguito da Diana, ad annunziare a sir Aubrey,
che passava qualche giorno in casa sua, che la
sua allieva era ormai troppo avanti con gli anni
e troppo bella per continuare gli studi alla parrocchia;
poi era scappato.
Cos sir Aubrey si era posto novamente il problema
dell'educazione di sua sorella e, come
aveva fatto fino ad allora, lo aveva risolto nella
maniera pi comoda. Ormai fisicamente era in
grado di intraprendere il genere di vita, che piaceva
a sir Aubrey; la riteneva ormai abbastanza
colta, e pensava che il viaggiare sarebbe stato
un'ottima scuola, anzi avrebbe imparato assai
pi che sui libri. Diana, quindi, da quel giorno
fu considerata adulta, e quindici giorni dopo
aveva cambiato completamente vita iniziando
con il fratello l'ininterrotta serie di viaggi che
era continuata per gli ultimi sei anni; sei anni
di peregrinazioni, di eccitazioni, di pericoli.
Diana, seduta sulla larga balaustra del balcone,
comodamente appoggiata alla colonna,
pensava appunto al suo passato.
-  stata una vita splendida., - mormorava
- e il viaggio che comincio domani sar il pi
bello di tutti. -
Sbadigli e improvvisamente sent di avere
un gran sonno. Rientr nella camera lasciando
spalancate le finestre, si tolse lo scialle e and
a letto; si addorment appena appoggiata la testa
sul guanciale.
Doveva essere passata circa un'ora, quando
si svegli improvvisamente. Rimase immobile
guardandosi intorno attraverso le fitte ciglia.
Non vide nessuno nella stanza illuminata dalla
luce lunare; pure aveva avuto nettissima la
sensazione che ci fosse qualcuno, e nel momento
in cui si era svegliata aveva intraveduto un'ombra
sparire dalla vetrata. Non appena quest' idea
si fu concretata nella sua mente ancora invasa
dal sonno, salt gi dal letto e corse sul balcone.
Nessuno.
Si sporse dalla ringhiera, ma per quanto aguzzasse
lo sguardo e tendesse l'orecchio, non vide
e non ud nulla. Non sapendo che pensare, torn
nella camera e accese la luce. Tutto era perfettamente
a posto; l'orologio era ancora sulla toelette
dove lo aveva lasciato, e non sembrava che
le due cassette da viaggio fossero state toccate.
Sul comodino la rivoltella montata in avorio,
quella che portava sempre con s, era esattamente
dove l'aveva messa. Guard di nuovo intorno
corrugando la fronte.
Dev'essere stato un sogno, si disse con aria
di dubbio eppure ho veduto qualche cosa. Era
qualche cosa, di alto, di bianco, di solido... e poi
ho sentito che c'era.
Aspett ancora un momento, poi si strinse
nelle spalle, spense la luce e torn a letto. I suoi
nervi erano davvero ammirevoli; cinque minuti
dopo dormiva profondamente.
 
Capitolo 2.

La partenza era avvenuta al mattino, e Arbuthnot con i suoi amici aveva accompagnato
Diana per qualche miglio, come aveva promesso;
i saluti erano stati pieni di entusiasmo. Le predisposizioni
per il viaggio erano perfette e non
c'era stato nessun intoppo. Mustaf Al, la
guida, pareva sicuro del fatto suo e teneva un
contegno irreprensibile; quando non c'era bisogno
di lui, spariva; quando invece gli rivolgevano
la parola, rispondeva con dignitosa cortesia.
La giornata era stata interessante e la lunga
cavalcata sotto il sole un vero piacere fisico per
Diana. Erano giunti all'oasi, dove dovevano passare
la notte, un'ora prima del previsto, e avevano
trovato il campo gi preparato, le tende
piantate e tutto in un ordine cos perfetto che
sir Aubrey non trov nulla da criticare; perfino
Stephens, il suo domestico, che aveva sempre
viaggiato con lui fin da quando Diana era
bambina, ed era facile alla critica quanto il suo
padrone, non trov nulla da dire.
Diana, perfettamente soddisfatta, esamin la
sua piccola tenda da viaggio. Era molto pi piccola
di quelle alle quali era abituata e addirittura
ridicola in confronto a quella che aveva
avuto in India l'anno prima, con uno scompartimento
per il bagno e con lo spogliatoio. Ma in
India i servitori erano molto pi numerosi. Questa
volta il servizio sarebbe stato un po' deficiente
perch Diana, per capriccio, aveva voluto
evitare tutte le complicazioni, di cui sir Aubrey
non sapeva fare a meno; voleva provare un genere
di vita pi rude, senza tante comodit. Il
lettuccio da campo, il bagno di zinco, il tavolino
smontabile e le due cassette da viaggio occupavano
tutto lo spazio disponibile; ma la fanciulla
rise di questa mancanza di comodit anche
quando, nel fare il bagno, si accorse di annaffiare
abbondantemente il letto, e quando il sapone
and a finire dentro uno degli stivaloni.
Invece del vestito da amazzone, indoss un vestito
di seta verde, corto, aderente alla persona
e scollato tanto da lasciar vedere il principio del
suo candido seno di fanciulla. Poi usc dalla
tenda, e quando vide Stephens che aspettava Aubrey, gli
rivolse un sorrisetto malizioso. Sapeva
di essere in ritardo e s'immaginava quindi
l'irritazione del fratello, al quale piaceva mettersi
a tavola puntualmente all'ora stabilita. Il
baronetto se ne stava comodamente seduto su
una poltrona ripiegabile con i piedi posati su
una sedia.
- Presto, Stephens, correte a prender la minestra!
Se  fredda ci sar la rivoluzione! -
disse Diana al domestico, e si avvicin alla tavola
che era stata apparecchiata davanti alle
tende.
L'accampamento, sorto come per incanto nell'oasi,
i ciuffi di palme, il deserto, tutto ci
che vedeva intorno a s, le davano una profonda
sensazione di gioia; il deserto specialmente, con
le sue tenui ondulazioni quasi invisibili all' incerta
luce della sera, e aperto dinanzi a lei fino
alle lontane colline che si proiettavano come una
macchia oscura contro l'orizzonte. Respir a
pieni polmoni.
Quello era finalmente il deserto, il deserto che
aveva ardentemente desiderato tutta la vita.
Fino a quel momento non aveva mai compreso
quanto fosse stato intenso il suo desiderio.
Adesso aveva la strana sensazione di trovarsi
finalmente a casa sua, nel suo ambiente, come
se quella vasta, silenziosa solitudine, dopo averla
attesa con ansia e con desiderio non meno vivo
del suo, l'accogliesse dolcemente e la salutasse
con l'indistinto mormorio della sabbia, col fascino
misterioso della sua superficie ondulata e
mutevole e la invitasse a inoltrarsi sempre pi
nelle sue distese sconosciute.
La voce del fratello interruppe le sue fantasticherie.
- Ci hai messo un tempo maledetto!
- Via, Aubrey, non essere scortese! - rispose
Diana con un lieve sorriso. - Tu hai tutto
quello che ti occorre. Stephens ti aiuta, a vestirti,
ma io, grazie a quella sciocca di Maria,
sono rimasta sola e debbo far tutto da me. -
Sir Aubrey tir gi i piedi dalla sedia sulla
quale li aveva appoggiati, gett via il sigaro, e
adattandosi all'occhio il monocolo con aria ancor
pi burbera del solito, le dette un'occhiata
in cui si leggeva la sua disapprovazione.
- Hai l'intenzione di agghindarti cos tutte
le sere in onore di Mustaf Al e dei cammellieri?
- Non ho affatto l'intenzione d'invitare il
degno Mustaf a pranzare con me, e nemmeno
ho l'abitudine di agghindarmi, come dici tu,
in onore di nessuno. Se credi che mi sia fatta
bella per piacere a te, caro Aubrey, ti illudi.
L'ho fatto per mia soddisfazione. Quella esploratrice
che incontrai a Londra, il primo anno
che cominciai a viaggiare con te, mi spieg
quanto fosse utile, sia moralmente sia fisicamente, dopo una
lunga e faticosa giornata passata
a cavallo con tanto di stivaloni, cambiarsi
l'abito e indossare un vestito bello e comodo.
Anche tu hai l'abitudine di cambiarti! E che
differenza c' tra me e te?
- Una grandissima differenza. Non c' affatto
bisogno che tu ti renda pi attraente di
quello che gi sei.
- Da quando in qua ti sei accorto che sono
attraente? Devi aver preso un colpo di sole,
Aubrey!... - rispose Diana alzando gli occhi
meravigliata e tamburellando impazientemente
sulla tavola con le dita.
- Non fare la spiritosa; sai benissimo che
sei carina, troppo carina anzi, per continuare
da sola questo viaggio che non ha senso comune!
- Vuoi farmi il piacere di dirmi che cosa hai
in mente? - domand la fanciulla con calma,
mentre i suoi occhi turchini, fissi sul viso del
fratello, si facevano sempre pi scuri.
- Ci ho pensato tutto il giorno, Diana. Questo
viaggio non  possibile.
- Non  un po'tardi oggi per far questa scoperta? -
interruppe Diana in tono sarcastico.
- Devi capire da te stessa, - continu sir
Aubrey senza rilevare la sua interruzione -
adesso che puoi giudicare di che cosa si tratta,
che questo viaggio non  possibile.  inconcepibile
che tu debba andare in giro per tutto un
mese sola con questi maledetti negri. Sebbene
legalmente le mie funzioni di tutore siano cessate
lo scorso settembre, ho sempre degli obblighi
morali verso di te. Per quanto mi abbia, fatto
comodo educarti come un ragazzo e considerarti
come un fratello pi giovane anzich come una
sorella, non possiamo fare astrazione dal fatto
che sei una donna, una donna giovanissima anzi.
Ci sono delle cose che una donna giovane non
pu fare. Se tu fossi un giovanotto, come avrei
desiderato, la cosa sarebbe differente, ma tu non
sei un giovanotto e perci questo viaggio  impossibile,
addirittura impossibile. -
C'era nella sua voce un'impazienza stizzosa.
Diana accese tranquillamente una sigaretta, e
ridendo si gir sulla sedia verso il fratello.
- Se non avessi passato con te tutta la vita,
Aubrey, la tua fraterna sollecitudine mi farebbe
impressione davvero; ti potrei credere sincero.
Ma conoscendoti come ti conosco, so benissimo
che parli cos non perch sei realmente preoccupato
per me, ma perch non hai voglia di viaggiare
senza di me. Ti sei ridotto ad aver bisogno
di me per liberarti da, alcune noie che sono
inevitabili quando si viaggia. Eri molto pi onesto
e sincero a Biskra, quando ti opponevi al
mio viaggio senza dar le ragioni della tua opposizione.
Perch hai aspettato fino a stasera
per dirmele, queste ragioni?
- Perch ho creduto che almeno qui avresti
avuto tanto buon senso da comprenderle.
A Biskra non era possibile ragionare con te.
Hai fatto tu stessa tutti i preparativi per questo
viaggio, e ti ho lasciata fare, convinto che una
volta arrivata qui ti saresti accorta che era una
cosa inattuabile, senza neppur discutere. Diana,
rinunzia a questo viaggio che  una pazzia!
- No. Non voglio rinunziarvi.
- Ho una gran voglia, di farti rinunziare per
forza!
- Non ne hai il diritto. Sono padrona di
fare quello che voglio. Tu non hai assolutamente
nessun diritto su di me, nessun titolo alla mia
obbedienza, nemmeno quello dell'affetto fraterno,
perch, non ne hai mai avuto per me. e non
puoi aspettarti che io ne abbia per te. Non 
necessario che ci facciamo reciprocamente delle
scuse per questo. Non voglio pi discutere.
E neppure voglio tornare a Biskra.
- Se hai paura che ti canzonino.... - disse
Aubrey con un sorriso di scherno.
- Non ho affatto paura di esser canzonata, -
interruppe prontamente Diana. - Soltanto le
persone vili hanno paura, e io non sono vile!
- Diana, obbedisci alla ragione!
- Aubrey, ormai ho deciso. Nulla mi potr
indurre a modificare la decisione di continuare
questo viaggio. Ti conosco troppo bene perch
i tuoi argomenti possano convincermi; in fondo,
mi fai queste obiezioni per il tuo personale interesse
e non per il mio. Non lo neghi perch
non puoi negarlo, perch  la verit! -
Fratello e sorella stavano di fronte, separati
dalla piccola tavola preparata per il pranzo. Sir
Aubrey divent rosso dalla collera, il monocolo
gli cadde dall'occhio, e battendo contro un bottone
del giacchetto mand un piccolo rumore argentino.
- Sei un demonio, un vero demonio! E quando
ti ostini in una cosa....
- Sono come mi hai fatta diventare tu, -
rispose lentamente Diana guardandolo con aria
risoluta e sprezzante pari a quella di lui. - Perch
biasimi il risultato dell'opera tua? Sei tu
che mi hai educata a non conoscere le restrizioni
che sono proprie del mio sesso, e adesso
mi rimproveri. Tutta la mia vita, sei stato per
me un esempio di egoismo e di ostinazione; e
ti meravigli se ne ho approfittato? Hai voluto
che diventassi dura e risoluta come te, e adesso
ti mostri sorpreso di quella risolutezza che mi
hai istillata per forza. Sei illogico. La colpa 
tua., non mia. Un bel giorno questo contrasto
tra noi doveva sorgere inevitabilmente;  sorto
pi presto di quanto credevo, ecco tutto. Fino
a oggi abbiamo avuto gli stessi gusti; con oggi
le cose sono cambiate. Come ti ho gi ricordato,
sono padrona di fare quello che voglio e non
tollerer che nessuno s'immischi nei fatti miei.
Mettitelo bene in mente, Aubrey. Non voglio pi
discutere. Ti raggiunger a Nuova York come
ti ho promesso. Non  nelle mie abitudini non
mantenere le promesse, ma voglio vivere la mia
vita come piace a me, e regolarla secondo i miei
desideri e non secondo quelli degli altri. Voglio
fare quello che mi piace, quando e come mi
piace, e non obbedir mai a nessun'altra volont
che alla mia.
- E allora spero proprio che un giorno il
Cielo ti metta nelle mani di un uomo che ti faccia
obbedire! - disse con uno scatto di collera
sir Aubrey, stringendo gli occhi.
- Che il Cielo l'aiuti, quel pover uomo! -
rispose Diana con voce rabbiosa e con la bocca
atteggiata a una mossa di profondo disprezzo,
dirigendosi verso la sua tenda.
Ma quando fu sola, la sua collera svan per
dar luogo a riflessioni pi gaie; dopo tutto non
era cosa tanto facile far andare in collera quel
pigraccio di Aubrey! Si era perfettamente accorta
che nelle ultime settimane passate a Biskra,
suo fratello era irritato con lei. Sebbene
egli viaggiasse continuamente e spesso in paesi
lontani e solitari, esigeva sempre il massimo
comfort e non voleva aver noie n disturbi. Bastava
un nonnulla per metterlo fuori di s, e perci
toccava a Diana che era pi giovane e pi
disinvolta, superare le inevitabili difficolt che
sorgevano; sapeva quindi benissimo a che cosa
gli serviva e quanto gli era utile. Forse in fondo
egli era realmente preoccupato che sua sorella
fosse cos poco prudente, fors'anche aveva un
po'di rimorso per averla educata in un modo
cos anormale; ma pi d'ogni altra cosa lo metteva
in agitazione il pensiero di essere disturbato
nei suoi progetti e nelle sue comodit.
Diana conosceva perfettamente queste idee del
fratello; i suoi consigli non erano certamente la
prova di sentimenti di tenerezza. Aubrey era
sempre stato e sarebbe sempre un perfetto egoista;
tutto il tempo che avevano passato insieme,
tutta la sua vita, era sempre stato guidato dall'idea
di fare il proprio comodo e non quello
di lei. Diana sapeva anche perch questa volta
suo fratello desiderava che lo accompagnasse in
America. Si trattava di un viaggio per andare a
caccia, ma non era una delle solite partite di
caccia; questa volta sir Aubrey andava a cercar
oltre l'Oceano una moglie e non la caccia grossa!
Aveva preso questa decisione dopo averci pensato
molto, era una cosa inevitabile e anche, in
certo modo, spiacevole. Le donne lo annoiavano
e l'idea, di ammogliarsi lo disturbava; ma era
necessario avere un figlio, un erede, perch un
Mayo succedesse a un Mayo. Ci voleva un erede
per il grosso patrimonio che era in possesso della
sua famiglia da centinaia d'anni. Nessuna donna
lo aveva mai attratto tra quelle che aveva conosciute,
ma le americane lo urtavano meno di
tutte le altre, e appunto per questo aveva pensato
di cercar moglie in America.
Aveva intenzione di metter su casa a Nuova
York per qualche mese, e poi a Newport; e a
questo scopo la compagnia di Diana era indispensabile,
perch sua sorella gli avrebbe evitato
una quantit di seccature e si sarebbe occupata,
insieme con Stephens, di tutti i preparativi e
della sistemazione dell'alloggio. Deciso a compiere
questo sacrifizio al culto della famiglia,
desiderava sbrigare la cosa al pi presto, e perci
Diana non assecondandolo nello svolgimento
dei suoi piani lo esasperava. Era la prima volta
che le loro volont si trovavano in aperto contrasto.
Diana, ripensando a tutto ci, scosse le spalle
con un gesto d'impazienza; per poco la loro
discussione non si era trasformata in una disputa
volgare. Decise risolutamente di non pensare
pi n ad Aubrey n al suo egoismo. Faceva
molto caldo e se ne stava perfettamente
immobile nel suo stretto lettuccio, pensando che
avrebbe davvero potuto essere un po'pi soffice
e domandandosi se, di notte, un brusco movimento
non l'avrebbe fatta precipitare nel bagno
che stava proprio l a fianco. Le venne anche
fatto di pensare con un sentimento di desiderio
e di rimpianto al fresco delizioso dei punkah(1)
indiani, ma poi le spunt sulle labbra un sorrisetto
di scherno per queste sue debolezze.
- Sibarita che sono! - mormor mentre
stava addormentandosi. - Non aver tutti i comodi
mi far proprio bene! -
La mattina seguente, sia a colazione sia durante
il tempo in cui rimase nell'oasi dopo la
partenza dei cammelli che portavano i bagagli,
fu di ottimo umore e quasi aggressiva. Sir Aubrey
invece era tutt'altro che gaio e non parlava,
sicch Diana dovette limitarsi a scherzare con
Stephens, che sorvegliava la preparazione del
paniere con una leggera refezione per lei, per
poi affidarlo al negro che si era scelta come domestico.
Questi stava aspettando insieme a Mustaf
Al e una diecina di cavalieri che costituivano
la scorta.
Giunse il momento della partenza. Stephens
stava esaminando il cavallo che Diana doveva
montare, occupandosi di tutte le minuzie dell'equipaggiamento.
- Va tutto bene, Stephens? Desidererei che
veniste anche voi, cos potreste occuparvi di me,
ma non  possibile. Sir Aubrey non saprebbe
come fare senza di voi. -
Improvvisamente l'idea di fare un viaggio
senza Stephens la preoccup, e il sorriso che
rivolse al fedele domestico fu molto pi serio
di quanto avrebbe voluto. Poi si diresse verso il
fratello che si torceva furiosamente i baffi e, con
la maggiore indifferenza possibile, gli disse:
- Credo che sia inutile aspettare ancora. Tu
non desideri camminare troppo in fretta e vuoi
essere a Biskra per il pranzo....
- Diana, sei ancora in tempo a cambiare idea, -
disse sir Aubrey volgendosi verso di lei.
- Per amor del Cielo, rinunzia a questa pazzia.
 proprio una sfida alla Provvidenza! -
C'era per la prima volta nella sua voce un accento
di sincerit, e Diana ebbe un momento
d'incertezza, ma un momento solo. Poi con un
debole sorriso gli disse:
- Debbo gettarti le braccia al collo ed esclamare: Portami con te, o mio Angelo custode;
sar buona, oppure debbo prostrarmi ai tuoi
piedi e piagnucolare: Udirti significa obbedirti
come dicono in questo paese? Non esser
ridicolo, Aubrey! Non puoi aspettarti che cambi
idea all'ultimo momento. Non c' nessun pericolo.
Mustaf Al avr cura che tutto vada bene.
Deve conservarsi il buon nome che ha a Biskra.
Tu sai quanta stima ne hanno le Autorit francesi,
e non mi pare uomo da mettersi a rischio
di perderla. In ogni caso, grazie all'educazione
che mi hai data, sono in grado di badare a me.
Non penso affatto di vantarmi della mia abilit
nel servirmi del fucile e della rivoltella, ma tu
stesso ammetti che faccio onore alle tue lezioni. -
Con un'allegra risata afferr la rivoltella, e
dopo aver mirato contro un masso, posto a una
certa distanza e che presentava verso di lei una
superficie piana, lasci andare il colpo. Aveva
realmente un'abilit non comune nel tirare con
la rivoltella, ma quella volta non sembr che
avesse colpito il bersaglio. Non si vedeva nessun
segno sulla pietra che Diana fissava stupita
e perplessa. Guard suo fratello e poi la rivoltella.
- Che bravata senza senso comune, Diana!
- grid sir Aubrey.
Ma essa non gli bad. Continuava a fissare la
superficie levigata del masso mormorando:
- Non ci capisco nulla. Come mai ho sbagliato
il colpo? Quel masso  grande come una
casa! -
E prese di nuovo la mira. Ma sir Aubrey le
afferr il polso.
- Diana, non far di nuovo la stupida! Hai
gi nociuto abbastanza al tuo prestigio! - le
disse a voce bassa dando un'occhiata agli arabi
che stavano osservando la scena.
Diana rimise malvolentieri la rivoltella nella
fondina e ripet:
- Non ci capisco nulla. Dev'essere dipeso
dalla luce! -
Poi mont a cavallo, si avvicin al fratello e
gli tese la mano.
- Addio, Aubrey. Arriver un mese dopo di
te. Ti telegrafer prima d'imbarcarmi a Cherbourg.
Buona fortuna! Mi sbrigher per giungere
in tempo a farti il compare dell'anello!
- disse, accompagnando con uno scoppio di risa
le ultime parole; e, fatto un cenno a Mustaf
Al, diresse verso il Sud la propria cavalcatura.
Cavalc in silenzio per un pezzo. La disputa
con Aubrey le aveva lasciato un senso di amarezza.
Sapeva benissimo che ci che stava facendo
era contrario alle abitudini e agli usi; ma
la sua educazione era appunto stata contraria
agli usi e alle abitudini. Nel preparare il viaggio
non aveva mai neppur pensato alle critiche
(del resto avrebbe fatto lo stesso anche se ci
avesse pensato) e si era meravigliata e divertita
dell'effetto che il suo progetto aveva prodotto.
Per la pubblicit che ne era risultata l'aveva
assai annoiata, ed era sdegnata che la gente non
si occupasse dei propri affari lasciandola libera
di occuparsi dei suoi. Ma non poteva comprendere
che Aubrey si fosse anch'egli messo a criticare
come tutti gli altri e avesse abbandonato
le opinioni che aveva sempre sostenute. Era in
collera con il fratello, e nella sua collera c'era
anche una punta di disprezzo. Ci che egli aveva
fatto era in contraddizione con l'atteggiamento
che aveva tenuto verso di lei tutta la vita, e
questo cambiamento d'idee la sorprendeva e irritava
vivamente, spingendola a rafforzarsi sempre
pi nelle proprie radicatissime convinzioni.
Di queste convinzioni Aubrey era responsabile,
perch le aveva istillate lui nella sua mente; e
se adesso preferiva rinunziarvi, tanto peggio per
lui! Lei, non intendeva rinnegare i principii, nei
quali era stata educata..
Se Aubrey credeva realmente che quella spedizione
fosse pericolosa., poteva per una volta
sacrificarsi e accompagnarla. Si trattava di un
mese, come aveva detto Jim Arbuthnot, di un
mese soltanto; ma l'egoismo impediva ad
Aubrey di fare questa concessione, e l'ostinazione
impediva a lei di cedere. Sarebbe stata davvero
troppo grossa! E intanto era nel deserto! Quel
viaggio era proprio quello che aveva sognato e
pensato per tanti anni! Non poteva rinunziarci.
L'idea del pericolo la faceva sorridere. Che cosa
avrebbe potuto accaderle nel deserto?
Tale era il fascino che il deserto aveva sempre
esercitato su di lei, tanto aveva occupato i
suoi pensieri, che, pur non essendoci mai stata
prima d'allora, non trovava nulla di strano in
ci che vedeva; anzi tutta la scena le sembrava
curiosamente familiare. Il sole infocato nel cielo
senza nuvole, il sollevarsi dei vapori tremuli dal
suolo caldo e arido, la sagoma slanciata di alcune
palme in una piccolissima oasi lontana,
erano per lei vaghe rimembranze che le tornavano
in mente e delle quali provava diletto, il
diletto pi profondo e pi pieno della sua vita.
Era assolutamente felice; felice perch si sentiva
giovane, forte, fisicamente adatta a quel
genere di vita, felice di potere e di saper godere,
felice di stringere tra le ginocchia il cavallo nervoso
e vivace, felice ed eccitata, di poter esercitare
per la prima volta la sua autorit. Da
tanto tempo e con tanta bramosia pensava al
piacere che doveva procurarle questo viaggio!
E la realt era infinitamente superiore a quanto
aveva immaginato! E per un mese intero sarebbe
stata felice, cos, come in quel momento.
Pens con un senso di noia alla promessa fatta
ad Aubrey. Rinunziare alla gaia libert del deserto
per passare qualche tempo in America,
qualche mese di volgare vita mondana, le sembrava
assurdo. Il pensiero di dover trascorrere
delle settimane a Nuova York le dava addirittura
noia; a Newport, stazione balneare animatissima,
sarebbe stata meglio, perch avrebbe
trovato qualche distrazione.
L'unica speranza era che Aubrey trovasse presto
la moglie che cercava, e la lasciasse libera
da un obbligo noioso e pesante. Aubrey contava
su lei e sarebbe stato poco cavalleresco, poco
leale non aiutarlo; avrebbe quindi mantenuto
la promessa, ma sarebbe stata ben contenta di
togliersi quel peso. Quando Aubrey avesse preso
moglie, non sarebbe pi stato possibile che sorgessero
dei dissensi tra loro due. Si domandava
come sarebbe stata e come avrebbe vissuto la
futura lady Mayo, ma non la compiangeva eccessivamente.
Di regola le ragazze americane sapevano
tutelarsi da s!
Accarezz il cavallo sorridendo. Aubrey e la
sua futura moglie le sembravano cose di nessun
interesse rispetto a ci che vedeva in quel momento.
Una carovana che da qualche tempo era
in vista si avvicinava e Diana trattenne il cavallo
per osservare i cammelli che passavano
lentamente col loro caratteristico dondolio. Quei
grossi animali con la loro andatura altezzosa,
con il lungo collo che accompagna con continue
oscillazioni i movimenti delle zampe, la interessavano
sempre. Era una carovana importante
e numerosa, le balle caricate sui cammelli erano
grosse e gonfie, e oltre ai mercanti sui loro mehari(2)
e a molte persone di tutte le razze, parte
su magri asinelli e parte a piedi, c'era anche
una scorta, di cavalieri armati e qualche donna
bendata e coperta.
Il contrasto tra quelle donne e lei era cos ridicolo,
che Diana si sentiva soffocare solo al vederle
tutte infagottate, appollaiate sul dorso dei
cammelli. Avrebbe voluto sapere qualche cosa
della loro vita, se mai si ribellavano alle
durezze e alle restrizioni cui erano obbligate, se
mai desideravano quella libert di cui ella godeva
pienamente, oppure se la forza dell'abitudine
bandiva dalla loro mente ogni pensiero
estraneo alla povera esistenza che conducevano
e alla quale non poteva pensare senza disgusto.
La vista di quelle donne le richiamava alla
mente l'idea del matrimonio; anche un matrimonio
contratto nelle migliori condizioni possibili
e fondato sulla considerazione e sulla tolleranza
reciproca, le ripugnava. Non poteva pensarci
senza un sentimento di profonda avversione.
Per Aubrey il matrimonio era una cosa
sgradevole; a lei, cos fredda e riservata di temperamento,
faceva addirittura orrore e ribrezzo.
Che delle donne potessero piegarsi alla degradante
intimit e alla schiavit della vita matrimoniale
era una cosa che la riempiva di sdegnosa
meraviglia. L'idea di esser legata irrevocabilmente
al volere e al piacere di un uomo, che
avrebbe avuto il diritto di esigere obbedienza in
tutto ci che costituisce il matrimonio e la forza
di imporre quest'obbedienza, quando fosse necessario,
era per lei intollerabile. In conclusione, la
vita matrimoniale le pareva orribile per le donne
occidentali, ma assolutamente insopportabile per
le orientali, vere e proprie schiave degli uomini
ai quali appartengono, non stimate n considerate,
ridotte alla pari degli animali.
Questi pensieri la fecero rabbrividire, e, distratta,
appoggi un po' troppo pesantemente la
mano sul collo del cavallo. Quel nervoso animale
dette un balzo e part veloce come una freccia;
Diana lo lasci correre a suo piacere, chiamando
a s Mustaf Al quando, galoppando, stava per
oltrepassarlo. Questi era andato incontro alla
carovana, era smontato da cavallo e in quel momento
stava parlando animatamente con il capo
della scorta armata.
La carovana aveva perduto ormai ogni interesse
per Diana; i pensieri che quella vista aveva
suscitati nella sua mente erano troppo penosi.
Voleva allontanarsi e dimenticare, e perci continu
a galoppare senza preoccuparsi della sua
scorta che era rimasta a chiacchierare con i mercanti
come aveva fatto la guida. Il cavallo che
montava era veloce, e perci non fu raggiunta
dai suoi uomini se non dopo qualche tempo.
Quando Diana, voltandosi verso di lui, fece
cenno a Mustaf Al, che l'aveva ormai raggiunta,
di portarsi al suo fianco, il viso della
guida aveva una espressione di noia.
- La signorina non s'interessa alla carovana?
- domand con curiosit.
- No, - rispose ella seccamente.
Poi gli chiese qualche particolare dell'organizzazione
della spedizione. La guida parlava bene
e con facilit il francese, e dopo aver dato le
spiegazioni richieste aggiunse spontaneamente
degli aneddoti su alcune persone ben note che
aveva accompagnate nel deserto.
Diana guardava con interesse Mustaf Al;
sembrava di media et, ma era difficile dare un
giudizio che non fosse soltanto approssimativo,
perch la fitta barba, tagliata a punta, che gli
nascondeva la bocca e il mento lo faceva sembrare
pi vecchio. Quella barba era l'unica cosa
che non piacesse alla fanciulla, che giudicava
gli uomini dal taglio e dall'espressione della loro
bocca. Gli occhi nell'orientale non sono lo specchio
dell'anima, perch generalmente evitano
quelli dell'europeo. Lo sguardo di Mustaf Al
infatti non affrontava quello della fanciulla che
lo stava osservando; parve anzi a Diana che
avessero un'espressione di accorta doppiezza che
non aveva notato a Biskra quando lo aveva assoldato.
Ma non si ferm su questa impressione, non
vi dette importanza; la interessava molto pi la
differenza tra il modo di cavalcare suo e quello
dell'arabo. Le staffe esageratamente corte di Mustaf
Al le avrebbero certamente fatto venire
i crampi alle gambe. Gli fece notare quella differenza
ridendo allegramente; cos la conversazione
cadde naturalmente sui cavalli dei quali
egli era proprietario. La cavalcatura di Diana
era un animale di non comune bellezza, e aveva
influito nella scelta di Mustaf Al come guida
e capo carovana, perch la fanciulla, se n'era innamorata
quando lo aveva esaminato. L'arabo
lo lodava entusiasticamente, ma si asteneva dal
dare notizie precise circa le sue origini e la sua
provenienza; ci convinse Diana che quell'animale
fosse stato rubato o acquistato irregolarmente
e non fosse il caso d'insistere a questo
proposito. Dopo tutto, era una faccenda che non
la riguardava. Le bastava viaggiare su un cavallo
piacevolissimo a montarsi e che, con la sua
vivacit, avrebbe rotto la monotonia delle lunghe
ore di sella. Alcuni dei cavalli che aveva visto
a Biskra erano addirittura delle rozze.
Domand a Mustaf Al qualche informazione
sulla regione che stavano attraversando, ma non
parve che egli fosse in grado di dirle nulla d'interessante
(almeno, ci che egli riteneva tale
sembrava a lei di nessun conto); preferiva parlare
di Biskra, che ormai Diana conosceva fin
troppo, o di Orano, che essa non conosceva affatto.
Molto opportunamente giunsero a una piccola
oasi dove la guida propose di sostare per il mezzogiorno.
Diana smont da cavallo, e togliendosi
i guanti si stiracchi per sgranchirsi le
membra. Cavalcare sotto il sole scottante era
faticoso e un po'di riposo sarebbe stato veramente
piacevole. Aveva appetito, un appetito da
persona sana e giovane, e sorvegli con grande
interesse i preparativi della colazione a mano a
mano che le vivande venivano tolte dal paniere.
Quella era l'ultima volta che avrebbe avuto una
colazione cos ben preparata e impacchettata.
Stephens aveva realmente un'arte speciale per
preparare un paniere per un pic-nic. Ormai doveva
fare a meno di Stephens!
Termin rapidamente di mangiare, e poi si
accomod come meglio le fu possibile sotto una
palma, appoggiando le spalle contro il tronco
di essa; con una sigaretta in bocca e le ginocchia
strette tra le braccia si mise a osservare il deserto.
Non un alito di vento agitava la vetta
delle palme nella profonda quiete del meriggio;
non un essere vivente davanti ad suoi occhi, eccetto
una lucertola sopra un masso poco discosto.
Si volt, e dette un'occhiata ai suoi uomini;
dormivano o parevano dormire, con i loro ampi
mantelli tirati fin sulla testa; soltanto Mustaf
Al in piedi, sul margine dell'oasi, scrutava attentamente
il deserto nella direzione verso la
quale dovevano riprendere pi tardi la marcia.
Diana gett contro la lucertola il mozzicone
della sigaretta e rise nel vederla fuggire precipitosamente.
Non aveva voglia di dormire; era
troppo contenta per perdere in un riposo di
cui non aveva bisogno, un solo minuto di godimento.
Era perfettamente felice e soddisfatta di
se stessa e degli avvenimenti che l'aspettavano.
Nessuna cura molesta, nessun pensiero turbavano
la sua mente. Non c'era nulla che desiderasse
modificare o cambiare. La sua vita era
sempre stata felice; aveva saputo godere ogni
minuto fino all'ultima stilla di piacere.
Non aveva mai pensato che la sua felicit era
dovuta alla ricchezza che le aveva consentito di
dedicarsi allo sport e ai viaggi, che rappresentavano
per lei l'ideale; non le era mai passato per
la mente che ci che le dava piacere nella vita
fosse possibile soltanto perch era abbastanza
ricca, per pagarselo. Non pensava alla ricchezza
pi di quanto pensasse alla bellezza. Divenuta
maggiorenne, quando la grossa sostanza lasciatale
dal padre era passata in suo pieno possesso,
aveva considerato il disbrigo di tutte le pratiche
inerenti come una noiosa necessit,, e l'aveva
affrettato quanto pi possibile, occupandosi dei
particolari soltanto per accontentare il vecchio
legale di famiglia, dimostrando un'indifferenza
che s'indovinava perfettamente dallo scarabocchio
affrettato che aveva apposto a ogni documento
che le avevano fatto firmare.
Il denaro in se stesso non era niente per lei;
non era che un mezzo per raggiungere uno scopo.
Non si era mai resa conto di quanto costassero
i viaggi continui, le spedizioni, fatte con tanta
ricchezza di mezzi, che aveva compiuto con sir
Aubrey; personalmente, era di gusti semplici,
ed eccettuato il costoso equipaggiamento necessario
per le loro cacce, la scelta, del quale era
affidata a suo fratello, non aveva pretese n
strane n esagerate. Quella lunga lista di cifre
che l'aveva tanto annoiata nelle tediose ore passate
con il suo legale, rimpiangendo ogni minuto
della bella mattinata di settembre che era costretta
a sciupare chiusa nella biblioteca mentre
ardeva dal desiderio di scappar fuori all'aperto,
non le aveva portato altro vantaggio
che questo: in avvenire, se avesse desiderato
qualche cosa, avrebbe dovuto prendersi il disturbo
di scrivere personalmente quattro righe
su un pezzo di carta, invece di lasciare tutto in
mano ad Aubrey come aveva fatto fino allora.
Aveva avuto difficolt a comprendere, e anzi
ne era rimasta imbarazzata, le congratulazioni
pedantesche e cerimoniose che le aveva fatto il
legale, quando aveva terminato di riferirle sullo
stato e sulle condizioni del suo patrimonio. Non
capiva che questa potesse esser materia di congratulazioni;
le sembravano cose sciocche e senza
interesse. Non sapeva nulla della realt della
vita, e ancor meno dei vincoli e degli affetti familiari.
L'educazione, fredda e senza amore, che
le aveva dato Aubrey, l'aveva tenuta lontana
da ogni affetto; era cresciuta ignorando l'affezione.
L'amore non esisteva per lei; perfino il pensiero
della passione le dava un brivido, un' istintiva
sensazione di fastidio pari a quella che le
procurava la mancanza di pulizia cui era obbligata
in quel momento.
Il fatto di aver risvegliato in alcuni uomini
un sentimento che non comprendeva, era stato
per lei una noia che, col ripetersi, si era aggravata.
Aveva odiato con uguale intensit quegli
uomini e se stessa; aveva per essi, in pi, un
profondo disprezzo. Non era mai stata con nessuno
cos gentile e cos buona come era stata
con Jim Arbuthnot, e ci soltanto perch nemmeno
lo sgradevole pensiero di essere una donna
ardentemente desiderata da un uomo aveva potuto
turbare la felicit profonda che quella sera
era in lei e la invadeva tutta. Ma non era necessario
insistere su quelle seccature e su quei ricordi
sgradevoli!
Diana affond i talloni nel terreno soffice con
una piccola mossa di piacere; qui sarebbe finalmente
libera da tutto quello che poteva turbare
ci che, secondo lei, era il perfetto godimento
della vita. Nulla avrebbe potuto guastare
il suo piacere. Sollev la testa, che per un momento
aveva reclinata quando, poco prima, era
stata assalita da quei noiosi ricordi: aveva ora
un lampo di gioia negli occhi non pi malinconicamente
fissi sulla punta degli stivaloni polverosi.
Quello era il giorno pi felice della sua.
vita. Aveva dimenticato la disputa con Aubrey
e scacciato tutte le tristi idee che vi aveva fatto
nascere la vista di quella carovana. Non c'era
nulla di discordante che turbasse la perfetta armonia
della sua mente.
Un'ombra comparsa all'improvviso al suo
fianco le fece volgere la testa. Mustaf Al inchinandosi
con ossequio le disse:
-  ora di partire, signorina. -
Diana lo guard meravigliata; poi, volgendosi,
dette un'occhiata agli uomini che formavano
la scorta. Erano gi a cavallo. Il sorriso
scomparve dal suo viso. Mustaf Al era semplicemente
la guida di quella spedizione; il capo
era lei. Se egli non se ne era reso conto prima,
se ne renderebbe conto adesso.
- C' ancora tempo, - rispose freddamente,
dando un'occhiata all'orologio a braccialetto.
Mustaf Al s'inginocchi di nuovo.
- L'oasi nella quale ci accamperemo stanotte
 molto lontana, - si affrett a insistere.
Diana accavall una gamba sull'altra e raccattata
un po'di sabbia la lasci cadere lentamente
attraverso le dita.
- E allora cammineremo pi in fretta, - rispose
con calma, guardando i granelli di sabbia
che scintillavano al sole.
Mustaf Al fece un movimento d'impazienza
e insistette di nuovo:
- La signorina farebbe meglio a partire. -
Diana alz la testa di scatto con un lampo
di collera negli occhi. Nelle maniere ossequiose
e nelle semplici parole che Mustaf aveva pronunziato
c'era., in fondo, come un'aria di comando.
Rimase tranquillamente seduta, e continuando
a rastrellare con le dita la sabbia
tepida, fiss con alterigia la guida che non sostenne
il suo sguardo.
- Partiremo quando creder, Mustaf Al, -
disse bruscamente. - Voi potete dare ordini
ai vostri uomini, ma dovete prendere da me gli
ordini per voi. Vi dir io quando sar pronta.
Andate pure. -
La guida esitava, movendo i piedi senza decidersi
ad andarsene; e allora Diana senza neppure guardarlo sollev
la mano e fece schioccar
le dita con un gesto che aveva imparato a Biskra da un
ufficiale francese.
- Via! Ho detto! - disse con voce aspra.
Non stette a osservarlo mentre si allontanava
per andare a dare ordini agli uomini di scorta,
e guard novamente l'orologio. Forse era tardi,
forse l'oasi dove dovevano accamparsi era pi
lontana di quanto pensava; ma Mustaf Al
doveva comprendere che il suo dovere era di obbedire
anche a costo di cavalcare fino a mezzanotte
per giungere al campo. Sorrise di nuovo
mentre il suo viso dal mento energico prendeva
un'espressione di ostinata decisione. Sperava che
la notte cadesse prima di arrivare alla tappa.
Aveva fatto uno o due pic nic al chiaro di luna
nei dintorni di Biskra, e il fascino delle notti
del deserto le aveva dato alla testa. Ma quanto
sarebbe stato pi bello cavalcare verso l'ignoto
nella quiete profonda della notte, lontano dalla
folla chiacchierona e chiassosa! Pensandoci ebbe
un sospiro di rimpianto; non era una cosa possibile.
Sebbene avesse stabilito di attendere ancora
un'ora prima di partire, perch il concetto della
sua autorit s'imprimesse bene nella mente di
Mustaf Al, avrebbe poi dovuto accelerare l'andatura
per arrivare all'accampamento prima di
notte. Gli uomini che l'accompagnavano non
erano avvezzi alle sue abitudini, come lei non
era avvezza alle loro. Quella sera non avrebbe
avuto l'aiuto di Stephens, avrebbe dovuto disporre
da se stessa ogni cosa perch fosse in
quell'ordine che piaceva a lei, e ci era pi facile
a farsi alla luce del giorno. Per un'ora sola
la differenza non sarebbe stata grande. I cavalli
erano in grado di compiere uno sforzo maggiore
di quello compiuto al mattino; potevano essere
spinti un po' di pi senza risentirne danno. Dava
di tanto in tanto un'occhiata all'orologio con
un risolino di scherno, ma resist alla tentazione
di guardare Mustaf Al per vedere come
avesse preso la cosa, perch quel suo gesto di
curiosit avrebbe potuto essere scorto e male interpretato.
Giunta l'ora che aveva stabilito, si alz lentamente
e si diresse verso il gruppo degli arabi.
La guida aveva il viso imbronciato, ma ella non
se ne occup; e quando partirono, lo fece venire
al suo fianco chiamandolo per domandargli qualche
cosa su Biskra; ci che provoc in lui un
fiume di parole. Diana non aveva affatto voglia
di udir parlare di quel paese, ma quello era l'argomento
del quale l'arabo trattava pi volentieri;
essa sapeva che non sarebbe stato prudente
lasciare che continuasse a rimanere silenzioso
e imbronciato. Il suo cattivo umore se ne
sarebbe andato al suono delle sue stesse chiacchiere!
Continu la strada tranquillamente,
senza parlare, immersa, nei suoi pensieri, senza
curarsi di ci che la guida stava dicendo, senza
nemmeno accorgersi del suo silenzio allorch taceva.
Nel giudicare lo sforzo che si poteva richiedere
ai cavalli, aveva avuto perfettamente ragione,
perch rispondevano senza difficolt a ci
che veniva loro richiesto. Specialmente la sua
cavalcatura procedeva con un galoppo celere e
comodo veramente perfetto.
Cavalcavano gi da qualche ora, quando giunsero
all'oasi che avevano scorto da quella dove
avevano sostato per il mezzogiorno. Diana ferm
il cavallo per osservarla, poich era veramente
magnifica con gli splendidi gruppi di palme e i
lussureggianti cespugli fronzuti.
Alcuni piccioni nascosti tra gli alberi tubavano
dolcemente con modulazioni lamentose e
malinconiche che, in certo modo, si accordavano
perfettamente con la solitudine del luogo. Vicino
alla sorgente c'erano, disposte a triangolo, tre
bellissime palme che erano state svettate a circa
sei metri dal suolo; sicch i tronchi mutilati e
nudi avevano un'aria di tristezza e di desolazione.
Diana si tolse il pesante casco e lo porse al
negro che la seguiva; poi si sedette a contemplare
l'oasi, mentre la debole brezza, che si era
levata le agitava i capelli corti e folti e le rinfrescava
le guance accaldate. Il tubare malinconico
dei piccioni e quelle palme mozze, col
loro aspetto inconsueto, conferivano al luogo
un'aria tragica, un'aria di mistero che le piaceva.
Si volt impetuosamente verso Mustaf Al,
dicendogli:
- Perch non avete scelto quest'oasi per accamparvi
stasera? Sarebbe stata una marcia
abbastanza lunga. -
L'arabo si agit sulla sella, e mentre si lisciava
la barba con aria d'imbarazzo, fissava lo
sguardo sulle tre palme dietro alla fanciulla.
- Non ci rimane nessuno qui, a riposarsi, signorina.
 il posto del Diavolo!  un posto maledetto
da Allah! - mormor toccando il cavallo
col tallone e costringendolo cos a spostarsi
lateralmente, come per far comprendere a Diana
che era meglio allontanarsi da quel luogo nefasto.
Ma Diana non comprendeva.
- Questo posto mi piace! - insist essa.
-  un posto maledetto! - ripet l'arabo facendo
un rapido gesto di scongiuro e fissandola
con uno sguardo curioso. - Dietro quelle palme
svettate sta appiattata la morte!
- Per voi forse, non per me! - esclam
Diana scotendo la testa. - La maledizione di
Allah pesa soltanto su quelli che la temono. Ma
giacch avete paura, Mustaf Al, andiamocene
pure! -
E si avvi ridendo, mentre la guida dava dei
furiosi colpi di tallone nel ventre del cavallo
per farlo allontanare al pi presto da quell'oasi
maledetta.
Davanti a Diana l'ampia distesa deserta era
nettamente visibile fino all'orizzonte nella luce
limpida che precedeva immediatamente il tramonto.
Continu a cavalcare finch non cominci
a domandarsi se non sarebbe certamente caduta
la notte prima di arrivare a destinazione.
Il tragitto era stato molto pi lungo di quanto
credeva, e l'andatura molto pi celere di quella
solita. Le sembr strano di non aver raggiunto
i cammelli portabagagli. Si volse verso l'arabo
e gli disse aggrottando la fronte:
- Dov' la vostra carovana, Mustaf Al?
Non vedo oasi da queste parti e presto sar
notte.
- Se la signorina fosse partita pi presto..,.
- rispose egli con aria imbronciata.
- Anche se fossi partita pi presto, il luogo
che avete scelto per passarvi la notte sarebbe
stato troppo lontano. Domani disporremo le cose
in un altro modo, - ribatt Diana in tono risoluto.
- Domani.... - borbott l'arabo.
- Che cosa dite? - domand essa, con alterigia,
guardandolo fisso.
- Domani  nelle mani di Allah! - mormor
Mustaf Al con voce untuosa, toccandosi macchinalmente
la fronte.
Diana stava per rispondergli, quando la sua attenzione
fu attirata da una serie di macchie nere
che si scorgevano lontano nel deserto. Erano
troppo distanti e non poteva distinguere che
cosa fossero; si diresse perci a quella volta
continuando a osservare attentamente.
- Guardate!  la carovana? - domand alla
guida.
- Se cos piace ad Allah! - rispose l'arabo
con un'espressione di profonda sottomissione ai
voleri del Cielo, mentre Diana pensava, in un
impeto di collera, che egli avrebbe fatto meglio
a interessarsi personalmente di pi dei suoi cammelli
anzich scaricare la propria responsabilit
addosso ad Allah!
Quelle macchie nere si movevano rapidamente
sulla superficie piana del deserto, e ben presto
Diana pot scorgere che non si trattava dei suoi
cammelli portabagagli dall'andatura lenta e comoda,
ma di una banda di cavalieri che veniva
alla loro volta. Dopo la carovana di mercanti
incontrata la mattina, non avevano pi visto
nessuno. Per Diana gli arabi che si avvicinavano
erano ancora pi interessanti di quella
carovana, perch durante la sua permanenza a
Biskra aveva assistito all'arrivo e alla partenza
di molte carovane, mentre, pur avendo avuto occasione
di vedere qualche piccolo gruppo di arabi
delle trib che stanno sempre in vicinanza della
citt, non aveva mai potuto osservare una banda
di cavalieri cos numerosa n un quadro cos
pittoresco come quello che si presentava allora
ai suoi occhi. Non era possibile contare quanti
fossero quei cavalieri, perch avanzavano in formazione
chiusa; il vento che gonfiava i loro
mantelli li faceva sembrare giganteschi.
L'interesse di Diana per quello spettacolo si
fece ancora pi vivo; provava una sensazione
analoga a quella che si ha quando, a bordo di
una nave, sul mare deserto, compare un altro
bastimento. Le parve che quei cavalieri dessero
la nota caratteristica a quella scena triste e solitaria,
che cominciava anche a ispirarle un leggero
senso di paura. Sia che avesse appetito, sia
che fosse stanca, sia, forse, che fosse irritata per
le poco previdenti disposizioni prese dalla sua
guida, Diana, prima d'incontrare quegli arabi,
si sentiva oppressa come se il deserto silenzioso
e desolato le togliesse il respiro; quella banda
di cavalieri aveva cambiato interamente la scena,
conferendole un'aria di vita e di risoluta animazione
invece della calma stagnante che aveva
preceduto il suo arrivo.
La distanza tra i due gruppi diminuiva rapidamente.
Diana, tutta intenta a guardare quei
cavalieri che venivano verso di lei, spinse il proprio
cavallo in modo da precedere la guida; i
suoi occhi scintillanti erano prova evidente del
suo appassionato interessamento alla scena. Ormai
erano abbastanza vicini per scorgere che i
cavalli erano delle magnifiche bestie e che ogni
uomo cavalcava in modo perfetto. Erano armati,
e tenevano il fucile davanti a s e non appeso
dietro la schiena come aveva veduto a Biskra. Le passarono
proprio vicino, a pochi metri
di distanza; erano disposti in una solida formazione
quadrata, in file, in perfetto ordine, che
dava subito l'idea di cavalieri istruiti metodicamente
e disciplinati, cosa che non aveva mai
notata prima. Non una testa si volt verso di
lei quando le passarono accanto, n l'andatura
fu rallentata. Il cavallo di Diana, eccitato
vedendosi passare vicino altri cavalli al galoppo,
cominciava a impennarsi; ma ella lo tratteneva
e continuava incuriosita a girarsi sulla
sella per osservare gli arabi dopo che l'avevano
oltrepassata.
- Chi sono? - domand a Mustaf Al.
Ma anch'egli si era voltato per osservare i cavalieri
e sembr non udire la domanda. La scorta
era rimasta ancora pi indietro della guida e si
trovava quindi a una certa distanza. Diana continuava
a osservare con vero piacere quella
massa compatta e quadrata che si moveva rapidamente,
quando, a un tratto, ebbe un lieve
sussulto. Oltrepassati gli uomini della scorta
che erano rimasti pi indietro di tutti gli altri,
i cavalieri che procedevano al galoppo si erano
fermati improvvisamente, tanto bruscamente che,
se non li avesse visti con i suoi occhi, Diana
non lo avrebbe creduto possibile per cavalli
spinti a un'andatura cos veloce e in formazione
cos serrata.
Lo strappo violento alle redini aveva costretto
i cavalli a piegarsi sui garetti. Ma non ci fu
tempo di ammirare a lungo la perizia equestre
di quegli arabi, perch gli eventi si succedettero
con grande rapidit. Dalla solida formazione
quadrata i cavalieri ruppero per due in
una lunga fila che, girando intorno agli ultimi
uomini di Mustaf Al, ad andatura ancor pi
veloce di prima circond, tenendosi al largo,
Diana e quelli dei suoi uomini che stavano presso
di lei. Sorpresa da quel movimento inesplicabile,
Diana li osservava pur ingegnandosi di calmare
il suo cavallo che era eccitatissimo.
Gli arabi sempre galoppando girarono per due
volte intorno alla piccola comitiva impugnando
il fucile; i loro bianchi mantelli svolazzavano
al vento. Diana sentiva aumentare la sua impazienza.
Lo spettacolo era molto bello a vedersi,
ma il tempo passava e la luce del giorno
stava per andarsene; avrebbe preferito che quella
fantasia avesse avuto luogo pi presto, durante
il giorno, perch cos avrebbe avuto pi
tempo per ammirarla. Si volt di nuovo verso
Mustaf Al per dirgli che avrebbero fatto bene
a tentare di riprendere la loro strada, ma questi
si era maggiormente allontanato spostandosi
verso i suoi uomini.
Cominci allora a lottare con la sua nervosa
cavalcatura per dirigerla verso la sua guida,
quando una scarica di fucileria la fece sussultare
mentre il cavallo dava un balzo violentissimo.
Quella doveva essere la fine della fantasia,
pens Diana ridendo, il saluto prima di partire,
la dchurge de mousqueterie tanto amata dagli
arabi; e volt un momento la testa convinta di
vederli allontanare. Il sorriso le mor sulle labbra; non era
una scarica di saluto, i fucili degli
arabi non erano rivolti in alto ma puntati su lei
e sulla sua scorta. Mentre li guardava stupita
pur continuando a lottare col cavallo, una parte
degli arabi, interponendosi tra lei e la sua scorta,
le nascose questa; pot per scorgere Mustaf
Al disteso sul collo del suo cavallo, che se ne
stava perfettamente tranquillo in mezzo alla
confusione generale. A una nuova scarica di fucileria,
che segu immediatamente, Mustaf Al
scivol lentamente gi di sella mentre il cavallo
di Diana, dopo averla quasi sbalzata d'arcione
con una terribile falcata, prendeva la fuga.
Prima delle fucilate, l'idea che quegli arabi
potessero avere delle cattive intenzioni non le
era venuta in mente; credeva che si trattasse di
una di quelle dimostrazioni dovute alla passione
infantile di mettersi in mostra, che  una loro
caratteristica. Le Autorit francesi, dopo tutto,
avevano ragione; per Diana pens con disprezzo
all'amministrazione che tollerava simili gesta a
pochi chilometri dalla civilt. Poi la prospettiva
delle beffe che sir Aubrey si sarebbe fatto
di lei le aveva dato un istante di buon umore.
Ma quando vide che si trattava di un vero attacco,
e che gli arabi le si facevano pi vicini,
il suo buon umore scomparve e pens che Mustaf
Al fosse caduto da cavallo perch ferito
e non perch avesse avuto paura, come essa aveva
supposto da principio, con un vivo sentimento
di disgusto per la sua vigliaccheria. Per, pensava
con rabbia, non c'era stato nessun tentativo
di resistenza da parte dei suoi!
Intanto continuava a tirare disperatamente le
redini del cavallo, ma questo aveva stretto il
morso tra i denti e si era dato a un'andatura
pazza. Allora la collera per la sua condizione
la invase addirittura; la sua guida era ferita, i
suoi uomini circondati ed ella si era vergognosamente
lasciata portar via da un cavallo imbizzarrito.
Se almeno avesse potuto voltare quell'odioso
animale! Era un affare di denaro, si
trattava semplicemente di pagare il proprio riscatto,
di questo era assolutamente sicura; e
perci voleva tornare vicino ai suoi uomini e
trattare con gli arabi le condizioni e le modalit
di pagamento.
Certo, era una seccatura; ma ci, del resto,
avrebbe reso un po' pi piccante il suo viaggio
e sarebbe stata un'esperienza interessante. Si
trattava di un fermo, null'altro. Non supponeva
nemmeno che gli arabi avessero realmente
voluto ferire qualcuno, ma che fossero stati un
po' sovreccitati e un proiettile avesse, per caso,
colpito la guida. Non poteva essere diversamente.
Biskra era troppo vicina perch potesse
esserci seriamente pericolo, pensava Diana, e intanto
continuava a tirare le redini con tutta la
sua forza. Non voleva ammettere che ci fosse pericolo,
sebbene il cuore le battesse come non le
era mai avvenuto.
Mentre stava cercando inutilmente di padroneggiare
il cavallo, ud un fischio lungo e acuto.
Il suo cavallo drizz le orecchie e rallent l'andatura.
Istintivamente Diana guard dietro a
s: un arabo isolato la inseguiva e guadagnava
terreno su di lei. Il pensiero di essere raggiunta
la fece rinunziare subito all'idea di fermare la
propria cavalcatura; anzi le conficc gli speroni
nel ventre. L'arabo che la stava inseguendo
aveva un'aria, di sinistra risolutezza; puntava
dritto su lei.
Diana strinse i denti; c'era nei suoi occhi una
fiamma di ardimento e di fermezza. Non si trattava
pi di retrocedere spontaneamente per andare
a trattare le condizioni del riscatto con coloro
che avevano assalito lei e la sua gente;
c'era, invece, un predone arabo che le stava
deliberatamente dando la caccia attraverso il
deserto. Sent risorgere tutta la sua energia, mentre
sulle labbra e negli occhi le spuntava l'ombra
di un sorriso. Quante nuove esperienze, quel
giorno! Pi di una volta, si era domandata con
curiosit quali potessero essere le sensazioni di
una creatura inseguita, e adesso era. proprio
sulla via di saperlo! Aveva fieramente sostenuto
che la volpe deve provare, nella sua fuga, un godimento
pari a quello dei cani; era. una cosa che
rimaneva da dimostrare, ma in ogni caso avrebbe
fatto fare una bella corsa a quel cane che la
inseguiva!
Era una brava cavallerizza e la sua cavalcatura
spaventata sembrava ancora piena di vigore.
Si curv sul collo del cavallo con un risolino
d'indifferenza, e cominci a incitarlo un
po' con la voce, come meglio sapeva, e un po' con
gli speroni. Presto per si sent in condizioni di
spirito molto differenti; tra poco sarebbe stato
buio e non era possibile continuare a correre
cos di notte con quel noioso arabo alle calcagna.
La situazione aveva perduto ogni sapore
umoristico. In quella pianura piatta che la circondava
non c'era nulla che potesse darle comunque
copertura o riparo, nulla che potesse
aiutarla; non restava che confessarsi battuta e
fermarsi, se le riusciva!
Rinunzi all'idea di tentar di sfuggire al suo
inseguitore; da quel poco che aveva visto quando
gli arabi le erano passati vicino, aveva capito
che aveva a che fare con un cavaliere di prim'ordine
e con un cavallo perfettamente allenato;
un tentativo di fuga era quindi destinato a fallire.
Tuttavia per una specie di perversa fierezza,
sentiva che non si sarebbe mai arresa a quell'arabo
che la inseguiva; avrebbe continuato a
correre finch, o lei, o il cavallo prima di lei,
fossero caduti.
Ud di nuovo quel fischio acuto, e di nuovo il
cavallo, nonostante i continui colpi di sperone,
rallent l'andatura. Improvvisamente le venne
l'idea che proprio il suo cavallo fosse causa di
quella disgraziata avventura. Non c'era dubbio
che l'animale, udendo il fischio dell'arabo, aveva
rallentato la sua andatura, ci voleva dire che
rispondeva a un segnale che conosceva. Si ricord
della riluttanza che aveva mostrata la
guida a dare particolari circa l'acquisto e la
provenienza di quel cavallo. Non ci poteva esser
dubbio; l'animale era stato rubato e apparteneva,
o per lo meno era noto, a quella banda di
arabi.
L' ingenuit di colui che aveva voluto far
mostra nel deserto di un bel cavallo rubato, col
pericolo d'incontrare il proprietario, le fece
spuntare sulle labbra un sorriso, nonostante la
difficile condizione in cui si trovava. Ma non era
un sorriso che esprimesse soddisfazione; era invece
prodotto dal pensiero che le malefatte di
Mustaf Al crescevano rapidamente di numero.
Per questa faccenda del cavallo era affar suo,
non riguardava lei. Lei aveva pagato per servirsi
di quel cavallo nel suo viaggio attraverso il deserto,
non per essere esposta agli agguati di
banditi arabi. La sua irritazione aumentava.
Spinse il cavallo con tutte le sue forze;
inutilmente, perch l'animale continu a rallentare.
Dette un'altra occhiata dietro di s; l'arabo era.
proprio a pochi passi, pi vicino di quanto credesse.
Intravide una grande figura bianca, un
paio d'occhi neri dallo sguardo penetrante, degli splendidi
denti bianchi; il furore la invase.
Senza riflettere alle possibili conseguenze del suo
atto, senza pensare a niente altro che a liberarsi
dal suo inseguitore, presa come da un'improvvisa
pazzia che non poteva dominare, afferr la
rivoltella e per due volte fece fuoco proprio sul
viso dell'arabo che non ebbe neppure un momento
di esitazione e dette in una risata.
Al rumore di quella risata Diana ebbe un brivido.
Era invasa da un sentimento strano che
non aveva mai provato. Aveva sbagliato il colpo
come l'aveva sbagliato al mattino. Come, non
lo sapeva, ma era un fatto sul quale non poteva
esserci dubbio e che faceva nascere in lei il sentimento
della propria impotenza. Lasci cadere
quell'inutile arma e tent di spingere il cavallo;
ma a poco a poco l'ardente baio dell 'arabo fu
al suo fianco.
Pur senza voltarsi. Diana vedeva all'altezza
del suo gomito la sua testa piccola, dall'espressione
cattiva, con le orecchie abbassate e gli
occhi viziosi iniettati di sangue. Per un istante
il baio rimase in quella posizione, ma poi si
port avanti con un balzo improvviso, rasentando
addirittura la cavalcatura di Diana mentre
il suo cavaliere, sollevandosi sulle staffe e
piegandosi verso di lei, l'afferrava con due braccia
vigorose e la strappava di sella per collocarla
davanti a s sull'arcione della propria.
Il movimento era stato cos rapido che non
aveva potuto opporre resistenza. Rest stordita
un momento; poi, tornata in s, cominci a dibattersi
energicamente ma senza alcun risultato,
sia perch aveva il viso premuto contro le fitte
pieghe del vestito dell'arabo e le mancava il
fiato, sia perch la poderosa, stretta sembrava
farsi sempre pi potente e quasi soffocarla lentamente.
Quel braccio duro e muscoloso pareva
dovesse spezzarle le costole, quel corpo contro
il quale era serrata le impediva di respirare;
per quanto essa fosse forte in modo eccezionale
per una ragazza, si sent impotente contro quell'uomo
solido come l'acciaio. Cos, un po' per
questo sentimento della propria impotenza e un
po' perch ogni tentativo di resistere contro quel
braccio che la serrava le procurava nuove sofferenze,
cess di dibattersi. Sent che l'arabo
tratteneva il cavallo, sent che l'animale si voltava
alzandosi sui garetti e poi balzava avanti
di nuovo.
Non  possibile descrivere i suoi sentimenti.
Non sapeva che cosa pensare; non riusciva a
raccogliere le idee e a coordinarle. Quello che le
accadeva era cos inaspettato e cos assurdo che
non sapeva trarne una conclusione possibile. Era
piena di rabbia., di una rabbia cieca, furiosa,
contro quell'uomo che aveva osato toccarla, che
aveva osato metterle addosso le mani. Ed erano
le mani di un indigeno! Sent come un brivido
di ribrezzo; la collera, lo sdegno e il disgusto
la soffocavano; la condizione vergognosa in cui
si trovava feriva profondamente il suo orgoglio.
Era stata sorpassata, tirata fuori di sella come
una pupattola e costretta a tollerare l'odioso
contatto del corpo di un uomo e la stretta delle
sue braccia. Nessuno aveva mai osato toccarla,
nessuno aveva mai osato trattarla com'era trattata
adesso. Come sarebbe andata a finire quella
faccenda? Dove andavano?
Col viso premuto contro il petto del suo rapitore,
Diana non sapeva pi in che direzione
correvano, non sapeva dove il cavallo aveva
bruscamente girato su se stesso. L'animale continuava
a galoppare rapidamente facendo ogni
tanto dei lanci disordinati senza disturbare apparentemente
il cavaliere, che accompagnava
agevolmente col corpo quei movimenti irregolari
rimanendo in perfetto equilibrio sulla sella.
Neppure nelle lanciate pi selvagge Diana sent
allentarsi la stretta del braccio che la serrava.
Ma gradatamente, poich essa continuava a
rimanere immobile, il braccio che la cingeva le
concesse un po'pi di libert, sicch essa pot
volgere un po' la testa e respirare pi liberamente;
non pot per voltarsi abbastanza da vedere
ci che accadeva intorno a s. Bevve
avidamente l'aria fresca, e si accorse che era venuta,
la notte, la notte che aveva sperato cadesse
prima di giungere al suo accampamento, ma che
adesso le sembrava orribile. L'aria, ridonandole
le forze, aveva rianimato il suo coraggio. Con
uno sforzo disperato e improvviso cerc di sollevarsi
e di liberarsi del braccio che non la
stringeva pi cos vigorosamente, mentre i suoi
speroni laceravano i fianchi del cavallo; finch
questo, sbuffando e fremendo, fin con l'inalberarsi
drizzandosi completamente sulle zampe
posteriori. Ma con un gesto rapido del suo lungo
braccio l'arabo l'afferr di nuovo, costringendola
a cedere per quanto lottasse energicamente. Poi
la strinse con tutt'e due le braccia, dominando
il suo cavallo imbizzarrito soltanto con la pressione
delle ginocchia.
- Doucement, doucement! -
Queste parole, che egli pronunzi con voce
lenta e dolce, colpirono l'orecchio di Diana ma
indistintamente, perch l'arabo la obbligava di
nuovo a tener la testa contro il suo corpo; essa
non comprese se quelle parole erano dirette a lei
oppure al cavallo. Continuava a dibattersi per
sollevare la testa, per sfuggire alla stretta che
la serrava, agitandosi e facendo tutti gli sforzi
possibili, finch egli le grid con un improvviso
scatto di violenza:
- State ferma, scioccherella! -
E intanto la stringeva cos brutalmente che
ella si domand se non avrebbe finito col romperle
le ossa, obbligandola a obbedire e a desistere
dalla lotta. L'arabo, come se avesse intuito
di averla ormai domata, rivolse tutta la
sua attenzione al cavallo dando contemporaneamente
in una risata di soddisfazione, la stessa
risata contenuta che aveva fatto cos strana impressione
su Diana quando, sparandogli contro
con la rivoltella, aveva sbagliato il colpo. Quel
riso, allora, l'aveva imbarazzata; ma adesso quel
suo sentimento d'imbarazzo e d'incertezza era
divenuto cos terribilmente intenso, che, per la
prima volta in vita sua, ebbe paura, una strana
paura contro la quale lottava disperatamente,
ma che la conquistava a poco a poco togliendole
ogni vigore e facendole girare la testa. Non
svenne; ma l'impressione avuta nel rendersi
conto di quanto fosse orribile la sua condizione
fu cos forte che le mancarono completamente
le forze.
Allora Diana perdette la nozione del tempo,
come aveva gi perduto quella della direzione;
e mentre continuava a esser trasportata, dal celere
galoppo del baio attraverso l'oscurit, non
sapeva pi se passassero dei minuti oppure delle
ore. Non sapeva se era sola con quell'uomo che
si era impadronito di lei o se la banda di arabi
della quale egli faceva parte li seguiva senza far
rumore galoppando sul terreno soffice. Che cosa
era avvenuto della guida e dei suoi uomini?
Erano stati massacrati e abbandonati sul posto,
oppure cacciati a forza verso qualche poco nota
regione del deserto? Ma per il momento la sorte
di Mustaf Al e dei suoi compagni non la commosse
molto; nel breve scontro che era avvenuto
non si erano comportati molto valorosamente, e
poi la sua mente era cos invasa dall'orrore della
sua condizione che non poteva occuparsi d'altro.
La sua paura aumentava. Aveva un bel disprezzarla
e beffarsene e cercare di convincersi
che non era paura; era proprio la paura che la
torturava con la sua stranezza e con i pensieri
che faceva nascere. Non aveva mai preveduto
una cosa simile. Non aveva mai pensato alla
possibilit di trovarsi in una simile situazione
di fronte alla quale il suo coraggio veniva meno,
incapace di resistere. Le era sempre sembrato
che ci dovesse essere assolutamente impossibile,
le era sembrato che fosse qualche cosa che
la sua vita con Aubrey le aveva impedito perfino
di conoscere; e adesso, al contrario, le appariva
vicina e la dominava con la sua realt,
tanto da farla tremare mentre grosse gocce di
sudore le imperlavano la fronte.
Una volta l'arabo la mise in un'altra posizione
movendola rudemente; ma essa fu soddisfatta
del cambiamento perch la sua testa venne
cos a trovarsi libera dalle pieghe dei vestiti di
lui. Egli non disse pi nemmeno una parola;
solo una volta, quando il cavallo dette un balzo
pi violento, mormor qualche cosa sottovoce.
Ma la soddisfazione di Diana dur poco. Dopo
qualche minuto il braccio dell'arabo la stringeva
di nuovo ed egli le avvolgeva intorno alla
testa un lembo del mantello in modo da coprirle
gli occhi. E ne comprese subito dopo la ragione.
Il cavallo lanciato al galoppo fu fermato di
colpo, in quello stesso modo che l'aveva sorpresa
quando aveva visto gli arabi per la prima
volta qualche ora prima. Si sent stringere tra
le braccia e mettere a terra, mentre udiva intorno
a s delle voci confuse e inintelligibili;
poi quelle voci tacquero; l'arabo la trasport per
pochi passi, la fece mettere a sedere e le scopr
il viso.
La luce che vedeva intorno a s le sembr vivissima
per il contrasto con l'oscurit di poco
prima.
Abbagliata, port per un momento le mani
agli occhi e poi alz lentamente la testa guardandosi
intorno. Si trovava in una magnifica
tenda di grandi dimensioni, potentemente illuminata
da due lampade che pendevano dall'alto.
Ma Diana non fece attenzione a ci che
le stava intorno; i suoi occhi erano fissi sull'uomo
che l'aveva portata in quel posto. Egli
si era tolto il pesante mantello che lo avvolgeva
dalla testa ai piedi, e stava dritto davanti a lei.
Alto, robusto, con le spalle larghe, indossava
un'ampia veste bianca con una fascia ricamata
di nero e argento, avvolta intorno alla vita;
l'impugnatura di una rivoltella sporgeva dalla
fascia..
Gli occhi di Diana lo squadrarono lentamente
e rimasero fissi sul suo viso bruno, completamente rasato,
sormontato da capelli castani,
corti e crespi. Era il viso pi bello e pi crudele
che avesse mai visto. Lo sguardo della fanciulla
subiva istintivamente l'attrazione dello sguardo
di lui. Egli la guardava con occhi ardenti e penetranti,
e cos intensamente che essa ebbe l'impressione
che i suoi abiti maschili le fossero
strappati di dosso lasciando esposto a quello
sguardo appassionato il suo candido corpo nudo.
Indietreggi tremando, e obbedendo a un impulso
di cui non si rendeva perfettamente conto,
si chiuse sul petto i rovesci della giacchetta da
amazzone premendovi sopra le mani contratte.
- Chi siete? - domand con voce fioca e affannosa.
- Sono lo sceicco Ahmed Ben Hassan. -
Quel nome non le diceva nulla. Non lo aveva
mai udito prima d'allora. Senza pensarci, aveva
parlato in francese, ed egli le aveva risposto in
francese.
- Perch mi avete portata qui? - domand,
mentre cercava di vincere la paura che si faceva
sempre pi viva.
- Perch vi ho portata qui? - ripet egli
con un tenue sorriso. - Bon Dieu! Non siete abbastanza donna
per capirlo? -
Diana si ritrasse ancora di pi, e il viso, per
un istante le si fece di fuoco; poi divenne pi
pallida di prima e abbass gli occhi sotto lo
sguardo infiammato dell'arabo.
- Non capisco che cosa volete dire, - sussurr
debolmente con le labbra tremanti.
- Credo che comprendiate benissimo! - rispose
egli ridendo, e il suo riso la spavent ancora
di pi di tutte le sue parole.
Egli avanz verso di lei, e sebbene essa facesse
ogni sforzo per sfuggirgli, con un rapido movimento
la serr tra le braccia.
Un terrore pazzo, un terrore che la scoteva
tutta, forte pi di quanto avesse mai immaginato,
si impadron di lei. La fiamma di desiderio
che lampeggiava negli occhi dello sceicco
la fece quasi svenire. Al pensiero di ci che
l'aspettava, tutta la sua persona si agitava
scossa da un insormontabile orrore. Comprendeva
perfettamente le intenzioni di lui e ogni
nervo del suo corpo di fanciulla vibrava sotto
quello sguardo di fuoco mentre l'abbraccio possente
attirava sempre pi le sue membra tremanti
verso il petto di lui fremente di passione.
Per quanto Diana si contorcesse tra le sue braccia,
egli, in un improvviso accesso di violento
desiderio, l'attir contro di s e piegando lentamente
la testa su di lei, con gli occhi fiammeggianti,
la costrinse a sopportare, tenendola
ferma, il primo bacio che mai avesse ricevuto.
Il contatto di quelle labbra scottanti, la stretta
delle sue braccia, la pressione del suo corpo
caldo e robusto, le tolsero ogni forza, ogni potere
di resistenza.
Quelle labbra premute sulle sue agivano come
un narcotico; singhiozzando chiuse lentamente
gli occhi stanchi e non sent quasi pi nulla;
quasi non si accorse che egli, sollevatala tra le
braccia, con le labbra sempre premute sulle sue,
la trasportava in una stanza adiacente a quella
dove si trovavano, nascosta da pesanti cortine,
che sollev al suo passaggio. La depose dolcemente
sopra alcuni morbidi cuscini.
- Non mi fate aspettar troppo! - sussurr;
e la lasci sola.
Queste parole la fecero sussultare, i suoi nervi
rilassati ne furono come galvanizzati, tutta la
sua forza le torn come d'incanto. Si alz di
scatto con gli occhi pieni di selvaggia disperazione,
con le mani strette freneticamente sul
petto ansante; poi con un gemito doloroso si accasci
sul pavimento posando le braccia sul letto
ampio e coperto di magnifiche stoffe. Non era
vero! Non era vero! Non poteva essere! Non era
lei, non era Diana Mayo che si trovava in quella
condizione terribile! Era un sogno, un sogno
spaventoso che svanirebbe, togliendola da quell'agonia.
Alz la testa rabbrividendo e percorse con
l'occhio la strana stanza in cui si trovava. Dio!
Non era un sogno! Era realt, realt cui non era
possibile sottrarsi. Era l prigioniera, senza
forza, senza difesa; e vicino a lei, dietro a quelle
pesanti cortine, c'era un uomo che aspettava
pronto a prendersi ci di cui si era impadronito.
Poteva entrare da un momento all'altro;
quest' idea la faceva fremere, e con le membra
prese da un tremito incoercibile, si rovesci sul
pavimento. Il suo coraggio, che le aveva fatto
affrontare il pericolo e perfino la morte, cedeva
dinanzi a quell'orribile prospettiva.
Era inevitabile; non poteva aspettarsi nessun
aiuto, non poteva sperare misericordia. Avrebbe
lottato, ma inutilmente; avrebbe resistito, ma
senza alcun risultato. Era sola dentro quella
tenda, in piena bala di quell'uomo, come un
animale preso al laccio; fuori della tenda c'era
una folla di seguaci di lui. Non aveva dove n
a chi rivolgersi. La certezza che ci che la. riempiva
di terrore si sarebbe inevitabilmente compiuto,
la rese inerte, incapace di agire. Nello
stato di collasso morale in cui si trovava, acuito
dal suo speciale temperamento, non poteva pi
che aspettare e soffrire. Il suo corpo dolorava
per la stretta di quelle braccia possenti, le sue
labbra eran contuse per i suoi baci furiosi. Straziata,
congiunse le mani e mormor tra i singhiozzi,
mentre lacrime scottanti le bruciavano
le guance:
- Oh, Dio mio! Maleditelo! Maleditelo! -
Non aveva ancora finito di pronunziare queste
parole, che lo sceicco entrava nella stanza, silenzioso,
senza far rumore, e le si avvicinava.
Le pose le mani sulle spalle e la costrinse ad
alzarsi. Aveva lo sguardo fiero e la bocca dura
atteggiata a un sorriso crudele. Con la sua voce
lenta, profonda, che aveva insieme l'accento
della collera e quello di una scherzosa impazienza,
le disse:
- Debbo fare il servitore, oltre l'amante? -

Note.
1. Ventilatori.
2. Cammelli che servono esclusivamente come cavalcatura,
(N d. Trad.)


Capitolo 3.

La tenda era inondata di calda luce solare
quando Diana, svegliatasi dal suo profondo
sonno, o piuttosto dal suo stato di esaurimento
e d'insensibilit, fu immediatamente assalita
dal ricordo di tutto ci che le era avvenuto.
Dette uno sguardo pauroso, rapido, tutt'intorno
alla vasta stanza in cui si trovava; era sola.
Lentamente si sollev e si mise seduta.; il suo
sguardo pieno di sofferenza si pos distrattamente
sullo splendido addobbo della tenda.
I suoi occhi erano asciutti; non aveva pi lacrime.
Le aveva versate tutte quando si era trascinata
ai piedi di lui chiedendogli quella misericordia
che egli non le aveva concessa.
Aveva lottato finch quella lotta disuguale
l'aveva lasciata esausta e senza difesa nelle sue
braccia, finch tutto il suo corpo non aveva sofferto
gli spasimi dell'agonia sotto la stretta di
quelle mani brutali che l'avevano piegata al suo
volere, finch il suo coraggio era stato abbattuto
dal sentimento della propria impotenza,
dallo strano timore che le incuteva quell'uomo
e che l'aveva fatta cadere, gemente, in ginocchio.
E il ricordo delle sue umilianti preghiere, delle
sue lacrime la faceva arrossire di vergogna. Si
detestava e si disprezzava al tempo stesso. Il
suo coraggio era infranto; perfino il suo orgoglio
era venuto meno.
Nascose il viso contro le ginocchia strette tra
le braccia mormorando rabbiosamente:
Vile! Vile!
Perch non lo aveva oppresso col suo disprezzo
? Perch non aveva sopportato tutto ci
che egli aveva fatto, senza parlare, senza muovere
un lamento? Un simile contegno gli avrebbe
dato certamente minor soddisfazione di quelle
preghiere ardenti, frenetiche, che avevano soltanto
provocato quel suo riso calmo, quel riso
che la faceva rabbrividire ancora pensandoci.
Credevo di essere coraggiosa, mormor con
voce rotta e non sono che un essere vile e pusillanime.
Sollev finalmente la testa e guard intorno
a s. Nella stanza c'era un insieme di lusso
orientale e di confort europeo. La strana magnificenza
del mobilio e degli addobbi aveva un fascino
sottile che sembrava favorire lo scoppio
delle passioni; l'aria stessa era voluttuosa e produceva
un'impressione che la fece rabbrividire
senza sapere precisamente perch. Non c'era
nulla che stonasse dal punto di vista artistico:
le ricche tappezzerie armonizzavano perfettamente
col resto, non c'erano stonature del genere
di quelle che aveva veduto in India nei
palazzi degli indigeni.
E tutto quello su cui il suo occhio si fermava
le ricordava incessantemente quanto fosse ignominiosa
la sua condizione. C'era dappertutto
qualche cosa di lui. Vicino al letto, sopra un
basso tavolino sormontato da un piatto di bronzo,
c'era la sigaretta mezza consumata che aveva
tra le labbra quando era entrato nella stanza.
Il guanciale al suo fianco aveva ancora impresso
il segno della sua testa. Lo guard con un senso
d'orrore sempre pi intenso; poi, rabbrividendo,
si rannicchi tutta, si tir addosso la leggera
coperta di seta come se potesse essere una valida
protezione e scoppi in un pianto dirotto
che cerc di soffocare contro il cuscino. Visse
di nuovo, a uno a uno, tutti i momenti della
notte trascorsa, finch sent che a quel pensiero
non poteva pi reggere, che impazziva; esausta,
cadde finalmente in un sonno profondo.
Quando si svegli di nuovo era mezzogiorno.
Questa volta non era sola. Una giovinetta araba
stava seduta su una grossa coperta di pelliccia
presso al letto e teneva fissi su di lei, con profondo
interesse, i suoi dolci occhi scuri. Allorch
Diana si sollev e si mise seduta, la fanciulla
si alz, fece il profondo saluto orientale,
e poi con un timido sorriso le disse, in un francese
stentato:
- Io sono Zilah, agli ordini della signora. -
E intanto le porse uno scialle che ella riconobbe,
meravigliata, per uno dei suoi. Diana
guard dietro Zilah. C'erano le sue cassette da
viaggio, aperte e parzialmente disfatte. Il bagaglio,
che credeva perduto, era dunque stato
catturato prima di lei. Finalmente avrebbe potuto
servirsi di cose che le appartenevano! Con
un lampo di collera negli occhi stanchi volse intorno
lo sguardo come per domandare spiegazioni;
ma la giovane araba non comprese e si
ritrasse spaventata scotendo la testa; non rispose
nemmeno ad altre domande che Diana le
rivolse; se ne stava zitta, con l'espressione di
una bimba meravigliata e impaurita.
E lo era, press'a poco. Evidentemente comprendeva
soltanto la met di quello che le si
diceva, e non era in grado di rispondere a ci
che capiva; sicch, quando Diana cess di parlare,
si allontan da lei, come sollevata da un
peso molesto. And in fondo alla stanza ad
aprire una tenda che metteva in uno stanzino
da bagno, grande e assai meglio montato di
quello che Diana aveva avuto nella sua tenda
indiana e che fino allora le era sembrato il
colmo del lusso e dell'eleganza. Sebbene l'araba
sapesse poco di francese, pure, con le sue mani
abbastanza destre, cercava di aiutare Diana; ma
la sua ignoranza delle complicazioni dell'abbigliamento
di una signora europea era visibilissima
e provocava spesso in lei delle risatine infantili,
che spaventata cercava di reprimere, assumendo
un'aria grave e seria., ogni volta che
Diana la guardava. Diana non aveva affatto voglia
di ridere, pure non poteva tenersi dal
sorridere dei suoi curiosi errori.
Quella fanciulla, con i grandi occhi attoniti,
con il suo francese timido ed esitante, con la
sua infantile curiosit, fece riacquistare a Diana,
per un complesso di sensazioni indefinibili, la
forza di dominarsi. Il suo orgoglio si riafferm
e fece scomparire qualsiasi segno di commozione
che i begli occhi della piccola araba, fissi su di
lei, avrebbero potuto notare.
Il bagno caldo le fece passare l'indolenzimento
delle membra; le guance e le labbra ripresero
il loro colore. Si lav perfino la testa strofinandosi
con gran vigore i bei riccioli luccicanti;
voleva cercare in tutti i modi di purificare le
sue membra, che le parevano contaminate, impregnate
di sozzura sebbene tutto quello con cui
aveva avuto contatto, dal vestito contro il quale
era rimasta premuta per tante ore fino alle
mani, dalle unghie accuratissime, che si erano
impadronite di lei e l'avevano tenuta stretta,
fosse scrupolosamente, esageratamente pulito.
Tornata nella stanza da letto, trov Zilah inginocchiata.,
che stava accuratamente esaminando,
senza capirci nulla, la sua guardaroba,
non ricca ma assai varia, e toccava timidamente
le vesti di seta; finalmente le porse una veste
di flanella leggera, che era stata, posta nel bagaglio
insieme con gli altri oggetti che dovevano
servirle dopo l'arrivo ad Orano. Ma Diana la
mise da parte e le indic l'abito da cavalcare
che aveva indossato il giorno avanti. Con quel
vestito indosso si sentiva pi in grado di affrontare
qualunque cosa le si parasse davanti, come
se i ricordi connessi con esso le conferissero una
maggior forza morale; era in somma il vestito in
cui si sarebbe di nuovo sentita lei, cio Diana
giovanotto, e non pi quell'essere femmineo
e tremante che era sorto alla vita, durante la
notte appena trascorsa, tra le lacrime e lo spasimo.
Nell'infilare gli stivaloni si morse le labbra.
Mand via, finalmente, Zilah, e not che la
fanciulla invece di passare dalla stanza adiacente
era scomparsa passando dalla stanza da
bagno. Ci voleva dire, forse, che in quella
stanza lo sceicco arabo stava aspettando? Quell'idea
le fece subito perdere il dominio di s;
un'improvvisa debolezza la costrinse a gettarsi
sul letto col viso nascosto tra le mani. Lo sceicco
era in quella stanza? Le domande che aveva rivolto
alla piccola cameriera araba tendevano
soltanto a sapere dove si trovava l'accampamento
nel quale era stata trasportata e quale
fosse stata la sorte della sua carovana; di lui,
dello sceicco, non aveva avuto la forza di parlare.
Lo strano timore che egli le ispirava la riempiva
di rabbia e di umiliazione, e il pensiero
di vederlo di nuovo le dava un indicibile senso
di vergogna. Riusc per a vincersi, spinta dal
suo rinascente orgoglio. Era meglio affrontare
l'inevitabile di propria spontanea volont, piuttosto
che esservi costretta volente o nolente;
giacch ormai sapeva quanto fosse forte l'uomo
che si era impadronito di lei a viva forza, sapeva
di essere fisicamente impotente di fronte
a lui.
Sollev la testa e attese. Nessun rumore nella
stanza vicina. Forse avrebbe avuto ancora un
po' di pace! Finalmente, irritata dalla propria
incertezza, scosse la testa con impazienza, e
mormorando in tono di disprezzo: Vigliacco!
travers rapidamente la stanza. Giunta vicino
alle cortine di separazione, si ferm un momento;
quindi, risolutamente, le tir da una
parte e prosegu.
La stanza era vuota; le era dunque concesso
ancora un po'di respiro. Per, mentre continuava
ad avanzare sulle folte pellicce che coprivano
il suolo, sent come un colpo al cuore vedendo
un uomo fermo sull'entrata comunicante
con l'esterno. Le volgeva le spalle, ma vide subito
che quella figura, piccola ed esile, vestita
di bianco all'europea., non aveva alcuna somiglianza
con l'arabo, alto e robusto, che aveva
creduto di trovarsi di fronte. Credeva di camminare
senza far rumore, ma invece quell'uomo
si volt e le fece rapidamente un piccolo inchino.
Era il tipo perfetto del francese, con il viso sveglio,
affilato, completamente rasato, un paio
d'occhi neri continuamente in moto e i capelli
neri e lucidi. Aveva le gambe alquanto arcuate
e stava un po' curvo; sembrava un fantino con i
modi di un domestico abituato.
Diana divent rossa sotto al suo sguardo, ma
egli abbass subito gli occhi.
- La signora  senza dubbio pronta per la
colazione, - disse rapidamente con voce bassa
e simpatica.
I suoi movimenti erano rapidi e calmi come la
sua voce, e in pochi minuti come in un sogno,
Diana si trov davanti una colazione perfettamente
cucinata ed elegantemente servita. Quell'uomo
le si moveva intorno per servirla, svelto,
attento e premuroso, pronto a soddisfare, anzi
a indovinare i suoi desideri, porgendole abilmente
ci che le occorreva. Era stordita, indebolita
dalla mancanza di cibo e le sembrava che
tutto ci che le accadeva non fosse vero. Per il
momento, era appena in grado di starsene tranquillamente
seduta e di lasciarsi servire da
quello strano domestico che camminava e parlava
cos dolcemente e che, nella casa di un capo
arabo, faceva un'impressione curiosa.
- Monsignore vi domanda scusa se sar assente
fino a stasera. Torner per il pranzo, -
mormor egli porgendole del cuskus(1)..
Diana lo guard distratta.
- Monsignore? - domand.
- Il mio padrone, lo sceicco. -
Il viso di Diana divenne di porpora. Quell' ipocrita,
quell'animale di un orientale chiedeva di
essere scusato! Rifiut seccamente l'ultima pietanza,
e quando il domestico l'ebbe portata via,
appoggi i gomiti sulla tavola e si prese tra le
mani la testa che le faceva male. Il mal di capo
era una delle novit di cui aveva cominciato a
fare esperienza dal giorno innanzi. La sofferenza,
in qualsiasi sua forma, era una cosa nuova per
lei, e perci sentiva crescere continuamente
l'odio per l'uomo che l'aveva fatta soffrire.
Il francese torn portando il caff e le sigarette.
Le accese un fiammifero con pazienza e
con cura, che dimostravano una lunga pratica
di quegli zolfanelli di qualit inferiore.
- Monsignore pranza alle otto. A che ora desidera
il t la signora,? - domand mentre sparecchiava
la tavola.
Diana trattenne sulle labbra la risposta sarcastica
che stava per dargli. Il modo di comportarsi
tranquillo e deferente di quell'uomo che
sembrava non trovare straordinaria la sua presenza
nell'accampamento del proprio padrone,
le era pi difficile a tollerare di un contegno
apertamente impertinente. Di fronte a quest'ultimo
avrebbe saputo come regolarsi, mentre
quello esasperava il sentimento della propria
impotenza, le dava l'impressione di trovarsi
presa in una rete che la stringesse sempre di pi
nelle sue maglie, minacciando non soltanto la
sua vantata libert, ma mettendo addirittura
in pericolo la sua vita.
Scacci energicamente le idee che le si affollavano
alla mente; se voleva rimanere padrona
di s, non doveva pensare. Rispose al francese
con aria indifferente e gli volt le spalle. Quando
si volt di nuovo egli se n'era andato e Diana
dette un sospiro di sollievo. Sotto ai suoi occhi
attenti aveva sentito crescere la propria irritazione
fino al punto di non potersi pi dominare.
Respir pi liberamente, come se egli, andandosene,
le avesse tolto un peso di dosso; sollev
la testa e scosse le spalle rabbiosamente, decisa
a dominare quella paura della quale provava
vergogna. Cedendo allora alla naturale curiosit,
che fino a quel momento aveva represso
perch agitata da altre commozioni, per tentar
di distogliere la propria mente dal pensiero fisso
che la tormentava, cominci a vagare per la
stanza. La sera prima non aveva osservato niente
di ci che le stava intorno, tanto i suoi occhi
erano rimasti esclusivamente attirati dall'uomo
che si era impossessato di lei.
Anche la stanza in cui si trovava era addobbata
con magnificenza pari a quella della stanza
da letto. Sapeva apprezzare al loro giusto valore
i tappeti splendidi e le superbe tappezzerie
profuse dovunque; i tappeti provenivano
dalla Persia e le tappezzerie erano di uno spesso
tessuto nero ricamato d'argento.
La caratteristica di quella stanza era un vasto
divano nero sul quale erano ammucchiati, in
gran numero, dei grandi cuscini foderati di seta
nera. A fianco del divano, distese sopra i tappeti
persiani, erano due pelli di orso nero di
non comune grandezza; le teste delle due belve
erano vicine e una di fronte all'altra. A un'estremit
della tenda c'era una piccola libreria e
all'estremit opposta, vicino all' ingresso, una
scrivania portatile. C'erano anche alcuni sgabelli
moreschi con una quantit di ninnoli e di
portasigarette di tutti i generi, d'avorio, d'oro
e d'argento; addossato al tramezzo che separava
le due stanze c'era un antico cofano di legno,
bizzarramente scolpito.
Sebbene il mobilio fosse scarso e facesse
sembrare la tenda pi spaziosa di quanto realmente
fosse, pure la stanza aveva un'aria di barbarico
splendore. Quelle tetre tappezzerie con i loro
fitti ricami d'argento le facevano l'effetto di uno
sfondo da scenario studiato espressamente per
far risaltare di pi le bianche vesti dell'arabo;
le torn in mente la fascia di seta nera a ricami
d'argento che gli cingeva la vita., e atteggi le
labbra a un sorriso di disprezzo. Tutti gli indigeni
sono pieni di vanit, pensava, e senza dubbio
anche questo sceicco ha la vanit di portare
addosso i colori dominanti della sua tenda e di
mettersi in posa tra i magnifici cuscini neri del
divano davanti ai suoi dipendenti ammirati.
Emise una debole esclamazione di disgusto e
volt sdegnosa le spalle a quel giaciglio molle e
seducente.
Si diresse poi verso la piccola libreria e, curiosa,
vi si inginocchi davanti. Che libri leggeva
un arabo francofilo? Romanzi, probabilmente,
armonizzanti con l'atmosfera che sentiva
vagamente intorno a s. Ma quei libri non erano
romanzi. Erano libri di sport e di viaggi insieme
con molti volumi di chirurgia veterinaria. Erano
tutti in francese, e sembravano molto adoperati;
alcuni di essi avevano delle note in lingua araba
scritte a matita sui margini. Uno scompartimento
della libreria conteneva esclusivamente
libri di un solo autore, il visconte Raoul di
Saint-Hubert. A eccezione di un romanzo, al
quale Diana dette in fretta un'occhiata, gli altri
erano tutti libri di viaggi. Dalle poche parole
scritte sul frontespizio di ognuno di essi
Diana vide che tutti erano stati inviati allo
sceicco dall'autore stesso; uno, anzi, portava
questa dedica: Al mio amico Ahmed Ben Hassan,
sceicco del deserto.
Mise i libri al loro posto, agitata da un leggero
sentimento di contrariet e d'imbarazzo;
avrebbe preferito che fossero stati libri del genere
che si era immaginato. Quelle prove di cultura
e di gusti non comuni, nell'uomo cui quei
libri appartenevano, la turbavano; ci che aveva
cos intravisto della personalit dell'arabo che
si era impadronito di lei, la sconcertava, perch
faceva supporre delle possibilit che non
avrebbe potuto esistere in una natura primitiva
o soltanto superficialmente civilizzata. Quell'uomo
le parve ancor pi sinistro, ancor pi orribile.
Presa improvvisamente dall'apprensione
guard l'orologio. Il giorno moriva rapidamente;
presto egli sarebbe stato di ritorno. Il suo respiro
si fece affannoso e le spuntarono le lacrime.
Non debbo, non debbo piangere! mormor
disperata. Se piango di nuovo divento pazza!
Soffoc il pianto e and a gettarsi sui soffici
cuscini del grande divano nero che aveva disprezzato
prima; era terribilmente stanca e sentiva
nella testa dei battiti violenti e continui.
Quando il domestico entr portando il t, era
ancora addormentata; balz in piedi quand'egli
pos il vassoio su uno sgabello vicino a lei.
-  il t per la signora. Se la signora vuol
esser tanto buona da dirmi se  fatto secondo
il suo gusto.... - disse in tono ansioso, come
se tutta la sua felicit fosse contenuta nella
piccola teiera che guardava con aria supplichevole.
La sua cortese insistenza irritava i nervi gi
scossi di Diana. Riconosceva che egli era sincero
nei suoi tentativi di farle cosa grata; pure,
date le sue condizioni, quegli sforzi le sembravano
un'umiliazione di pi aggiunta a quelle
che gi aveva sofferto. Ardeva dalla voglia di
gridargli: Vattene! come avrebbe potuto fare
uno scolaretto stizzito; ma si domin e gli dette
le informazioni che desiderava. Quegli pose vicino
a lei le sigarette e i fiammiferi e se ne and
con un sorrisetto di soddisfazione.
Il desiderio di stare un po'all'aperto e di vedere
il posto nel quale era stata portata si faceva
intanto sempre pi vivo, in Diana, con l'avvicinarsi
della sera. And verso l'ingresso che
era aperto e sormontato da una tenda, a guisa
di tettoia, sorretta da alcune lance. Fece qualche
passo all'ombra di quel riparo e guard intorno
meravigliata. Si trovava in una grande
oasi, pi grande di quante ne aveva mai viste.
Davanti alla tenda c'era un vasto tratto di terreno
aperto e pianeggiante, un piazzale, e di
l da questo una fitta cintura di palme.
L'accampamento era situato a tergo della
tenda del Capo. Tutta l'oasi era piena di
uomini e di cavalli; c'erano anche dei cammelli,
pi lontano; ma l'attenzione di Diana fu specialmente
attratta dai cavalli. Ce n'erano dappertutto,
alcuni legati al pascolo, altri sciolti,
altri ancora condotti a mano da mozzi di stalla.
Vide anche qualche arabo a cavallo nei dintorni
dell'oasi. Intorno a lei gruppi di uomini attendevano
a differenti lavori; quelli che le passavano
vicino la salutavano, ma non sembravano
occuparsi di lei.
Uno sguardo bizzarro fiammeggi negli occhi
di Diana. Vedeva il deserto, il deserto quale essa
non si aspettava mai di poter vedere, quale ben
pochi si aspettano di vedere! Ma a qual prezzo!
Rabbrivid; poi, un rumore vicino a lei la fece
voltare. Un cavallo baio, una vera furia, stava
passando a grande andatura dietro alla tenda
emettendo dei nitriti feroci; due uomini, attaccati
alla sua testa, urlavano disperatamente e
tentavano invano di trattenerlo. Diana lo riconobbe
subito. La visione rapidissima di quella
piccola testa viziosa in prossimit del suo gomito
era impressa per sempre nella sua mente.
L'animale venne a fermarsi di fronte a Diana,
fremente, con le orecchie abbassate, tentando
continuamente di azzannare i due uomini attaccati
alla cavezza, i quali non riuscivano pi a
fargli muovere un passo. Poi s'impenn e per
poco non azzann il viso di uno dei due arabi
che, perduto l'equilibrio a quella mossa improvvisa,
cadde a terra con un urlo che mosse le
risa di un gruppo di arabi che si erano riuniti
per osservare le consuete bizzarrie serali di quel
terribile baio. Il domestico francese, che intanto
era comparso di dietro la tenda, si avvicin all'uomo
che si era rialzato e aveva tentato di
riafferrare la testa del cavallo, per dirgli qualche
parola; poi si volt verso Diana sorridendo.
- Hanno fatto bene, signora, a mettergli
nome Shaitan(2) perch  certamente indemoniato. -
E cos dicendo le indicava il cavallo il quale,
proprio in quel momento, con un balzo violento
si liberava dai due uomini, per correre verso il
margine dell'oasi seguito dagli arabi che urlavano.
- Lo prenderanno gli uomini a cavallo, -
aggiunse ridendo, quasi in risposta a un'esclamazione
di sorpresa, che era sfuggita a Diana.
- Ma lo fa per divertirsi, per allegria, oppure
 proprio vizioso?
-  proprio vizioso, signora. Ha gi ucciso
tre uomini. -
Diana guard l'uomo con aria incredula, perch
egli aveva parlato con la massima indifferenza;
ed esclam indignata:
- Bisognerebbe ammazzarlo.
- Monsignore gli vuol bene, - rispose il
domestico con calma, stringendosi nelle spalle.
E cos, perch Monsignore gli voleva bene,
quella bestia viziosa era circondata da ogni cura
in modo che il suo padrone potesse esser soddisfatto.
Evidentemente la vita dei suoi odiosi seguaci
aveva, per lui minor valore di quella del
suo cavallo favorito! Ci andava perfettamente
d'accordo con quella crudelt che aveva personalmente
sperimentata. Quello che ieri non
avrebbe creduto, le pareva oggi terribilmente credibile.
Il coraggio che era risorto in lei per effetto
della sensazione di sollievo dovuta all'assenza
dello sceicco, scompariva rapidamente,
cos rapidamente come il globo infiammato del
sole andava abbassandosi verso l'orizzonte. Si
distrasse dai suoi orribili pensieri guardando altri
cavalli che venivano condotti verso l'estremit
opposta dell'oasi dove erano tese le corde
per attaccarli.
- Questi cavalli sono magnifici; per sono
pi grandi di tutti i cavalli arabi che ho visto.
-  una razza speciale, signora, - rispose il
francese. - Da diverse generazioni la trib 
famosa per questi cavalli. I cavalli di Monsignore
sono conosciuti in tutti gli Stati dell'Africa settentrionale
e perfino in Francia, - aggiunse con una punta d'orgoglio nella voce.
Diana lo guard attentamente. Ogni volta che
nominava il suo padrone, c'era nella sua voce
un'inflessione di profonda devozione della quale
non poteva credere meritevole quel bruto che la
faceva soffrire. Ma le sue meditazioni furono interrotte
bruscamente.
- Ecco Monsignore, - disse il domestico improvvisamente, con un tono di
voce come se anche
Diana dovesse esser contenta di quella notizia.
S'immaginava forse che si trovasse l di sua
spontanea volont? Oppure era ipocrisia, una
manifestazione di quell'ipocrisia che la circondava?
Ella gett uno sguardo sui cavalieri che
stavano attraversando la cintura di palme e sent
che sudava freddo dalla testa ai piedi. Si ritrasse
verso la tenda, furiosa contro quella paura
che s'impadroniva di lei e che non riusciva a
dominare. Ma oltrepassato appena l'ingresso si
ferm; nemmeno la sua paura l'avrebbe fatta
andare pi avanti! Lo avrebbe incontrato l e
non rannicchiata nella stanza pi recondita come
una povera bestia rintanata nell'angolo pi lontano
della sua gabbia. Le rimaneva almeno quest'orgoglio.
Standosene sotto la tenda, osserv l'arrivo dei
cavalieri nel piazzale. Il cavallo montato dallo
sceicco era un morello nero come il carbone, e
Diana guard con rabbioso disprezzo il mantello
lucente di quello splendido animale e le vesti
bianche del padrone.
Bianco e nero! Bianco e nero! Ciarlatano!
mormor a denti stretti.
Ma quando egli balz a terra, svanirono dalla
sua mente tutti i pensieri, tranne il terrore che
quell'uomo le incuteva. Rimase senza fiato; il
cuore le batteva furiosamente dandole un vero
dolore fisico.
Lo sceicco s'indugi a carezzare il grande cavallo
nero, e poi lo segu con lo sguardo mentre
lo conducevano via, pur continuando a parlare
con un giovane arabo che lo accompagnava.
Finalmente si volt e si diresse lentamente verso
la tenda. Si ferm all'ingresso per parlare col
francese. Era veramente una figura pittoresca e
barbarica-, con le sue vesti ampie e ondeggianti
e il grande mantello bianco; il profilo del suo
viso magro spiccava nettamente contro il cielo
illuminato dal sole cadente, l'aria grave e altera
dei suoi lineamenti acquistava maggior rilievo
per il suo atteggiamento arrogante e dominatore.
Nel parlare, moveva le mani con gesti rapidi
ed espressivi, ma la voce era lenta, piana,
profonda e musicale e, nonostante la sua dolcezza,
decisamente autoritaria. Indic con la
mano tesa e ferma qualche cosa che ella non
pot vedere, e poi ridendo si volt per entrare
nella tenda.
Diana si sent rabbrividire e abbass gli occhi;
non voleva guardarlo, non voleva incontrare
il suo sguardo. La sua presenza la offendeva;
il rossore della vergogna le infiammava il viso.
Ogni sua fibra protestava contro quell'uomo e
ne aborriva la vicinanza. Desider ardentemente
di morire. Si scosse febbrilmente e serr le labbra
tremanti tra i denti mentre i riccioli biondi
le si appiccicavano alla fronte bagnata di sudore
freddo. Il petto le si sollevava affannosamente,
il cuore le batteva con furiosa rapidit; pure si
teneva orgogliosamente eretta. Lo sceicco s'inoltr
nella tenda a lunghi passi silenziosi.
- Spero che Gastone si sia occupato di voi
come si conviene e vi abbia dato tutto quello
che desideravate, - disse con aria disinvolta,
fermandosi presso un tavolino per accendere una
sigaretta.
Il tono delle sue parole e le sue maniere erano
di una compassatezza e di una freddezza straordinarie.
Diana era preparata a tutto, ma non
a una simile indifferenza in una condizione che
era intollerabile. Egli aveva parlato con una
espressione di rammarico quale sarebbe convenuta
a un ospite che avesse voluto scusare la
propria inevitabile assenza. Alla paura successe
la collera; Diana s'irrigid e strinse i pugni.
- Non  ancora ora di finirla? Non  abbastanza
quello che avete fatto? - gli grid in un
impeto di collera appassionata. - Perch quest'offesa? -
Un sottile filo di fumo si sollev verso di lei,
come se la mano che teneva la sigaretta si fosse
mossa nella sua direzione, con un gesto come
quello che aveva notato in lui prima che entrasse
nella tenda; nessuna risposta. Quel silenzio
la rese furibonda e le fece perdere ogni
ritegno.
- Credete forse di potermi tenere qui, sciocco
che siete! Credete che io possa sparire nel deserto
senza che se ne sappia niente, senza che
si facciano delle ricerche?
- Non si faranno ricerche, - rispose egli con
calma.
Diana piant i talloni sul soffice tappeto ed
esclam furibonda:
- Vi dico che si faranno delle ricerche. Non
sono una persona di tanto poco conto che nessuno
debba occuparsi della mia scomparsa. Le
Autorit inglesi obbligheranno il Governo francese
a trovare i responsabili, e voi pagherete per
ci che avete fatto. -
Lo sceicco si mise a ridere; era lo stesso riso
contenuto e sardonico che il giorno innanzi aveva
suscitato in lei quello strano senso di paura.
- Il Governo francese non ha giurisdizione
su di me. Sono un capo indipendente, padrone
di me e delle mie azioni. Non riconosco nessun
Governo. La mia trib obbedisce a me e solamente
a me. -
Le dita tremanti di Diana riuscirono a trovare
il fazzoletto; si asciug le mani bagnate
di sudore.
- Appena notata la mia scomparsa.... - ricominci
con disperata energia cercando di conservare
il suo atteggiamento fiero mentre sentiva
che il coraggio stava per abbandonarla.
- La vostra scomparsa, non sar notata ancora
per molto tempo; e quando ci avverr sar
troppo tardi! - interruppe egli seccamente.
- Troppo tardi? Che cosa volete dire?
- I vostri stessi progetti vieteranno per qualche
tempo ancora che siano effettuate delle ricerche. -
Si ferm e accese un altro fiammifero. Per
poco, questo lieve, insignificante incidente, non
fece cedere i nervi di Diana ormai tesi all'estremo.
Si port le mani alla testa per cercar
di contenere e di arrestare il battito furioso delle
tempie.
- Avete assoldato una carovana, di cui Mustaf
Al doveva essere il capo e la guida, -
continu lo sceicco, con voce calma e piana -
per compiere nel deserto un viaggio di un mese.
Siete partita da Biskra, ma era vostra intenzione
di dirigervi verso nord, dopo un certo
tempo, di andare a Orano e di porre in libert
la carovana in quest'ultima citt. Da Orano dovevate
andare a Marsiglia, da Marsiglia a Cherbourg,
dove vi sareste imbarcata per l'America
per seguire vostro fratello che  gi partito. -
Diana lo ascoltava senza fiatare, con un'espressione
di spavento negli occhi, che si faceva sempre
pi intensa. La voce lenta, indifferente, dello
sceicco, che esponeva i particolari del suo itinerario
con la calma caratteristica della certezza
assoluta, le incuteva un tale terrore che aveva
voglia di mettersi a urlare. Si pieg un poco in
avanti con gli occhi fissi sulla striscia indefinita
di deserto e sul pezzo di cielo chiazzato
d'oro che si scorgeva dall'apertura della tenda;
ma non vide nulla; n le sterminate ondulazioni
sabbiose n il superbo tramonto nel cielo
infiammato.
- Come sapete tutto ci? - sussurr con le
labbra aride e tremanti.
- Volevo saperlo.  stata una cosa semplicissima.,
- rispose egli con perfetta indifferenza.
E di nuovo un esile filo di fumo si sollev dinanzi
al viso di Diana.
Il sangue le riboll nelle vene.
-  del denaro che volete? Mi tenete qui
per farmi pagare il riscatto? -
Ma la sua voce andava facendosi sempre pi
debole; le ultime parole furono pronunziate
quasi impercettibilmente, e non ci fu bisogno che
lo sceicco rimanesse in silenzio perch si convincesse
che non era questione di riscatto. Aveva
parlato soltanto per cercar di soffocare quel suo
interno convincimento che si faceva sempre pi
saldo, nonostante i suoi sforzi. Teneva le mani
giunte in una stretta disperata e gli occhi fissavano,
sempre senza, veder nulla, quel magnifico
tramonto. Si sentiva stordita, senza speranza,
come un fuggitivo inseguito, che fosse
capitato in una via senza uscita, circondato da
tutte le parti; non c'era via di scampo. Si torse,
convulsa, le mani, presa da un tremito fortissimo.
A un tratto le balen in mente un debole
raggio di speranza.
- Mustaf Al, oppure qualche altro uomo
della carovana, pu gi aver dato l'allarme a
Biskra.... se non li avete ammazzati tutti, -
sussurr improvvisamente.
- Non li ho ammazzati tutti, - ribatt egli
brevemente - ma Mustaf Al non dar l'allarme
a Biskra.
- Perch? - domand Diana.
Aveva cercato di non parlar pi, ma la domanda
le era sfuggita per un impulso cui non
aveva potuto resistere; e aspett con acuta impazienza
la risposta. Le venivano in mente tutti
i racconti che aveva udito circa la spietata crudelt
degli arabi. Quale era stata la sorte del
suo disgraziato capocarovana? Chiuse gli occhi;
aveva la gola inaridita.
- Non c' stato bisogno di ammazzare nessuno,
- riprese lo sceicco in tono sarcastico.
- Quando mi conoscerete meglio, vi persuaderete
che non mi affido mai troppo alla sorte.
Tutto  nelle mani di Allah; benedetto sia il
suo nome. Benone! Ma  meglio tener presente
che Allah non si occupa delle faccende degli
uomini, e regolarsi in conseguenza. Se in questa
faccenda mi fossi affidato alla sorte, molto probabilmente
qualche assassinio ci sarebbe stato,
come dite voi, per quanto noi, nel deserto, non
diamo a simili fatti il nome di assassinio.  stata
proprio una cosa molto semplice. Voyons! Voi
avete pagato Mustaf Al, perch vi facesse da
guida nel deserto; io gli ho dato pi di quello
che gli avete dato voi, perch vi conducesse a
me. L'ho pagato tanto bene che egli  contentissimo
di non tornare pi a Biskra, dove potrebbero essergli fatte
delle domande spiacevoli,
e va in un'altra regione dove potr ugualmente
rendersi utile, dove nessuno lo conosce
e dove si potr fare di nuovo una buona reputazione
come guida e capocarovana. -
Segu un istante di silenzio. Diana si sentiva
soffocare; si port le mani brancolanti alla gola.
Dunque ci che era avvenuto non era stato un
incontro fortuito del quale il capo arabo aveva
tratto partito; ma, al contrario, era stata una
impresa organizzata fin dal principio per impadronirsi
di lei, per recarle offesa. Fin da quando
era partita da Biskra, era stata vittima di un
tranello.
Strinse i denti rabbiosamente. La sua guida
sottomessa, ossequiosa e melliflua, l'aveva condotta
non verso la direzione decisa a Biskra., ma
verso l'uomo che l'aveva pagata perch mancasse
alla propria parola e alla fiducia riposta
in lui. Lo sguardo sfuggente di Mustaf Al, il
suo desiderio di farla partire presto dall'oasi
dove avevano sostato a mezzogiorno, il suo accento,
tutto si spiegava.
Aveva fatto bene la sua parte. L'ultima scena,
quella ferita, immaginaria che l'aveva lentamente
fatto cadere gi dalla sella, era stata un capolavoro,
pensava Diana con profonda amarezza.
Non era stato trascurato nulla perch l'impresa
riuscisse. Il cavallo che le era stato dato era un
cavallo dello sceicco, senza dubbio, e abituato
al suo fischio. Perfino la rivoltella era stata
manomessa senza che se ne accorgesse. Non
aveva sbagliato il colpo, come aveva creduto. Si
ricord del rumore e della fugacissima visione
che l'avevano colpita a Biskra, all'albergo. Qualcuno,
forse lo stesso Mustaf Al, oppure uno dei
suoi uomini, doveva essere entrato nella sua camera
per sostituire le cartucce con cartucce a
salve. L'ipotesi che Aubrey cambiasse idea e
l'accompagnasse era pure stata prevista, perch
infatti lo sceicco si era fatto scortare da un buon
numero dei suoi seguaci per vincere ogni resistenza
che fosse stata opposta al suo attacco.
La rete nella quale si era sentita presa nel
pomeriggio le sembrava adesso inestricabile; le
sembrava che si stringesse sempre pi e che la
soffocasse. Fece uno sforzo per respirare. Il sole
cadente infiammava il cielo con i suoi ultimi
raggi. Si fece coraggio e con uno sforzo tremendo
domand con voce debole:
- Perch avete fatto questo? -
Poi, per un istante, il suo cuore rimase calmo,
mentre gli occhi le si dilatavano dal terrore. Lo
sceicco le si era avvicinato ed ella aspett rassegnata,
agonizzante, finch egli l'afferr, e la
premette contro di s obbligandola a rovesciare
indietro la testa sul braccio col quale la ghermiva.
- Perch vi desideravo ardentemente. Perch
un giorno, a Biskra, quattro settimane fa, vi ho
veduta per un momento, quanto  bastato perch
sentissi che vi volevo. E io mi prendo quello
che voglio. Foste come un giocattolo nelle mie
mani. Tutto il resto mi fu facile. -
Diana, teneva gli occhi chiusi, e le sue lunghe
ciglia nere tremavano sulle guance pallide. Non
poteva vederlo, ma sent che egli la stringeva
sempre di pi e poi che la baciava furiosamente
sulla bocca. Lott freneticamente, ma non poteva
difendersi; egli rideva e la baciava appassionatamente
sulle labbra, sugli occhi, sui capelli.
Sembrava perfettamente calmo; ma ella
sentiva battere pesantemente il cuore di lui contro
la guancia che gli premeva sul petto, e comprese
vagamente quale passione avesse suscitato.
Aveva avuto una prova della sua forza tremenda.
Si rese conto, da ci che le aveva detto, che egli
non riconosceva altre leggi che i suoi desideri
ed era pronto a far qualunque cosa pur di soddisfarli.
Sapeva che la propria vita era nelle
sue mani, che poteva spezzarla come un giocattolo
con le brune dita d'acciaio; e si sent, a un
tratto, pietosamente debole e impaurita.. Era
completamente in suo potere, non poteva contare
che sulla sua piet, la piet di un arabo spietato.
Cedette, rassegnata-, e rimase immobile tra le
sue braccia. Era pervenuta al colmo della degradazione;
egli non poteva farle niente di pi
di quanto le aveva fatto. Non era pi in grado
di lottare; era disfatta, sfinita. Una fredda disperazione
la prese e con essa una sensazione
strana: le pareva che ci che le avveniva non
fosse vero, che fosse un incubo orribile dal quale
doveva svegliarsi; la realt le sembrava troppo
impossibile, l'avvenimento troppo teatrale.
Perfino quell'uomo che la teneva tra le sue
braccia era un mistero. Non le riusciva di conciliare
la sua persona e la pompa barbarica in
cui viveva con le prove di raffinatezza e di cultura
dei suoi libri. Quella studiata disposizione
degli addobbi la metteva nell' imbarazzo; era
strana in un luogo come quello! Una dozzina
di cose assurde, inesplicabili, discordanti, che
aveva notate durante tutta la giornata le si affollavano
alla mente; le girava la testa. Non
aveva pi la forza di pensare; era troppo stanca
per pensare; era sfinita di corpo e di mente.
E con la disperazione la prese una specie di indifferenza.
Aveva sofferto tanto che ormai non
c'era nulla che potesse avere importanza.
Le robuste braccia che la serravano la stringevano
sempre pi.
- Guardami! - egli disse con la voce dolce
e lenta che contrastava stranamente col suo perfetto
francese.
Ella rabbrivid; le sue nere ciglia tremarono.
- Guardami! - ripet la voce sempre ugualmente
lenta e dolce; ma c'era questa volta in
essa un' inflessione che non ammetteva indugio.
Ventiquattr'ore prima, Diana Mayo non conosceva
il significato della parola paura e
non aveva mai, in tutta la sua vita, obbedito a
nessuno contro la sua volont, ma quelle ultime
ventiquattr'ore valevano per lei come degli anni
di obbedienza! Per la prima volta la sua volont
si era trovata di fronte a una volont pi forte
della sua, per la prima volta aveva avuto a che
fare con un'arroganza pi grande, con una risolutezza
pi salda. Per la prima volta aveva incontrato
un uomo che non si era piegato ai suoi
desideri, un uomo che un suo sguardo non era
riuscito a trasformare in uno schiavo volenteroso.
Nelle poche ore che erano trascorse aveva provato
che cosa fosse la paura, una paura terribile,
che la lasciava in preda a una morbosa
apprensione; imparava a obbedire. Cos, ormai
sottomessa, si fece forza e alz gli occhi verso di
lui mentre il rossore della vergogna le tingeva
lentamente le guance. Gli occhi neri, appassionati,
dello sceicco bruciavano come fiamma ardente.
Le sue braccia che la stringevano erano
come strisce di fuoco intorno al suo corpo. Il suo
contatto era per lei come una tortura. Indifesa,
come una fiera presa al laccio, restava stretta
in quella morsa, tremante, palpitante, con i
grandi occhi fissi sul suo viso, contrariamente
al loro volere. Affascinata, non riusciva a distoglierli
da lui, e l'immagine del bel viso bruno,
con gli occhi ardenti, con la bocca crudele, col
mento energico, le bruciava il cervello come un
ferro rovente. L'odore indefinito, tenue, di tabacco
turco di qualit rara, che egli diffondeva,
l'avvolgeva tutta. Lo aveva sentito anche il
giorno innanzi, quando l'aveva tenuta stretta
tra le braccia durante quella selvaggia cavalcata
attraverso il deserto.
Egli le sorrise improvvisamente.
- Bon Dieu! Non sapete quanto siete bella! - mormor.
Ma sembr che il suono della voce di lui rompesse
l'incanto che la teneva muta. Ricominci
a dibattersi per svincolarsi dalla sua stretta.
- Lasciatemi andare! - gridava con voce lamentosa.
Con queste parole implorava da lui che la lasciasse
libera per sempre; ma egli finse di averla
fraintesa. La fiamma della passione scomparve
dai suoi occhi per cedere il posto a un'espressione
d'ironica malizia.
- Abbiamo tanto tempo quanto ne vogliamo.
Gastone  un domestico discretissimo. Quando
verr lo udremo, - disse ridendo.
Ma Diana insistette col coraggio della disperazione.
- Quando mi lascerete andare? -
Allora egli, con un'esclamazione d'impazienza,
l'allontan da s rudemente, and a gettarsi sul
divano, e accesa un'altra sigaretta, prese una
rivista che stava su uno sgabello presso di lui.
Ella si mordeva le labbra per reprimere i singhiozzi
isterici che le venivano alla gola, e facendosi
forza, con i pugni serrati, gli si avvicin
dicendogli:
- Dovete dirmelo. Dovete saperlo. Quando mi
lascerete andare? -
Lo sceicco volt deliberatamente una pagina
della rivista che stava leggendo e fece cadere la
cenere della sigaretta prima di alzare la testa
verso di lei. La squadr lentamente dalla testa
ai piedi con un tale cipiglio che Diana si sent
gelare il sangue nelle vene.
- Quando sar stanco di voi. - disse freddamente.
Tremando, inciampando a ogni passo, con un
gemito soffocato, Diana si diresse verso l stanza
interna; ma giunta presso alla tenda di separazione,
fu fermata dalla voce di lui. Aveva gettato
via la rivista e se ne stava supino sul divano,
in una posa indolente, con la testa appoggiata
sulle mani intrecciate.
- Siete proprio un bel ragazzo; - le disse
allegramente con un sorrisetto sulle labbra -
ma a Biskra non ho mica veduto un ragazzo!
Mi comprendete? -
Oltrepassata la tenda, la fanciulla rimase per
un momento immobile, tutta agitata, col viso
nascosto tra le mani. S; aveva compreso, aveva
compreso perfettamente. Ormai era stata obbligata
a capire. Quello era l'ordine di un uomo
pronto a farsi obbedire con la violenza, l'ordine
di farsi pi attraente, dato da un uomo
che la teneva in suo potere, che la guardava
come nessuno aveva mai osato guardarla, sottoponendola
cio a un esame che le faceva maggiormente
sentire di essere donna e le dava l'impressione di essere una
schiava esposta al mercato
per la vendita. Quell'ordine voleva dire
tante cose.
Doveva dunque abbandonare quell'abito maschile
che in certa guisa, le infondeva coraggio,
e sostituirlo, per soddisfare il capriccio di quel
selvaggio, con vesti femminili che avrebbero posto
in rilievo le sue forme delicate e la non comune
bellezza del suo viso.
Si avvicin alla toeletta trascinandosi lentamente
e guard con doloroso risentimento quella
faccia bianca e quegli occhi stanchi che si riflettevano
nello specchio. Le sembrava una faccia
sconosciuta. Si ricord delle parole di Aubrey;
quale terribile ironia! Quella sera non si
sarebbe abbigliata per propria soddisfazione! Il
suo viso e pi ancora i suoi occhi si riempirono
di collera, ma sotto la collera si celava la paura.
A ogni rumore che veniva dalla stanza vicina,
trasaliva; le sue mani bagnate di sudore freddo,
non riuscivano, quasi, a compiere il loro ufficio.
Odiava lui, odiava se stessa, odiava quella bellezza
che era stata causa di un tale orrore. Si
sarebbe ribellata, se avesse osato farlo; ma intanto
istintivamente si affrettava a prepararsi;
a tal punto, ormai, era stata ridotta dalla paura.
Ma quando fu pronta non si mosse dalla toelette.
La paura l'aveva costretta ad affrettarsi,
ma il suo orgoglio, non ancora domato, non le
permetteva di far di pi. Si guard di nuovo
allo specchio, e contemplando il suo viso pallido
aggrott le ciglia; alla sua ostinazione si univa
adesso un'altra sofferenza. Avrebbe dovuto
esporsi al suo sguardo canzonatorio con le labbra
pallide e gli occhi come quelli di un cane
bastonato? Non aveva, dunque, nemmeno il coraggio
di nascondere quella paura, commista al
sentimento di disprezzo per se stessa, che la invadeva?
La collera le fece affluire il sangue alle
guance; si curv sullo specchio con un mormorio
di soddisfazione per il risveglio della propria
energia; ma le si serr la gola mentre le dita si
aggrappavano all'orlo della toelette, quando vide
comparire, dietro alla sua testa, l'immagine
bianca dello sceicco.
Questi stava dietro di lei. Era entrato con
quel suo modo di camminare silenzioso che aveva
gi notato. La fece voltare verso di s per guardarla
in viso; sotto quello sguardo pieno di
ammirazione ella si contorceva, fremente, cercando
di stargli quanto pi lontano le consentiva
la sua stretta. Tenendola ferma con una
mano, le sollev con l'altra il mento e le disse
sorridendo:
- Non siate cos spaventata. Non desidero
nulla di terribile; soltanto un po'd'acqua e un
po'di sapone. Credo che anche a un arabo sia
permesso di lavarsi le mani! -
Diana si sent punta da quella voce ironica
che la scherniva per la sua paura; ma non rispose,
ed egli, ridendo e scrollando le spalle,
la lasci libera, prese un rasoio che era sulla
toelette e si diresse lentamente verso la stanza
da bagno.
La fanciulla, con le guance in fiamme, si precipit
fuori della stanza. Il modo di comportarsi
dello sceicco non avrebbe potuto essere pi semplice
e naturale se fosse stato suo marito da una
dozzina d'anni. Lo attese con l'animo agitato
da mille sentimenti; ma egli, rientrando in
quella stanza dove gi Gastone era pronto a servire
il pranzo, aveva ripreso l'atteggiamento di
ospite freddo e cortese che aveva assunto quando
era arrivato. Era in ritardo di qualche minuto
e, sedendosi di fronte a lei, se ne scus con molta
gravit.
Lo sceicco persistette in quell'atteggiamento
durante tutto il pranzo; e Diana, sotto gli occhi
osservatori del domestico, si sforz di rispondere
alla sua facile conversazione.
Parlava specialmente del deserto e degli sport
che esso consente come se avesse studiato i gusti
di lei e scelto quell'argomento per farle piacere.
Parlava bene; quello che diceva era interessante
e dimostrava perfetta conoscenza dell'argomento;
in qualsiasi altra occasione Diana
lo avrebbe ascoltato assorta e affascinata; ma
ora la sua voce dolce e lenta., la sua parola ricercata,
non facevano che accrescere la stranezza
della situazione. La parte di ospite volontaria
che egli la costringeva a rappresentare era superiore
alle sue forze; stare tranquillamente seduta
e prender parte alla conversazione, metteva
a dura prova la sua pazienza e la sua tolleranza.
Per di pi, sentiva che egli la osservava continuamente;
ogni volta che, sebbene riluttante,
lo sguardo di lei era attratto dal suo viso, incontrava
gli occhi neri e ardenti di lui che la
fissavano con una intensit che le torturava i
nervi.
La sensazione che provava le fece ricordare
uno spettacolo al quale aveva assistito in un
circo, a Vienna; una domatrice di leoni aveva
chiuso il suo numero, eccezionalmente pericoloso,
pranzando nella gabbia dei leoni circondata
da belve ruggenti, assai diverse dai soliti
animali mezzi addormentati e narcotizzati che
si vedono di solito nei serragli.
Spinta dalla sua passione per gli animali,
Diana era andata insieme con Aubrey a vedere
i leoni appena terminato il numero e, mentre
accarezzava alcuni leoncini che le avevano
portato a vedere, aveva chiacchierato con la domatrice,
una ragazza della sua et. Questa si
era mantenuta fredda e riservata finch, avendo
compreso dalle amichevoli maniere di Diana, che
le sue domande erano provocate da reale interesse
e non da pura curiosit, aveva cambiato
contegno con rapidit sorprendente, aveva accettato
le sigarette offertele e aveva condotto
Diana a vedere i suoi leoni, che erano stati
chiusi per la notte.
Diana era andata in su e in gi davanti a
quelle gabbie strette, guardando quelle belve ancora
agitate dallo spettacolo al quale avevano
fatto parte, strofinando la propria guancia sul
morbido pelame della testa di un leoncino che
teneva tra le braccia e sorridendo perch la bestiola
mezzo addormentata faceva le fusa come
un gatto.
- Non avete mai paura? - domand improvvisamente.
- Non durante il vostro numero
ma alla fine, quando pranzate sola con le
belve? -
La ragazza si strinse nelle spalle, soffi un
po' di fumo sul viso del leoncino, e alzando appena
un poco gli occhi da quel piccolo corpo
giallastro rispose seccamente:
- Non si gusta molto quello che si mangia! -
E cos accadeva ora a Diana. Aveva mangiato
macchinalmente tutto quello che le era stato
posto davanti, ma senza sentirne il sapore. La
sua mente era occupata da un unico pensiero
che ne scacciava qualunque altro: nascondere a
quegli occhi, che la scrutavano continuamente,
la paura che la dominava e che aumentava sempre.
Durante il pranzo aveva notato che il domestico
mesceva soltanto a lei il leggero vino
francese che aveva portato. Mentre i suoi occhi
si posavano sul bicchiere vuoto dello sceicco,
questi, che aveva sorpreso quello sguardo, sorrise
e le fece un leggero inchino.
- Scusatemi. Non bevo vino.  la mia unica
virt, - disse con un improvviso lampo negli
occhi che fece arrossire Diana, la quale aveva
subito abbassato lo sguardo sul piatto.
Aveva dimenticato che era un arabo.
Il pranzo le parve interminabile e nello stesso
tempo desiderava che non finisse mai. Finch il
domestico rimaneva nella stanza, sarebbe stata
sicura; l'idea che egli se ne sarebbe andato le
metteva i brividi. Al momento del caff si precipit
nella stanza un enorme cane, il quale per
poco non aveva gettato a terra il domestico tentando
di precederlo mentre questi stava entrando
nella tenda. And ad appoggiare il lungo muso
grigio sulle ginocchia del padrone con manifesti
segni di piacere; poi si volt verso Diana
ringhiando. Ma cess quasi subito, pose a terra
le zampe, si avvicin a Diana fiutandola, e poi,
dopo averla guardata un momento, le appoggi
la grossa testa sulle ginocchia.
-  un onore che vi fa! - disse ridendo lo
sceicco. - Kopec fa difficilmente amicizia. -
Ella non rispose. La risposta, se appropriata,
avrebbe provocato da parte di lui una replica
arguta o severa che non desiderava; rimase
perci silenziosa, e si mise ad accarezzare il ruvido
pelame del cane. Col cuore sempre pi oppresso
indugi quanto le fu possibile nel prendere
il caff, finch, non avendo alcun altro
pretesto per rimanere a tavola, si alz di scatto
con un breve sospiro.
Da qualche minuto lo sceicco, che aveva gi
sorbito il caff, non faceva parola. Non fece alcun
commento quando vide Diana alzarsi da tavola,
e and a gettarsi sul divano seguito dal
cane, che era tornato vicino a lui appena si era
mosso.
Diana si volt verso la piccola libreria per
cogliere una favorevole occasione di rimanere
in silenzio, e prese un libro a caso. Non vedeva
neppure quello che guardava, ma non se ne curava;
pregava Iddio che la facesse rimanere sola
e che egli continuasse a tacere.
Gastone stava sparecchiando la tavola; quando
ebbe finito, si ferm a parlare col padrone.
Diana ud le parole: le petit scheik; ma non
pot comprendere il resto, perch la conversazione
si svolgeva in arabo.
Lo sceicco aggrott la fronte con un gesto di
noia, poi fece un cenno di assenso e il domestico
usc dalla stanza.
Pochi momenti dopo una voce che ella non
aveva mai udita le fece alzare la testa.
Il giovane arabo, che era giunto a cavallo con
lo sceicco poche ore prima, stava in piedi presso
al divano. Gli occhi ardenti che la osservavano
sempre, incontrarono i suoi; e lo sceicco, accennando
il giovane con la mano che teneva la sigaretta,
disse per presentarlo:
- Il mio luogotenente Yusef; un figlio del
deserto che ha l'anima di un flneur. Il suo
corpo  qui con me, ma il suo cuore  sui trottoirs
di Algeri. -
Il giovanotto, un bel ragazzo di alta statura,
si mise a ridere e fece un profondo saluto
all'orientale; poi si raddrizz in una posa superba,
finch una parola dello sceicco, richiamandolo
al motivo della sua visita, non gli fece
rapidamente cambiare il suo atteggiamento da
fanfarone in una deferenza ossequiosa, il cui significato
non sfugg a Diana. Quando voleva
l'arabo poteva essere alla buona con la sua
gente, ma la teneva bene in pugno.
Diana osserv il luogotenente mentre stava in
piedi davanti al suo capo. Era alto e sottile come
una fanciulla, con un'aria di languida indolenza
che era indubbiamente una posa, perch svaniva
a mano a mano che parlava. Il viso era singolarmente
bello, con un mento energico che gl'impediva
di essere troppo femmineo. Il giovanotto
sapeva di esser bello e teneva a mettere in mostra
i suoi pregi; ma era evidente che in quel
momento aveva una gran paura del suo capo e
che le notizie che portava non erano accolte con
piacere.
Diana li osservava attentamente attraverso le
lunghe ciglia. Il giovanotto era molto loquace,
gestiva molto e qualche volta s'inchinava servilmente
al suo capo. Lo sceicco stava quasi sempre
zitto, limitandosi a dire qualche parola di
tanto in tanto; per il suo cipiglio si faceva sempre
pi fiero. Alla fine si alz con un movimento
d'impazienza, e uscirono insieme dalla
stanza, seguiti dal cane.
Diana rimase seduta sullo spesso tappeto
presso la libreria. Per un momento era di nuovo
sola, libera da quegli occhi scrutatori che la bruciavano
come fiamma, libera da quella presenza
odiosa. Lasci cadere la testa sulle ginocchia
sollevate, mentre un debole lamento di stanchezza
le usciva dalle labbra. Per un momento
non aveva bisogno di reprimere il sentimento di
sconforto e di afflizione che la invadeva con violenza.
Era stanca di mente e di corpo, esaurita dalle
commozioni che l'avevano scossa fino a che non
aveva compreso che, qualunque cosa potesse accadere
in avvenire, la Diana del giorno innanzi
era morta; era sorto in lei un essere nuovo,
strano e sconosciuto, nel quale non aveva fiducia.
perch dubitava della possibilit di perseverare
in quella lotta cui era decisa. La sua
vecchia coraggiosa personalit non aveva mai
ceduto di fronte a niente; questa nuova che era
sorta adesso, cos timida e paurosa, non le dava
alcun affidamento. Non aveva pi fiducia in se
stessa e aveva di s un inesprimibile disprezzo.
La forza che le rimaneva non bastava a dominare
la paura che si era cos potentemente impadronita
di lei. Poteva soltanto tentare di nasconderla
per negare allo sceicco almeno questa
soddisfazione! Si era trascinata ai suoi piedi
una volta ed egli se ne era divertito. Ne aveva
riso! Sarebbe morta piuttosto che dargli novamente un simile divertimento. Non potrebbe mai
cancellare il ricordo della propria codardia ed
egli l'avrebbe ricordata sempre al pari di lei;
avrebbe potuto per espiarla se ne avesse avuta
la forza. E preg Iddio che le concedesse una
tal forza, finch un singhiozzo non la scosse
tutta.
Volgendosi un poco, dopo essersi ricacciati indietro
i capelli che le cadevano sulla fronte,
guard la stanza dietro di s, vuota. Dalla mattina
aveva subito ai suoi occhi quell' indefinibile
cambiamento che si verifica sempre quando
si rimane qualche ora in una stanza prima
ignota. Se l'avesse abbandonata adesso, senza
rivederla mai pi per tutta la vita, non ne
avrebbe dimenticato un solo particolare! Le sue
caratteristiche le erano divenute cos familiari
come se le ore che vi aveva trascorse fossero
state anni. Ieri, cio il giorno in cui quella povera
stupida di Diana Mayo era corsa come una
cieca incontro al tranello da cui la sua vantata
indipendenza non aveva potuto salvarla, era passato
da anni! Aveva pagato caro il non aver
voluto sapere quali restrizioni le imponesse il
suo sesso, e non aveva ancora finito di pagare.
Il suo corpo stanco si rifiutava alla lotta che
doveva ricominciare cos presto. Se almeno egli
l'avesse risparmiata fino a che non fosse diminuita
quella stanchezza che la paralizzava e la
rendeva impotente! Ud la voce di lui e le sue
dita agghiacciate afferrarono il libro che era caduto
al suolo. I tappeti spessi smorzavano il
rumore dei passi, ma ella ud che era entrato
e si era messo sul divano dove era seduto prima.
Sent che la stava guardando, sent i suoi occhi
fissi sopra di s e la consapevolezza di quello
sguardo la fece rabbrividire. Aspett, tremando;
che egli parlasse o si movesse. I suoi metodi di
tortura, pensava con amarezza, erano di vario
genere. Dietro alla tenda, laggi dove stavano
i suoi uomini, si sentiva battere il tamburo, e
quel ritmo irregolare pareva le martellasse il
cervello producendole un dolore da farla gridare.
- Venite qua, Diana. -
Trasal, e sul momento quasi non riconobbe
il proprio nome pronunziato alla francese(3) poi
arross dalla rabbia, non rispose e non si mosse.
Era una cosa di nessuna importanza, in confronto
a tutto quello che le aveva fatto; pure il
sentirsi chiamare per nome rieccit la collera
che era quasi soffocata dalla paura. Il tono da
padrone che era nella voce di lui fece risorgere
la sua innata ostinazione. Non era sua, non era
quindi obbligata a obbedire alla sua chiamata.
Ci che egli voleva potrebbe prenderselo, ma non
glielo avrebbe mai dato spontaneamente. Rimase
seduta con le mani strette in grembo; respirava
affannosamente, gli occhi avevano un' intensa
espressione di sgomento.
- Venite qua, - ripet egli con voce dura.
Diana continu a non darsene per intesa; la
faccia di lui, che non poteva scorgere, stava
diventando pallidissima.
- Non sono abituato a tollerare che si disobbedisca
ai miei ordini! - disse egli lentamente.
- E io non sono abituata a ricevere ordini! -
rispose Diana con fierezza, sebbene le tremassero
le labbra.
- Imparerete! -
L'accento sinistro della voce dello sceicco le
fece perdere quasi tutto il coraggio.
Diana si accasci al suolo, in uno spasimo
atroce, sorpresa da quello stesso senso di orrore
che l'aveva invasa la sera prima irresistibilmente,
paralizzandola. Attendeva, ascoltava,
agonizzava; e intanto il rumore del tam-tam si
faceva sempre pi forte. Ma non era piuttosto
il sangue che le pulsava nelle tempie? Con un
grido soffocato balz in piedi improvvisamente,
e indietreggi, per allontanarsi da lui, fin contro
la parete della tenda dove si ferm aggrappandosi
con le braccia aperte alle tappezzerie
nere e argento; egli le fu vicino in un attimo.
La costrinse a staccar le dita dalle tappezzerie,
le prese le mani e se le attir sul petto sorridendo.
- Vieni! - le sussurr divorandola con gli
occhi ardenti di passione.
Ella lottava contro il fascino di quello sguardo
dominatore, e resisteva, muta, con Le labbra
serrate, finch egli la strinse palpitante tra le
braccia.
- Scioccherella! - le disse con un cupo sorriso.
- Meglio io che i miei uomini! -
Lo scherno vinse il silenzio che Diana si era
imposto.
- Oh, bruto!... Bruto!... - gemette, finch
egli non le chiuse la bocca con i baci.

 Note.
1. Vivanda in uso nell'Africa settentrionale composta di semola,
fiore di miglio, carne, ecc., cotta col vapore di brodo
profumato con erbe aromatiche (N. d. T.)
2. Satana.
3. In Inglese Diana si pronunzia: Diaena, e in francese:
Dian. (N. d. T.)


Capitolo 4.

- Un mese! Trentun giorni! Dio mio! Soltanto
da un mese sono partita da Biskra! E mi
sembra tutta la vita! Un mese! Un mese! -
Diana si gett bocconi sul divano affondando
la testa nei cuscini, per non vedere quel lusso
barbarico che la circondava; aveva dei brividi
convulsi. Non piangeva pi. Il completo esaurimento
della prima sera era scomparso; lacrime
di vergogna e di collera le erano spesso venute
agli occhi, ma le aveva sempre ricacciate indietro.
Non voleva dare all'uomo che si era impadronito
di lei la soddisfazione di sapere che poteva
farla piangere. Il suo orgoglio era duro a
morire.
Riandava con la mente i giorni e le notti di
angosciosa rivolta, il cozzo continuo di due volont
l'una contro l'altra, l'obbedienza che le
era stata imposta, tutto ci, insomma, che era
avvenuto in quel mese di orrore. Era stato un
mese di prove cos amare che ella si domandava
come potesse ancora avere il coraggio di ribellarsi.
Per la prima volta in vita sua aveva dovuto
obbedire. Per la prima volta in vita sua
non contava niente. Per la prima volta aveva
sentito l'inferiorit del suo sesso. L'educazione
e l'addestramento di tanti anni non avevano
retto alla prova. Quella convenzione speciale, secondo
la quale si svolgevano le sue relazioni con
Aubrey e con i suoi amici, non era ammessa qui,
dove, ogni momento, le si faceva ben sentire che
era donna, e obbligata a sottomettersi a tutto
ci cui la esponeva il fatto di esser donna, obbligata
a tollerare tutto ci che egli le imponeva;
una schiava che doveva stare ai suoi ordini, tollerare
il suo sfavore e adattarsi al suo favore.
La spietata violenza che veniva fatta al suo
temperamento freddo e che non aveva nulla di
femminile, in contrasto col sollevarsi impetuoso
delle sue convinzioni, l'aveva scossa sino in
fondo all'anima infliggendole un'umiliazione che
inaridiva il suo cuore orgoglioso. Lo sceicco era
di un'arroganza senza compassione, come era
senza compassione nel suo orientale disprezzo
per la donna conquistata. Era un arabo, per il
quale i sentimenti di una donna non esistevano;
se l'era presa per godersela e se la teneva per
godersela, per divertirsi nei momenti di riposo
e di ricreazione.
Per Diana, prima che fosse andata in Africa,
la vita di uno sceicco arabo nel deserto natio
era qualche cosa di fantastico, d'irreale. La
stessa parola sceicco aveva un significato
molto elastico. A Biskra le avevano fatto vedere
degli sceicchi che si scalmanavano per dare in
affitto dei cammelli magri e degli asini coperti
di piaghe a chi voleva fare dei viaggi nell'interno.
Anche quel traditore del suo capocarovana
aveva detto di essere uno sceicco.
Ma aveva anche sentito parlare di altri sceicchi,
che vivevano molto lontano, nel deserto
dalle sabbie scintillanti, capi potenti con gran
numero di seguaci, che le parevano pi simili a
quelli che ella si immaginava, pur avendo delle
idee quanto mai nebulose circa la loro vita. Credeva
che, quando non erano occupati a lottare
con i loro vicini, passassero tutta la giornata in
una specie di letargo, sotto l'influsso dei narcotici,
rotto soltanto dai piaceri sensuali. I quadri
che aveva visto rappresentavano per lo pi
degli uomini molto grassi, seduti a gambe incrociate
sull' ingresso della loro tenda, intenti
a guardare con un'aria d'indicibile noia qualche
povero schiavo bastonato a morte.
Non si aspettava di trovare nell'uomo di cui
era prigioniera un'attivit instancabile e senza
posa. La vita che egli viveva era dura, attiva,
piena. Sia per sorvegliare l'allevamento dei suoi
magnifici cavalli, sia per regolare gli affari della
trib, rimaneva lontano dall'accampamento parecchie
ore ogni volta, ed era occupato tutto il
giorno. In una o due occasioni era rimasto
assente tutta la notte; quando era rientrato all'alba,
si vedeva che era stato a cavallo per
molte ore.
Qualche volta Diana andava a cavallo con lui;
ma quando egli non ne aveva tempo o voglia si
faceva accompagnare dal domestico francese. Un
bel purosangue grigio, Stella d'argento, le
era riservato e talvolta cavalcandolo, riusciva a
scacciare per un po'i suoi tristi pensieri. Cos
i momenti di assoluto sconforto, i momenti in
cui si sentiva priva di ogni energia e di ogni
desiderio, erano meno frequenti di quanto avrebbero
potuto essere; e soltanto alla sera, quando
Gastone aveva terminato il suo servizio e rimaneva
sola con lo sceicco, le pareva che una mano
di ghiaccio le stringesse il cuore.
Ed egli, secondo il suo umore, le badava oppure
no. Esigeva obbedienza assoluta ai suoi minimi
capricci con l'inconscia tirannia di chi 
stato sempre avvezzo a comandare. Governava
dispoticamente i suoi turbolenti seguaci ed era
evidente che lo amavano tanto quanto lo temevano.
Diana aveva visto perfino Yusef, il suo
luogotenente, piegarsi dinanzi al suo cipiglio
che essa stessa aveva imparato a temere.
- Li trattate come cani; - gli disse una
volta - non avete paura che un giorno si sollevino
contro di voi e vi uccidano? -
Ed egli si era limitato a stringersi nelle spalle
e a ridere di quel suo riso contenuto e soddisfatto
che la faceva sempre rabbrividire.
La sola persona che sembrava amarlo era Gastone,
il domestico francese.
Ci che soprattutto la pungeva era la completa
indifferenza dello sceicco per tutto ci che
non fosse la propria volont e il proprio egoismo
orientale. Era ugualmente indifferente alle
sue preghiere e alle sue invettive; le crisi di
collera furiosa che periodicamente l'assalivano
non gli facevano alcuna impressione. Vi assisteva
annoiato scrollando le spalle, oppure guardava
Diana con fredda curiosit e con un crudele
sorriso sulle labbra, come se lo strazio dei
sentimenti di quella poveretta lo divertisse;
finch perdeva la pazienza e allora, con uno di
quei movimenti agili e rapidi ai quali non riusciva
mai a sfuggire, l'afferrava stretta e le piantava
gli occhi in viso.
Nient'altro; ma la stretta di quelle dita brune
e magre e lo sguardo di quegli occhi neri e ardenti
le facevano morir le parole di collera sulle
labbra e abbassare gli occhi a terra. Aveva fisicamente
paura di lui, l'odiava, e disprezzava
se stessa perch ne aveva paura. E la sua paura
era pienamente giustificata, perch era di una
vigoria non comune; il suo potere assoluto, la
mancanza di leggi da rispettare, gli consentivano
di cedere ai suoi impulsi selvaggi. Teneva
nelle sue mani la vita e la morte.
Pochi giorni dopo la propria cattura, Diana lo
aveva veduto infliggere una punizione a un servo.
Ignorava quale fosse la colpa di quell'uomo, ma
la punizione le sembr sproporzionata a qualunque
fallo avesse potuto commettere. Affascinata
dall'orrore, aveva assistito alla scena finch lo
sceicco, dopo aver gettato via il suo terribile
scudiscio, senza nemmeno degnare di uno
sguardo la vittima sanguinosa, distesa al suolo
in un' immobilit impressionante, si era diretto
calmo e indifferente verso la tenda.
Quella vista l'aveva fatta star male e la perseguitava
continuamente. La durezza di lui le
faceva orrore pi della sua crudelt; e l'odiava
con tutta la forza della sua orgogliosa e appassionata
natura. Perfino la sua bellezza personale
era per lei un'offesa; quella faccia cos bella,
quel corpo scultoreo e robusto erano per lei altrettanti
motivi di odio. Agli occhi di Diana (che
lo ammetteva a malincuore) l'unica virt dello
sceicco, era l'assoluta mancanza di vanit. Agiva
inconsciamente come le belve cui ella soleva paragonarlo.
 come una tigre, mormorava tra i cuscini,
rabbrividendo  un animale bello, crudele, spietato.
Ricordava le tigri sulle quali aveva sparato
in India nell'inverno precedente. Una volta,
dopo lunghe ore di attesa estenuante nel machan(1), aveva finalmente veduto la splendida
belva attraversare senza far rumore gli arbusti
e comparire nella radura. Si era spinta fino a
una certa distanza dall'albero sul quale Diana
era appollaiata e poi si era fermata ad ascoltare;
la sua andatura a passi lunghi e agili,
l'atteggiamento altero della testa rovesciata
indietro, la piega crudele delle labbra e il luccichio
degli occhi feroci nel chiarore lunare, avevano
la stessa espressione e lo stesso aspetto che
aveva notato in colui che era il suo padrone.
Allora aveva provato un sentimento di ammirazione
assolutamente scevro di paura, e aveva
esitato a uccidere, cos per gusto, una creatura
di una tale meravigliosa perfezione, finch il suo
shikwri, premendole il braccio, non l'aveva richiamata
alla realt di questa terra, facendole
ricordare che quella meravigliosa perfezione
aveva divorato una donna la settimana prima.
Adesso provava invece un sentimento di paura,
ma commisto ad ammirazione, che tributava a
malincuore e disprezzando se stessa..
La pressione di una mano sulla spalla la fece
saltar su di scatto mentre un grido le sfuggiva
dalle labbra. Di solito riusciva a dominare meglio
i suoi nervi, ma quella volta non aspettava
lo sceicco cos presto, e i tappeti spessi avevano
soffocato il rumore dei suoi passi. Quel giorno
lo sceicco era uscito all'alba e, rientrando assai
pi tardi del consueto, era rimasto a fare la sua
tardiva siesta nella stanza vicina.
Irritata contro se stessa, Diana si morse le
labbra, mentre con una mano rigettava indietro
i capelli che le erano caduti sulla fronte.
Egli si lasci cadere sul divano vicino a lei e
accese l'inevitabile sigaretta; fumava continuamente
quando non era a cavallo. Ella lo guard
senza farsi scorgere. Se ne stava disteso supino
con la testa sui cuscini, cacciando pigramente
dalla bocca il fumo che saliva in spire azzurrognole,
e lo seguiva con lo sguardo nel suo cammino
verso l'ingresso aperto.
Poi sbadigli e si volt verso di lei.
- Zilah  una sbadata. Insistete perch riponga
i vostri stivali e non lasci per terra i vostri
abiti. Oggi ho visto uno scorpione nella
stanza da bagno, - disse lentamente, mentre distendeva
le gambe.
Diana divent di fiamma come le accadeva ogni
volta che egli, per caso, senza badarci affatto,
faceva allusioni all' intimit della loro vita. Ed
era appunto questo suo modo di fare, quell'aria
di noncuranza, che la spaventavano e la facevano
arrossire di vergogna. Il suo atteggiamento
faceva invariabilmente pensare che la loro relazione
sarebbe durata all' infinito, ci che gettava
Diana in una disperazione muta e impotente.
Era tanto sicuro di se stesso, tanto convinto che
nessuno avrebbe potuto strappargliela!
Diana sentiva il sangue caldo salire alla faccia
fino alla radice dei capelli e arrossarle il
collo delicato; si copr il viso con le mani perch
egli non la vedesse.
Quando Gastone entr portando su un piccolo
vassoio il caff in due tazzine posate nei
piattini filigranati, dette un respiro di sollievo.
- Ho portato il caff perch il t della signora
 finito, - mormor in tono profondamente
addolorato, come se si trattasse di una
calamit nazionale.
Il t che Diana aveva portato con s per il
viaggio era stato appunto calcolato come sufficiente
per un mese. Fu un'altra puntura acuta,
un altro ricordo doloroso per lei. Strinse i denti
scotendo rabbiosamente la testa e i suoi occhi
si abbassarono come al solito sotto lo sguardo
canzonatorio dello sceicco fisso su di lei.
Gastone disse qualche parola in arabo al padrone
che, ingoiato rapidamente il caff bollente,
usc in fretta dalla stanza. Il domestico
si moveva senza far rumore, com'era solito, per
mettere in ordine la stanza con quell'accuratezza
che gli era propria.
Diana lo guardava rabbiosa. Era l'influsso del
deserto che aveva abituato tutti quegli uomini
a muoversi silenziosamente come gatti, oppure
il domestico, di proposito o senza rendersene
conto, imitava il padrone?
Presa da un improvviso accesso di fanciullesca irritazione non pot resistere al desiderio di
rompere qualche cosa e con un gesto impetuoso
rovesci il piccolo tavolino intarsiato sul quale
stava il vassoio con le tazze del caff. Prima
ancora che gli oggetti arrivassero a terra, si
vergogn di quello scatto e guard Gastone con
occhi pieni di ansia. Che cosa le accadeva? La
calma di cui si gloriava, il dominio dei propri
nervi che era suo vanto, erano scomparsi in un
mese. Se la sua nervosit si fosse ancora accresciuta,
che sarebbe avvenuto di lei? Che cosa
avrebbe fatto?
Gastone se n'era andato e Diana guardava intorno
nella stanza, con l'espressione di un prigioniero
sconfortato. Non vedeva via di scampo
da quella penosa condizione, che non aveva quasi
pi la forza di sopportare.
Nella sua disperazione le era spesso venuta in
mente una via d'uscita e spesso aveva sperato
di trovare i mezzi necessari per adottarla. Ma
anche lo sceicco ci aveva pensato e aveva preso
le sue precauzioni. Un giorno, finalmente, ella
cred proprio di poter attuare il suo disperato
proposito, ed ebbe soltanto un momento di esitazione
quando stese la mano per prendere la
rivoltella che egli aveva lasciata su una tavola;
ma aveva appena messo le dita sull'impugnatura,
che una mano muscolosa si era impadronita
della sua. Lo sceicco era entrato col suo
solito passo silenzioso e stava vicino a lei senza
che se ne fosse accorta. Le aveva tranquillamente
levato di mano l'arma guardandola bene
negli occhi e, apertala, aveva fatto vedere che
non c'erano cartucce.
- Mi credete proprio stupido? - aveva aggiunto,
senza alcuna espressione nella voce.
Da quella volta era stata sottoposta a una
sorveglianza continua, discreta, che le aveva
tolto ogni possibilit di effettuare il suo terribile
proponimento.
Si copr il viso con le mani mormorando:
Oh, mio Dio! Non finir mai? Non riuscir
mai a fuggire a quest'uomo?
Balz in piedi e cominci a camminare nervosamente
per la tenda con le mani dietro la
schiena, la testa alta e le labbra strette. Ansava
come se avesse corso, e i suoi occhi avevano uno
strano sguardo assente, uno sguardo che non
vedeva. A poco a poco riacquist il dominio dei
suoi nervi e, calmatasi quell'eccitazione, si sent
sfinita e sconfortata. Improvvisamente la solitudine
le parve orribile; tutto le parve preferibile
al silenzio di quella gran tenda vuota.
In quel momento la sua attenzione fu attratta
da un rumore che veniva dall'esterno; e allora,
oltrepassato l'ingresso, si ferm sotto la tettoia.
Poco discosto, lo sceicco insieme con Gastone e
Yusef stava guardando un puledro imbizzarrito
che due o tre uomini, standogli aggrappati, riuscivano
a malapena a trattenere. Di l dal cavallo
e tanto lontano da lasciare tra loro e la
tenda un largo spazio vuoto c'erano degli arabi,
parte a cavallo e parte a piedi, disposti a semicerchio.
Sembravano molto eccitati, parlavano
e gesticolavano, mentre quelli di loro che erano
a cavallo si spostavano continuamente lungo
l'esterno del semicerchio che avevano formato.
Diana si appoggi a una lancia che sorreggeva
la tettoia e osserv la scena con interesse che si
faceva sempre pi vivo. Il campo in cui si trovava
adesso era situato parecchie miglia a sud
di quello dove era stata trasportata dopo la
cattura. Il paesaggio era veramente meraviglioso:
lontano, nella luce del pomeriggio, si
scorgevano delle fosche alture sabbiose; dietro
le tende, dei ciuffi di palme, la folla degli arabi
nelle loro pittoresche vesti bianche, i cavalieri
in continuo movimento e, in mezzo, quel bel puledro
selvaggio imbizzarrito, che dava morsi e
sparava calci contro gli uomini che lo tenevano.
Dopo un momento lo sceicco alz la mano,
e un arabo, uscito dalla folla che chiacchierava,
si fece avanti salutandolo con un profondo inchino.
Lo sceicco gli disse qualche parola, ed
egli, dopo un nuovo inchino e un sorriso che
mise in mostra i suoi denti bianchi, si diresse
verso il puledro.
L'interesse di Diana era al colmo. Si trattava
di domare quel puledro imbizzarrito. Era gi
sellato. Parecchi altri uomini si fecero avanti
e tra tutti riuscirono a tenerlo fermo per un
istante, quanto bast perch l'arabo saltasse in
sella d'un balzo. Gli altri indietreggiarono per
mettersi al sicuro da quei terribili calci. Stordito
e sorpreso, per un momento, da quel peso
Insolito, il puledro rimase immobile; poi s'impenn
verticalmente, tanto che Diana credette
che stesse per rovesciarsi e schiacciare il suo cavaliere.
Invece rimise a terra le zampe anteriori
e per qualche tempo cerc con una serie
di movimenti frenetici di liberarsi da quel peso
molesto, finch con un balzo potentissimo, sollevandosi
in aria sulle quattro zampe, proiett
l'arabo al disopra delle sue orecchie. Questi
cadde al suolo con un colpo sordo e rimase immobile,
mentre gli arabi si precipitavano sul puledro
e riuscivano ad afferrarlo prima che si
accorgesse di esser libero.
Diana guard il caduto; una piccola folla gli
si era riunita intorno, e pensando che fosse
morto si sent vivamente commossa. Morto in
un attimo! E un istante prima era pieno di vita
e di forza! La morte non era nulla per quei selvaggi,
pensava Diana con amarezza, mentre
guardava tre o quattro arabi che trasportavano
via il corpo del loro compagno discutendo animatamente.
Poi volse gli occhi verso lo sceicco.
Sembrava perfettamente indifferente e non aveva
neppur guardato dalla parte del caduto; anzi,
ridendo, aveva posto una mano sulla spalla di
Yusef accennandogli il puledro. Diana si sent
agghiacciare. Quell'uomo non risparmiava nessuno
e voleva che il suo giovane luogotenente
tentasse la sorte come aveva fatto il cavaliere
provetto che era caduto. Ella sapeva che Yusef
montava bene a cavallo come tutti i seguaci di
Ahmed Ben Hassan, e che il suo portamento languido
era solo una posa; per non pot non pensare
che sembrava quasi un fanciullo e che l'impresa
era veramente pericolosa. Parecchie volte
aveva veduto domare dei puledri; mai per una
bestia cos restia e feroce come quella.
Yusef pareva contentissimo di tentare la prova
e ridendo si avanz verso il centro dell'arena
salutato dagli applausi della folla. Il puledro
fu tenuto immobile per un 'attimo con lo stesso
procedimento usato prima e il giovanotto balz
leggermente in sella.
Questa volta l'animale, spaventato, invece di
impennarsi, si butt avanti in uno sforzo selvaggio
per fuggirsene, ma gli uomini a cavallo
stringendosi in cerchio attorno lo costrinsero a
tornare verso il centro della spianata. Allora
l'animale, riprendendo quei movimenti disordinati
e violenti con i quali si era difeso prima,
riusc in pochi istanti a sbarazzarsi del bel giovanotto
che cadde pesantemente a terra. Con
uno strido acuto il puledro si gett su di lui
per azzannarlo; Yusef aveva sollevato il braccio
per ripararsi il viso, quando gli arabi riuscirono
a trattenere l'animale infuriato. Il giovane
si alz a fatica e si diresse zoppicando verso
le tende. Diana non pot vederlo bene, perch
era circondato dalla folla.
Guard di nuovo lo sceicco e strinse i denti.
Si era curvato un momento per accendere la sigaretta
a un fiammifero che Gastone gli porgeva;
poi si avvicinarono insieme al puledro. La
bestia era divenuta addirittura furiosa, sicch
la difficolt di trattenerla si faceva sempre pi
grave. Diana li vide accostarsi al gruppo di
arabi che lottavano urlando; un istante dopo
Gastone era in sella. Quell'ometto stava a cavallo
magnificamente e riusc a restare in arcione
pi a lungo degli altri due che lo avevano
preceduto; ma fin anch'egli col volare sulla testa
del puledro. Cadde leggermente sulle mani
e sulle ginocchia e si alz in piedi in un baleno,
in mezzo a un uragano di applausi e di risate.
ridendo egli stesso, si avvicin allo sceicco,
scotendo le spalle e facendo un gesto eloquente
con le mani aperte. Parlarono per qualche momento,
a voce cos bassa che Diana non pot
udire ci che si dicevano; e poi Ahmed Ben Hassan
avanz solo verso il centro dell'arena. Il
respiro di Diana si fece affannoso. Indovin la
sua intenzione prima che egli fosse vicino al
puledro, e uscita di sotto la tettoia, and presso
Gastone che stava fasciandosi col fazzoletto una
mano sgraffiata.
- Monsignore vuol tentare anche lui? - domand
con un po'di affanno nella voce.
Gastone le dette un'occhiata rapidissima.
- Tentare, signora? - ripet con voce strana.
- S, tenter anche lui. -
Lo sceicco salt in sella mentre la folla degli
spettatori taceva incuriosita. Diana lo guard
con un lampo di crudelt negli occhi mentre
il cuore le batteva forte. Desiderava ardentemente
che il puledro lo uccidesse e al tempo
stesso avrebbe voluto che riuscisse a domare
quella bestia infuriata. Il suo istinto sportivo
la faceva appassionare alla lotta che si svolgeva
sotto i suoi occhi. Odiava Ahmed Ben Hassan e
sperava che morisse, pure non poteva non ammirare
la meravigliosa abilit di cui faceva mostra
in quel momento. Lo sceicco stava saldo
come una roccia, e tutti gli sforzi dell'animale
erano vani. Il puledro faceva dei salti furiosi
scattando avanti e indietro per fermarsi improvvisamente,
nella speranza di disarcionare il suo
cavaliere, oppure faceva delle giravolte su se
stesso cos improvvise che pareva impossibile
potesse restare in piedi. Poi cominci a fare
delle impennate, una dopo l'altra, sempre pi
forti battendo l'aria con le zampe anteriori,
senza un momento d'interruzione.
Diana udiva il respiro ansante di Gastone che
a un tratto le grid con voce acuta:
- Guardate, signora! -
Lo sceicco dette un rapido sguardo dietro di
s; poi, quando il puledro s'impenn novamente
fino a tenersi ritto verticalmente sulle zampe
posteriori, con uno strappo alle redini lo costrinse
a rovesciarsi indietro, mentre con uno
sforzo tremendo balzava fuori di sella lateralmente
per evitare che il cavallo, abbattendosi al
suolo sul dorso lo schiacciasse. Prima ancora
che l'animale, stordito, fosse in piedi, egli era
di nuovo in sella.
E allora ebbe inizio una scena che Diana non
dimentic pi. Era la lotta finale che doveva terminare
con la sconfitta dell'animale o dell'uomo,
e lo sceicco aveva deciso di non lasciarsi vincere
e d'infliggere al puledro una punizione della
quale non avrebbe mai perduto il ricordo. La
ferocia dell'uomo e la sua risolutezza dovevano
fronteggiare la furiosa caparbiet del cavallo.
Fu una mostra disgustosa di forza brutale e di
crudelt spietata. Diana, per l'orrore, si sent
quasi venir meno fin dal principio, e voleva
allontanarsi; ma i suoi occhi erano come affascinati
dalla lotta. Al silenzio della folla era
succeduta una grande animazione; tutti gridavano
eccitati e si facevano pi avanti che potevano,
per indietreggiare precipitosamente quando
erano troppo esposti ai calci violenti del puledro.
Diana tremava tutta; stringeva convulsamente
le mani e poi le apriva macchinalmente
mentre fissava lo sceicco cos fermo in sella che
sembrava fare addirittura parte del cavallo. Non
sarebbe finita mai quella lotta? Non le importava
nulla dell'esito, desiderava soltanto che
finisse. La resistenza accanita dello sceicco le
faceva l'effetto di una smargiassata non necessaria.
Afferr con la mano bagnata di sudore
il braccio di Gastone e, ansante, con voce piena
di disgusto, gli disse:
-  una cosa orribile!
-  una cosa necessaria, - rispose calmo il
domestico.
- Non c' nulla che possa giustificare una
cosa simile! - replic essa con violenza.
- Vi domando scusa, signora. Quel cavallo
deve imparare. Stamattina ha ammazzato un
uomo sbalzandolo di sella, e poi lo ha azzannato
ferocemente incrudelendo su di esso.
- Non posso resistere a questo spettacolo, -
disse Diana nascondendosi il viso tra le mani.
Qualche minuto pi tardi Gastone le disse
tranquillamente, dopo aver espresso con un
suono gutturale, caratteristico degli indigeni
dell'Africa settentrionale, la propria soddisfazione:
- Vedete, signora:  finito! -
Diana non aveva quasi il coraggio di guardare.
Lo sceicco era in piedi vicino al puledro
che barcollava con i fianchi agitati dalla respirazione
affannosa e la testa ciondoloni gocciolante
di sangue e di bava. Mentre Diana guardava
l'animale, questi vacill e cadde esausto.
Tutti si precipitarono avanti, e Gastone si
avvicin al padrone che con la sua alta statura
dominava la folla.
Diana si allontan disgustata. Le bastava aver
assistito a una simile dimostrazione di ferocia;
non si sentiva di assistere anche alle acclamazioni
che quei selvaggi rivolgevano al loro capo
per manifestargli la loro ammirazione per la
sua crudelt!
Se ne torn lentamente nella tenda ancora
scossa da ci che aveva veduto, e rimase in piedi,
indecisa, presso il divano. Il sentimento della
propria impotenza, che aveva provato cos spesso,
la invase di nuovo con rinnovata energia. Non
c'era posto in cui potesse esser libera dalla presenza
di lui, dove potesse rimaner sola; non un
istante di sollievo! Giorno e notte doveva sopportarne
la presenza, senza speranza di liberarsene.
Chiuse gli occhi in una improvvisa crisi di
sconforto; ma poi, udendo la sua voce che si
avvicinava, s'irrigid con uno sforzo di volont.
Lo sceicco entr ridendo; con una mano macchiata
di sangue teneva la sigaretta, con l'altra
si puliva la fronte rossa e bagnata di sudore.
Diana si allontan da lui, e guardandolo con gli
occhi fiammeggianti gli grid furiosa:
- Siete un bruto, una belva, un demonio! Vi
odio! -
Il viso dello sceicco assunse per un momento
un'espressione dura; poi ricominci a ridere.
- Odiatemi quanto pi potete, ma belle, ma
odiatemi con tutta l'anima, in tutto e per tutto!
Detesto i mezzi termini! - disse con aria indifferente,
mentre entrava nell'altra stanza.
Diana si gett sul divano. Non aveva mai provato
un tale sconforto, non si era mai sentita
cos impotente. Riandava con la mente la scena
cui aveva assistito e rabbrividiva, con gli occhi
sbarrati, mentre le sue dita convulse spiegazzavano
la seta del vestito verde giada. Desiderava
ardentemente che una qualche potenza sconosciuta
rendesse meno acuta la sua sensibilit,
desiderava di soffrire meno. Quando Gastone
entr nella stanza, lo guard duramente. Egli
approvava quello che lo sceicco aveva fatto, lo
avrebbe fatto egli stesso se ne fosse stato capace.
Erano tutti uguali!
- L'uomo che  caduto per il primo  morto?
- domand improvvisamente con una voce in
cui si sentiva una punta della sua alterigia.
- Oh, no, signora! Ha un forte collasso; ma
se la caver certamente. Hanno la testa dura
questi arabi!
- E Yusef? -
Gastone rispose sogghignando:
- Le petit scheik s' rotto una clavicola. Non
 nulla. Qualche giorno di riposo e di ciance
nel suo harem! Et voil!
- Nel suo harem? - esclam Diana sorpresa.
-  ammogliato?
- Mais oui, signora! Ha due mogli. -
E poich Diana aveva fatto un gesto di meraviglia,
aggiunse stringendosi nelle spalle, con
tono di tolleranza come per scusare nel miglior
modo possibile un fatto spiacevole:
- Que voulez-vous!  l'uso del paese. -
Gli usi del paese erano un terreno pericoloso,
e Diana si affrett a cambiare argomento.
- Dove avete imparato a montare a cavallo,
Gastone?
- In una scuderia da corsa a Auteuil, signora,
quando ero ragazzo. Poi ho servito cinque
anni nella cavalleria francese, e dopo venni da
Monsignore.
- E da quanto tempo siete con lui?
- Da quindici anni, signora.
- Quindici anni! - ripet meravigliata. -
Quindici anni, qui nel deserto?
- Qui e altrove signora, - rispose, un po' pi
seccamente di quel che non fosse sua abitudine;
e mormorando una parola di scusa, usc
dalla tenda.
Diana si rovesci sui cuscini sospirando. Non
era il caso, che Gastone, temesse che ella volesse
sapere per suo mezzo, i segreti del suo padrone.
Non era caduta cos in basso. Col passar
del tempo, il mistero che circondava l'uomo che
era entrato nella sua vita in un modo cos terribile,
diveniva sempre pi impenetrabile e pi
complicato. Qual potere era il suo che obbligava
a essergli devoti sia i suoi selvaggi seguaci sia
il piccolo ex soldato della cavalleria francese?
Corrug perplessa la fronte; e stava ancora pensando
a quel mistero quando lo sceicco rientr
nella stanza.
Si era cambiato l'abito; e tutto pulito, pettinato
e lisciato, differiva molto dal selvaggio
macchiato di sangue, con i capelli in disordine,
di mezz'ora prima. Diana, ricordando il modo
violento col quale lo aveva ricevuto quando era
rientrato nella tenda, gli dette un'occhiata nervosa;
lo sceicco non era in collera. Aveva l'aria
grave, ma la sua gravit sembrava dovuta a
motivi suoi speciali che non concernevano affatto
Diana; si passava le dita magre sul mento
ben rasato e liscio, senza far parola. Diana
aveva visto centinaia di volte Aubrey fare lo
stesso gesto. Orientali od occidentali, tutti gli
uomini si somigliano.
Aspett che parlasse; inutilmente, perch si
trattava di uno dei suoi periodi di silenzio ai
quali ormai si era abituata; talvolta passavano
delle ore durante le quali lo sceicco non si accorgeva
nemmeno della sua presenza. Il pranzo
trascorse in silenzio. Egli parl soltanto una
volta con Gastone, ma in arabo; e il domestico
rispose con un semplice cenno di deferente assenso.
Dopo che Gastone se ne fu andato, si sedette
sul divano e rimase a lungo senza far parola,
assorto nei suoi pensieri.
Intanto Diana andava in qua e in l per la
tenda, osservando con indifferenza degli oggetti
che conosceva perfettamente oppure scorrendo
distratta le pagine di alcune riviste francesi che
aveva gi lette una dozzina di volte. Di solito,
le era caro che egli rimanesse silenzioso, ma
quella sera con femminile perversit, desiderava
che parlasse. I suoi nervi si erano calmati e quel
silenzio assoluto la opprimeva. Lo guard di
sfuggita una o due volte, ma non sembrava avvicinabile.
Pure, quando poco dopo lo sceicco la
chiam, ne fu seccata; per un improvviso cambiamento
di disposizione di spirito, avrebbe desiderato
che egli continuasse a tacere.
Si avvicin lentamente a lui. Si sentiva troppo
indebolita, quella sera per lottare contro la sua
volont. E poi a che avrebbe servito? Come al
solito (pensava con tedio profondo), la cosa sarebbe
terminata con la propria sconfitta. Egli
la tir al suo fianco e prima che se ne fosse accorta
le aveva gi messo al collo un lungo vezzo
di giada. Per un istante essa guard stupidamente
quel magnifico gioiello, pi unico che raro
per la purezza del colore e per le incisioni stupende delle
pietre che lo componevano, tutte di
uguali dimensioni, ma poi, con un gemito soffocato,
se lo strapp dal collo e lo gett a terra
con violenza.
- Come vi permettete?... - gli disse, ansante
per l'ira.
- Non vi piace? - domand egli con la sua
voce profonda e calma, alzando gli occhi,
sorpreso realmente o simulando di essere sorpreso.
- Eppure va benissimo col colore del vostro
vestito! -
Cos dicendo tocc leggermente le pieghe del
vestito di seta verde che le fasciavano il seno
giovanile. Poi, guardando una scatola aperta
che aveva vicino a s, tutta piena di pietre scintillanti,
aggiunse lentamente:
- Le perle sono troppo fredde e i brillanti
troppo volgari per voi. Non dovreste portare altra
pietra preziosa che la giada. Ha il colore del
cielo alla sera, vicino al tramonto d'oro dei vostri
capelli. -
Non le aveva mai parlato cos prima di quella
volta, n con quel tono di voce. I suoi modi
erano sempre stati duri. Diana lo guard negli
occhi, ma egli sfugg il suo sguardo. Non c'era
amore nei suoi occhi e neppur desiderio; solo
un'insolita gentilezza.
- Forse preferireste i brillanti e le perle.... -
continu accennando con aria di disprezzo la
scatola aperta.
- No, no! Odio quei gioielli! Odio tutti i
gioielli! Non voglio portare le vostre gioie. Non
avete il diritto di credere che io sia una donna
cos! - grid Diana eccitatissima.
- Non vi piacciono?... Bon Dieu! Eppure
nessuna delle altre donne li ha mai rifiutati.
Anzi non ne avevano mai abbastanza! - disse
lo sceicco ridendo.
Diana gli dette uno sguardo spaventato e insieme
inorridito.
- Le altre donne? - ripet.
- Non supporrete mica di essere la prima,
non  vero? - le domand egli con brutale
franchezza. - Non mi guardate cos. Non erano
come voi. Vennero da me abbastanza volentieri....
troppo volentieri! Allah! Come mi annoiavano!
Mi stancai di loro prima che si stancassero
di me. -
Diana singhiozzando si copr gli occhi col
braccio, e tent di liberarsi dalla sua stretta.
Non aveva mai pensato a una cosa simile; nella
sua purezza d'animo non le era neppure venuta
in mente. Dunque era una delle tante, apparteneva
alla serie di amanti che egli prendeva e
mandava via secondo il suo capriccio! Che vergogna!
- Oh, mi fate male! - sussurr con voce
appena percettibile.
Poi la collera soffoc in lei ogni altro sentimento.
Lo sceicco aveva allentato la stretta del braccio
che le aveva passato intorno alla vita., e
Diana liberatasi con violenza scatt in piedi
gridando:
- Vi odio, mi capite? Vi odio! Vi odio! -
Prima di rispondere lo sceicco accese adagio
adagio una sigaretta e si accomod meglio sul
divano.
- Me lo avete gi detto oggi nel pomeriggio,
- rispose alla fine, freddamente - e la vostra
dichiarazione, ripetuta troppo spesso, diventa
meno convincente, ma chre! -
La collera di Diana era svanita. Era troppo
stanca per essere in collera. Si sentiva umiliata
e ferita, e l'uomo che le stava davanti era padrone
di offenderla, ancora; ma era in suo
potere e quella sera non era in grado di lottare.
Ricacci indietro i capelli che le erano caduti
sulla fronte, sospir, e guardando lo sceicco
disteso sul divano, il corpo che tradiva la forza
e la durezza dell'acciaio pur nella posa indolente
del momento, il bel viso bruno sempre
impenetrabile per lei, si sent riprendere dal
sentimento della propria impotenza, si sent
sola, senza aiuto, pietosamente debole contro la
sua energia e irresistibilmente spinta a domandargli
con voce rotta:
- Avete mai avuto piet per qualche cosa
pi debole di voi? Avete mai risparmiato qualche
cosa o qualcuno nella vostra vita? Nel vostro
animo c' soltanto crudelt? Tutti gli arabi
sono cos duri come voi? Nemmeno l'amore vi
ha mai reso misericordioso? -
Egli la guard e rise amaramente. Poi, scotendo
la testa:
- L'amore? Connais pas! S, lo conosco; -
aggiunse con aria canzonatoria - amo i miei
cavalli!
- Quando non li uccidete!
- Avete ragione. Quando non li uccido. -
C'era qualche cosa nella sua voce che fece nascere
in lei il desiderio di offenderlo, di ferirlo.
- Se non amate le.... le donne che conducete
qui, amate almeno quelle del vostro harem?
Avete un harem, non  vero, in qualche posto? -
gli disse con aria di sfida e con una mossa
di disprezzo; per, mentre parlava, sent che
era riuscita solamente a ferire se stessa e la sua
voce si fece fievole.
Lo sceicco l'afferr improvvisamente, l'attir
di nuovo tra le braccia ed esclam ridendo:
- E se lo avessi sareste gelosa? Che cosa ci
sarebbe da dire se trascorressi nel mio harem le
notti che passo lontano da voi?
- E allora possa Allah ispirare a una delle
vostre mogli l'idea di avvelenarvi in modo che
non torniate mai pi qui! - rispose Diana fieramente.
- Allah! Cos bella e cos assetata di sangue! -
disse Ahmed Ben Hassan in tono di scherzoso
rimprovero.
Poi la obblig a voltare il viso verso di lui e
guardandola sorridendo negli occhi pieni di collera
aggiunse:
- Io non ho harem, chrie, e, sia lode ad Allah,
neppure delle mogli! Siete contenta?
- E perch dovrei occuparmi di queste cose?
Non mi riguardano affatto, - essa rispose seccamente
facendosi rossa.
Egli la serr ancora pi strettamente e fissandola
con quei suoi occhi magnetici che avvincevano
in modo irresistibile lo sguardo di lei per
quanto tentasse di sottrarvisi, le disse:
- Volete che faccia in modo che ve ne occupiate?
Volete che faccia in modo che mi amiate?
Posso farmi amare dalle donne quando lo desidero. -
Diana divenne pallida come una morta; batteva
gli occhi nervosamente. Sapeva che egli parlava
cos soltanto per divertirsi, che era assolutamente
indifferente ai suoi sentimenti, che non
si curava affatto di essere amato o odiato da
lei; pure quelle parole furono per lei un nuovo
genere di tortura pi penoso di tutti quelli che
aveva sofferto fino allora.. Il solo pensiero che
egli la credesse accessibile a un sentimento di
affetto per lui, o che ritenesse che potesse mai
considerarlo come qualche cosa di diverso da un
selvaggio brutale che l'aveva obbrobriosamente
offesa, che potesse mai nutrire per lui un sentimento
che non fosse odio e disprezzo, la rendeva
furibonda. La rivoltava il fatto che egli
l'aveva messa insieme con le altre donne di cui
parlava; si sentiva degradata, insozzata come
mai, e le pareva che non potesse esserci per lei
umiliazione pi grave.
Il sangue torn ad affluirle alle guance.
- Preferirei che mi uccideste! - grid con
voce piena di passione.
- Anch'io; - disse seccamente lo sceicco. -
Perch, se mi amaste, diventereste noiosa, e io
dovrei lasciarvi libera di andarvene. Mentre cos -
e sorrise dolcemente - non rimpiango affatto
che la sorte mi abbia fatto essere a Biskra quel
giorno.... -
La lasci libera, si alz sbadigliando, e mentre
ella attraversava la tenda, la segu con uno
sguardo soddisfatto. L'andatura snella e agile
di quel corpo da fanciullo, la posa altera della
testa gli facevano venire in mente uno dei suoi
cavalli puro sangue. Diana era bella e fiera come
quelli. Ed egli l'avrebbe domata come aveva
domato i suoi cavalli. Era quasi vinta adesso,
ma non interamente. Per Allah, l'avrebbe vinta
interamente!
Voltandosi, urt col piede il vezzo di giada
che era rimasto sul tappeto dove lo aveva gettato.
Lo raccolse, e chiam la fanciulla che si
avvicin lenta, riluttante, con un lampo di ribellione
negli occhi. Le porse il vezzo senza far
parola ed ella senza parlare gli piant gli occhi
in viso, senza guardare affatto il vezzo. Il cuore
le batteva pi rapido e si faceva pallida.
- Prendetelo. Voglio cos! - disse calmo lo
sceicco.
- No, - rispose Diana con un fil di voce.
- Lo porterete per farmi piacere, - continu
egli con lo stesso tono di voce misurato e
dolce, mentre gli riluceva negli occhi un lampo
di scherno - per dar piacere alla mia anima
artistica. Io ho l'anima di un artista, sebbene
non sia che un arabo!
- No, non voglio! -
L'aria canzonatoria scomparve in un attimo
dal viso di lui, che riprese il suo consueto
aspetto duro e accigliato.
- Diana, obbeditemi! -
Ella serr i denti mordendosi a sangue le
labbra. Se la collera di lui si fosse manifestata
come nella maggior parte degli uomini, cio con
grida e con scene di violenza, Diana si sarebbe
sentita in grado di affrontarla, ma la sua ira
fredda e contenuta era assai pi tetra e la paralizzava
con la sua forza silenziosa. Non lo
aveva mai udito alzar la voce quando era in collera,
e nemmeno assumere un tono pi rapido e
concitato invece di quello solito, lento e dolce;
c'era per un accento nelle sue parole e una
luce nei suoi occhi che era pi terribile di qualsiasi
scatto di violenza.
Aveva veduto i suoi uomini tremare quando
lei, pur standogli vicino, era appena riuscita a
udire ci che egli aveva detto. Lo aveva veduto
far cessare con un semplice sguardo una disputa
troppo clamorosa che era sorta tra i suoi seguaci
cos vicino alla sua tenda da dargli disturbo.
E adesso c'era appunto quell'inflessione
nella sua voce e quello sguardo nei suoi occhi.
Era inutile resistere. La paura che egli le incuteva
la poneva in uno stato di profonda disperazione.
Avrebbe dovuto obbedire poich alla
fine, la costringeva sempre a obbedire.
Si sforz di ribellarsi al suo sguardo fascinatore
evitando di fissarlo negli occhi; poi ansante,
col mento agitato da un tremito nervoso, allung
la mano e, senza guardare, prese il vezzo
e se lo pose al collo. Ma il freddo contatto delle
pietre preziose sul seno nudo, parve rianimare
il suo coraggio che non era ancora interamente
svanito; rialz la testa, e mentre le guance le si
colorivano di una fiamma fugace, apr le labbra
per parlare. Ma egli l'attir a s rapidamente,
le pose una mano sulla bocca e le disse in tono
freddo:
- Lo so, lo so. Sono un bruto, una belva, un
demonio. Non c' bisogno che me lo diciate di
nuovo. Comincia a darmi noia! -
E stringendole fortemente il braccio rotondo
e delicato, continu:
- Per quanto tempo ancora volete continuare
a lottare con me? Non fareste meglio a riconoscere,
dopo quello che avete veduto oggi, che,
qui, sono io il padrone?
- Volete dire che mi tratterete come oggi
avete trattato quel puledro? - sussurr Diana
mentre i suoi occhi, per quanti sforzi facesse,
erano di nuovo irresistibilmente attratti dai
suoi.
- Voglio dire che vi dovete persuadere che
la mia volont  legge.
- E se non ne volessi esser persuasa?
- Vi ci obbligherei, e credo che ne sareste
persuasa... presto, - rispose lo sceicco che, pi
che udire, aveva indovinato le parole mormorate
da Diana con un filo di voce.
Ella rabbrivid. Era una minaccia; ma non sapeva
fino a che punto doveva prenderla alla lettera.
E di nuovo tutti i particolari del triste
pomeriggio le tornarono rapidamente alla memoria.
Quando egli infliggeva un castigo lo infliggeva
senza piet. Fin dove sarebbe giunto?
Le norme di vita di quell'arabo, il suo modo di
pensare e di agire differivano molto dalle consuetudini
degli uomini tra i quali aveva sempre
vissuto. La condizione di una donna nel deserto
era veramente precaria.
Qualche volta Diana aveva dimenticato del
tutto di aver a che fare con un arabo, ma era
sempre avvenuto inaspettatamente qualche cosa
che, come in quel momento, l'aveva costretta a
ricordarsene. Era un arabo; e lei, come donna
in suo potere, non poteva aspettarsi da lui nessuna
misericordia. Guai a chi era nelle sue
mani! Le sue mani! Per un attimo guard, volgendo
lateralmente gli occhi, quelle dita brune
abbrancate alla sua spalla e le rivide macchiate
di sangue, strette sullo staffile.
Conosceva gi per averne fatta la dolorosa
esperienza la stretta ferrea delle sue dita magre
e la forza irresistibile delle sue braccia. La sua
vivace immaginazione si figur l'avvenire. Quello
che aveva sofferto fino allora non sarebbe stato
niente in confronto alle sofferenze che l'aspettavano.
L'immagine di quel servo tutto insanguinato
che egli aveva punito le comparve davanti
agli occhi.
E mentre lottava con se stessa, tormentata dal
desiderio violento di vincere, col suo coraggio
e con la sua ferma volont, la debolezza di donna
atterrita dall' idea della tortura fisica, il braccio
dello sceicco la serr pi strettamente. Nei
muscoli duri che le premevano le spalle e il collo
nudo, Diana sent come un accenno alla forza
terribile latente. Alz lentamente gli occhi.
Il viso di lui non aveva cambiato espressione;
aveva lo stesso cipiglio duro e nemmeno un barlume
di dolcezza negli occhi. Il disegno crudele
della bocca era ancor pi accentuato e l'aspetto
di tigre della sua faccia pi visibile che mai.
Non aveva minacciato invano; pensava realmente
quello che aveva detto.
- Fareste meglio a uccidermi, - gli disse
Diana seccamente.
- Sarebbe come confessare la mia sconfitta,
- rispose freddo. - Non uccido mai un cavallo
finch non son proprio convinto, senza il minimo
dubbio, che non posso domarlo. Con voi non sono
ancora a questo punto. Posso domarvi e vi domer.
Ma sta a voi scegliere, e dovete scegliere
questa sera stessa, se volete obbedirmi spontaneamente
o se preferite esservi costretta. Ho
avuto molta pazienza, troppa pazienza per uno
come me; - aggiunse con uno strano sorriso -
ma ora essa  esaurita.. Scegliete presto. -
E insensibilmente se l'attir pi vicino finch
essa, serrata da quel braccio come da una
fascia d'acciaio, fu, rabbrividendo, tratta a pensare
alle spire di un gigantesco serpente avvolte
intorno alla sua vittima. Fece un ultimo sforzo
per vincersi, ma le sembr di vedere tra s e il
largo petto dello sceicco contro il quale era cos
strettamente serrata, la testa di un cavallo agonizzante,
dalla bocca umida di bava e di sangue,
dai fianchi lacerati dal crudele castigo inflittogli.
Fu presa da. una nausea improvvisa, tutto
cominci a ballarle dinanzi agli occhi, e si abbandon
tra le braccia, dello sceicco. La paura
fisica che si era impadronita di lei dominava
interamente la sua ragione. Non pot pi resistere.
- Vi obbedir, - sussurr affranta.
Ahmed Ben Hassan la prese per il mento, le
sollev bruscamente la testa e la. fiss intensamente
finch ella sent che quello sguardo penetrava
nel pi profondo dell'anima sua. Non
aveva pi quel suo cipiglio severo, ma nei suoi
occhi c'era ancora una grande durezza.
- Bene! - le disse infine con una voce decisa.
- Avete ragionato saggiamente! - aggiunse
in tono significativo.
La costrinse a rovesciare ancora di pi la testa
all'indietro piegandosi sul suo viso fin quasi
a toccare con le labbra quelle di lei. Ella rabbrivid
involontariamente; c'era nei suoi occhi
una muta e disperata preghiera.
- Li odiate tanto i miei baci? - disse lo
sceicco con un sorriso ironico.
Diana singhiozzava convulsa.
- Voi non fate cerimonie; almeno siete
franca! -
E cos dicendo la lasci libera e si allontan.
Diana si avvicin alle cortine che separavano
le due stanze, col cuore in tumulto, stordita
dallo sforzo sostenuto, e si ferm a osservare lo
sceicco, meravigliata ella stessa della sua temerit.
Egli se ne stava sull'ingresso della tenda
guardando fuori nella notte. Il profumo del suo
tabacco speciale, portato dalla corrente d'aria,
giungeva fino a lei.
Si sentiva imbarazzata. Sarebbe mai riuscita
a comprendere quell'uomo? Quella sera egli le
aveva dato facolt di scegliere, invece d'imporle
puramente e semplicemente la sua volont;
le aveva dato prova della sua risolutezza e del
suo dominio facendo s che ella scegliesse la propria
salvezza. E nel pronunziare le ultime parole
la sua voce aveva avuto un accento di gentilezza,
e la sua bocca crudele si era atteggiata
a un sorriso di compiacimento. Era appunto quel
rapido passare dalla ferocia alla gentilezza che
Diana non riusciva a capire. La complessa mentalit
dello sceicco era per lei incomprensibile.
Non doveva tentare di scrutarla; non avrebbe
mai conosciuto la profondit di quell' indole misteriosa.
Sapeva soltanto che per qualche ragione
speciale egli l'aveva risparmiata; e perci
ne aveva ancora pi paura.
 Note.
1. Specie di nascondiglio costruito sopra un albero d'alto
fusto dove i cacciatori stanno alla posta delle tigri.
(N. d. T.)


Capitolo 5.

Sotto la tettoia della tenda, Diana, mentre
attendeva Gastone con i cavalli, si stava nervosamente
infilando i grossi guanti da amazzone.
Era straordinariamente eccitata. Ahmed Ben
Hassan era assente fin dal giorno avanti e non
si sapeva se sarebbe tornato quella sera oppure
la sera dopo. Non aveva precisato la durata della
sua assenza. C'era stato nei giorni precedenti
un gran viavai di messaggeri, un continuo arrivare
di cavalieri con i cavalli sfiniti a tutte
le ore del giorno e della notte; lo sceicco stesso
sembrava preoccupato in modo particolare. Non
si era degnato di comunicare a Diana la causa
di quella anormale attivit delle sue genti, e
Diana non gli aveva domandato nulla.
Nelle quattro settimane che erano passate da
quando aveva promesso di obbedirgli, Diana
aveva parlato pochissimo. La paura e l'odio che
sentiva per lo sceicco aumentavano di giorno
in giorno. Aveva imparato a reprimere gli accessi
di collera e le parole di rabbia che le venivano
alle labbra; aveva imparato a obbedire,
obbediva a denti stretti e con gli occhi torvi, ma
obbediva e taceva, sorpresa del proprio silenzio.
Aveva continuato, giorno per giorno, la stessa
vita, senza mai parlargli se non quando egli le
rivolgeva la parola, e lo sceicco, la cui attenzione
era rivolta a ci che accadeva fuori delle
quattro pareti della tenda, o non si era accorto
del suo silenzio o non si era preso l'incomodo
di curarsene.
Negli ultimi giorni l'aveva lasciata sola assai
spesso; era uscita a cavallo insieme con lui quasi
tutti i giorni fino alla settimana precedente; ma
poi egli le aveva detto seccamente che doveva
abbreviare le sue passeggiate e che Gastone
l'avrebbe accompagnata in vece sua. Non aveva
dato nessuna spiegazione, ed ella non ne aveva
chieste, preferendo vedere in ci un semplice
atto della tirannia di quell'uomo che la teneva
in sua bala e il cui arbitrario esercizio del potere
la feriva continuamente.
Sotto alla sua cupa sottomissione infuriava
il sentimento di ribellione. Aveva studiato febbrilmente
la maniera di fuggire e adesso pareva
che l'assenza dello sceicco le offrisse la sospirata
occasione favorevole. La notte precedente,
sola nel gran letto, si era invano torturata il
cervello per trovare il modo di approfittare della
relativa libert. Certamente sarebbe riuscita a
eludere la vigilanza di Gastone. L'eccitazione
l'aveva tenuta sveglia per met della notte e al
mattino aveva durato fatica a nascondere la
propria agitazione e a mostrarsi tranquilla come
al solito. Non aveva neppure osato dare ordine
che i cavalli fossero pronti prima dell'ora consueta
nel timore che il domestico sospettasse
qualche cosa.
Dopo la colazione aveva continuato ad andar
in su e in gi per la tenda, perch non le riusciva
starsene tranquillamente seduta, tanto
era il terrore che lo sceicco tornasse da un momento
all'altro e facesse crollare le sue speranze.
Posava lo sguardo sugli oggetti che le erano
divenuti cos stranamente familiari in quei due
mesi, e rabbrividiva. Quella tenda col suo strano
arredamento e il carattere di quell'uomo terribile
rimarrebbero nella sua mente come enigmi
che non avrebbe mai potuto risolvere. In lui e
nella sua vita troppe cose erano inesplicabili.
Diana respir profondamente e usc in fretta,
in pieno sole. I cavalli aspettavano e Gastone
era pronto a tenerle la staffa. Accarezz le nari
lisce del cavallo e il suo collo lucente come seta
con mano leggermente tremante. Era affezionata
a quel cavallo, e per di pi quel giorno doveva
essere la sua salvezza. L'animale rispondeva alle
carezze increspando le labbra e nitrendo dolcemente.
Diana dette un ultimo sguardo dietro di
s alla grande tenda e al resto dell'accampamento,
poi mont in sella e si avvi senza pi
voltarsi indietro.
Doveva star molto attenta a non tradirsi. Ardeva
dal desiderio di mettersi al galoppo e sbarazzarsi
di Gastone, ma era ancora troppo vicina
all'accampamento. Prima di fare qualsiasi
tentativo, avrebbe dovuto pazientare e mettere
tra s e i suoi possibili inseguitori un certo numero
di miglia. Un tentativo prematuro avrebbe
servito soltanto a metterle alle calcagna l'intera
orda selvaggia. Le venne in mente la promessa
che aveva fatta all'uomo dal quale fuggiva;
aveva promesso obbedienza, ma non aveva promesso
di non tentare di fuggire; in ogni caso
si trattava di una promessa strappata dalla
paura e quindi, a suo parere, senza valore.
Prese il piccolo galoppo cadenzato, risparmiando
cos istintivamente il cavallo, mentre le
venivano in mente, uno dopo l'altro, dei piani
che era costretta a scartare perch ineffettuabili.
Stella d'argento fremeva di dover tenere
quell'andatura, moderata e rodeva il morso.
Diana non bad all'ora; pens soltanto che il
tempo passava rapidamente e che se voleva tentar
qualche cosa doveva decidersi al pi presto
possibile.
Ma Gastone che la seguiva a pochi passi di
distanza stava molto pi attento di lei all'ora
e gi parecchie volte aveva guardato l'orologio.
Le si avvicin portandosi al suo fianco e, con
una parola di scusa, le disse, mostrandole l'orologio
che teneva al polso:
- Pardon, signora; si fa tardi. -
Diana guard macchinalmente al proprio polso
e poi si ricord che il giorno prima le si era
rotto l'orologio. Ferm il cavallo, e rovesciato
un po' indietro il casco, si asciug la fronte sudata.
In quel momento fu investita da una raffica
di quello strano vento del deserto che si leva
e poi si calma quasi subito. Le balen in mente
un'idea. Era poco probabile che la cosa riuscisse;
ma poteva riuscire. Dette un'occhiata a
Gastone; questi stava guardando dalla parte opposta
e allora Diana sollev in aria il suo fazzoletto,
lo lasci sventolare per un momento e
poi apr la mano. Il vento lo trasport lontano,
ed essa mand un grido e afferr le redini del
cavallo del domestico.
- Oh, Gastone! Il mio fazzoletto! - gli disse
accennandogli quel pezzetto di tela bianca che
era andato a fermarsi contro una roccia.
Con una comica esclamazione di dolore, Gastone
smont da cavallo e cominci a correre
sulla sabbia.
Diana aspett finch non ebbe percorso un
certo tratto, immobile, con gli occhi scintillanti
e il cuore in tumulto; poi afferr il casco e
percosse violentemente con esso la groppa del
cavallo del domestico. L'animale, spaventato,
fugg in direzione dell'accampamento, mentre
essa, senza curarsi delle grida di Gastone, voltava
il proprio cavallo e si metteva a galoppare
verso nord.
Stella d'argento, eccitato e libero di allungare
l'andatura, filava cos veloce che Diana sentiva
fischiarle il vento alle orecchie.
Non si curava affatto della sorte del piccolo
francese abbandonato, a piedi, cos lontano dall'accampamento;
anzi, in quel momento, non
pens neppure a lui; non pensava che a se stessa.
Il suo tranello era riuscito grazie alla sua stessa
semplicit. Era libera e non voleva occuparsi
d'altro. Non aveva nessun progetto, non sapeva
n che cosa avrebbe fatto n dove sarebbe andata;
aveva in mente una cosa sola: continuare
a puntare verso il nord. Aveva una vaga speranza
d'imbattersi in qualche gruppo di arabi
di sentimenti amichevoli che, dietro promessa
di una ricompensa, acconsentissero a guidarla
verso qualche paese civile. La maggior parte degli
arabi conosce qualche parola di francese,
pensava Diana, e al resto avrebbe supplito con
quel po' d'arabo che aveva imparato.
Sapeva che era una pazzia cavalcare sola attraverso
al deserto, ma non se ne curava. Era
libera. Era troppo eccitata per ragionare. Rideva
e gridava come una matta e la sua sovreccitazione
si era comunicata al suo grigio che
filava rapido come il vento. Diana sentiva che
il cavallo le aveva preso la mano e che se l'avesse
voluto, non avrebbe potuto arrestarlo; ma non
aveva affatto l'intenzione di trattenerlo; anzi,
quanto pi veloce correva, tanto pi era soddisfatta.
Si sarebbe stancato alla fine, ma intanto
era meglio lasciarlo andare e metter delle miglia
tra lei e quell'accampamento che era stato una
prigione, tra lei e quel bruto.
Al pensiero dello sceicco ebbe un brivido di
paura.. Se le accadesse qualche incidente? Se
egli s'impadronisse novamente di lei? Fremette,
mentre un grido di terrore le usciva dalle labbra;
ma si domin subito; era proprio stupida
e spregevole! Era impossibile che la riprendessero!
Sarebbero passate delle ore, forse tutta
la notte, prima che fosse dato l'allarme; e poi
lo sceicco non poteva sapere la direzione da lei
presa nella fuga, e aveva delle miglia di vantaggio
e montava uno dei cavalli pi rapidi tra
tutti quelli posseduti da Ahmed Ben Hassan.
Non volle nemmeno pi pensarci; quello era
stato un incubo che ormai era passato; era riuscita
a fuggire da lui e dalla sua crudelt.
Purtroppo non poteva pi tornare a essere
quella di prima, ma la paura di tutti i giorni,
la contaminazione quotidiana, erano passate per
sempre; finito quel sentimento d'impotenza che
era stato la sua tortura, quella vergognosa sottomissione
per la quale disprezzava se stessa
tanto intensamente quanto odiava lo sceicco che
l'aveva piegata ai suoi voleri. Il ricordo di quelle
sue sofferenze non l'avrebbe lasciata mai. Egli
aveva fatto di lei una cosa vile e spregevole. Le
guance le divennero di fuoco a questo pensiero
e rabbrivid all' idea che avrebbe portato in
cuore per tutta la vita le cicatrici delle sue ferite.
La fanciulla che era partita, trionfante da
Biskra era divenuta una donna attraverso a una
serie di dolorose esperienze e di amare umiliazioni.
Stella d'argento aveva rallentato l'andatura
prendendo quel galoppo cadenzato e comodo che
rendeva famosi i cavalli di Ahmed Ben Hassan.
La brezza si era calmata e faceva molto caldo.
Diana guardava intorno a s con gli occhi brillanti
dalla gioia. Tutto le sembrava diverso.
Aveva sempre amato il deserto, ma l'animo suo
era stato dominato dalla paura unita allo sforzo
continuo per contenersi e alla necessit di obbedire
ai capricci del suo rapitore, e quindi non
aveva potuto goderlo; ma adesso tutto era cambiato.
Amava quella distesa sconfinata e ondulata
che le stava dinanzi agli occhi e il suo interesse
si faceva pi acuto ogni volta che il
cavallo raggiungeva la sommit di un'altura.
Che cosa ci poteva essere oltre quella collina?
Per un'ora continu ad attraversare una serie
interminabile di dune, poi si trov di nuovo
nel deserto piatto che le permetteva di vedere
dinanzi a s per parecchie miglia. A circa due
miglia di distanza c'era un ciuffo di palme, e
Diana si diresse a quella volta pensando che
probabilmente avrebbe trovato col un pozzo;
era tempo di concedere un po' di riposo al cavallo
e di riposarsi un po'anche lei. Era un'oasi
microscopica e Diana smont da cavallo con
gran timore di non trovare il pozzo. Fortunatamente
c'era dell'acqua e si mise all'opera per
liberare la piccola vasca dai detriti e dalla sabbia
in modo da poter bere e dissetare Stella
d'argento, che impaziente raspava il terreno. Fu
un lavoro lungo e faticoso; ma finalmente riusc
a fare in modo che il cavallo potesse bere, e dopo
avergli allentate le cinghie della sella, si gett
a terra all'ombra di una palma. Accese una sigaretta
e si distese supina col casco sugli occhi.
Per la prima volta dal momento in cui si era
liberata di Gastone, si mise a pensare seriamente
alla propria condizione. Aveva commesso
una vera pazzia. Non aveva cibo n per s n
per il cavallo, e solo Iddio sapeva dove avrebbe
potuto trovare un altro pozzo. Era sola in una
regione non civilizzata, in mezzo a una popolazione
selvaggia, senza protezione alcuna. Poteva
imbattersi in arabi di sentimenti amichevoli, ma
poteva anche accadere il contrario. Poteva trovare
sul suo cammino un accampamento; ma
c'era anche il caso che continuasse a camminare
per delle giornate intere senza trovarne; e allora
sarebbe morta di fame e di sete. Che cosa
avrebbe fatto quando fosse caduta la notte?
Balz in piedi con un grido acuto. Che cosa
doveva fare? Gett uno sguardo intorno a s
esaminando con gli occhi smarriti la piccola
oasi, quelle poche palme, il pozzo in rovina, i
cespugli e il cavallo che fiutava per terra cercando
ancora dell'acqua. Per la prima volta ebbe
paura; era sola nel deserto infinito; sent di
essere un atomo, una cosa insignificante, un
nulla addirittura. Volse gli occhi al cielo sereno
e chiaro e fu atterrita dalla sua vastit.
Ma quel terrore improvviso scomparve e le
torn tutto il suo coraggio. Era soltanto mezzogiorno;
prima di notte sarebbe certamente accaduto
qualche cosa. Di un fatto soltanto era
sicura: non si pentiva certo di essere fuggita.
Dietro di lei stava Ahmed Ben Hassan, davanti
a lei la morte; e preferiva la morte.
Riacquistata la calma, si distese di nuovo all'ombra,
risoluta a non pensar pi n alle difficolt
n ai pericoli. Avrebbe avuto tempo a
pensarci quando si fossero presentati. Per un'ora
o due doveva riposarsi ed evitare intanto il terribile
caldo del meriggio. Si mise bocconi con
la testa appoggiata sulle braccia per cercar di
dormire, ma era troppo eccitata; e allora vi rinunzi,
tanto pi che, pensava, poteva accaderle
di dormire troppo a lungo e perdere cos un
tempo prezioso.
Si allung comodamente sul suolo, felice di
quell'ombra che la riparava dal sole infocato.
Il cavallo, stanco di strofinare il muso intorno
al pozzo e di annusare i cespugli spinosi, le si
era. avvicinato allungando la testa verso di lei.
Diana lo afferr per il naso liscio come velluto
attirandolo contro il suo viso. Stella d'argento
era molto affezionato e d'indole migliore degli
altri cavalli; strofin volentieri le nari contro
la guancia della padrona nitrendo di gioia e
guardandola con i suoi grandi occhi espressivi.
- Non ho nulla da darti, povera bestia! -
gli disse Diana con una sincera espressione di
rincrescimento nella voce, mentre lo baciava sul
muso e poi cercava di allontanarlo.
Guard di nuovo il cielo; una grossa macchia
nera si librava sulla sua testa; riconobbe il volo
pesante di un avvoltoio. Tra poche ore, forse,
si sarebbe pasciuto del suo cadavere. Dio misericordioso!
Perch mai le venivano in testa simili
pensieri? Non le rimaneva dunque pi nulla
di quel coraggio che era stato la sua seconda
natura? Se doveva lasciar prendere il sopravvento
ai nervi e allo sconforto, tanto valeva rinunziare
subito a qualsiasi tentativo di salvarsi,
starsene l distesa e morire subito.
Con le dita tremanti prese un'altra sigaretta;
fumare l'avrebbe calmata. Tuttavia esit prima
di accenderla, pensando che avrebbe potuto
averne un bisogno anche maggiore, finch, ridendo,
si decise e, fatta scattare la chiusura
della scatola degli zolfanelli, ne prese e accese
uno con molta cura. Poi si distese di nuovo
per terra quanto pi comoda le fu possibile. Sentiva
tutt'intorno gli innumerevoli piccoli rumori
del deserto, che qualche settimana prima
sarebbero stati per lei incomprensibili, quali il
ronzio di un' infinit d'insetti, il mormorio della
sabbia, e, di tanto in tanto, il fruscio dei cespugli.
Per qualche minuto la sua attenzione fu attratta
da un ragno delle sabbie ed essa segu
con meraviglia e interesse le sue laboriose operazioni.
A poco a poco fu presa come da una sonnolenza,
dalla quale si scosse bruscamente accorgendosi
che l'aria era impregnata del profumo
del tabacco usato dallo sceicco. Stava fumando
appunto una delle sue sigarette. Per Diana i
profumi avevano sempre avuto un'eccezionale
potenza rievocatrice, e in quel momento il profumo
penetrante delle sigarette dell'arabo le richiam
alla mente tutte le immagini e i pensieri
che aveva cercato di scacciare.
Con un gemito gett via la sigaretta e si nascose
il viso tra le mani. Tutto il passato si
svolse rapidamente davanti ai suoi occhi; una
folla di ricordi di tutti i generi: le rapide galoppate
nel deserto a fianco di quell'uomo che
odiava ma che pure si sentiva costretta ad ammirare;
il suo modo di addestrare i cavalli, che
erano la sua passione, saldo in sella come un
centauro e poi ricordi di lui tra i suoi uomini,
ricordi pi intimi, e il suo cuore cos vario e il
suo rapido passare dalla crudelt alla gentilezza.,
dalla insofferenza brutale alla improvvisa
condiscendenza.
C'erano state perfino delle volte in cui. senza
volerlo, si era interessata vivamente a lui e
ascoltando la sua voce lenta e profonda, aveva
dimenticato quali fossero le relazioni tra di loro,
finch una parola o un gesto non l'avevano richiamata
violentemente alla realt. Ricord anche
i momenti nei quali aveva lottato contro le
sue carezze ed egli si era riso della sua impotenza:
quando essa, esausta e palpitante, era
rimasta abbandonata nelle sue braccia o quando
fredda, impaurita, aveva rabbrividito sotto i
suoi baci furiosi. Lo aveva temuto come non
aveva mai creduto fosse possibile temere.
L'immagine del suo viso sorse davanti agli
occhi di Diana con tutti gli atteggiamenti e le
espressioni che aveva imparato a conoscere e a
temere. Tent di scacciarla con tutte le sue
forze, con tutti i mezzi, torcendosi sulla sabbia
soffice nella lotta contro quell'ossessione da cui
non poteva liberarsi. Continuava a vederlo come
se realmente le fosse stato davanti agli occhi.
L'avrebbe sempre perseguitata cos, come un
fantasma? Il ricordo della sua bella faccia
bruna con quegli occhi ardenti e quella bocca
crudele non le avrebbe mai dato pace?
Coricata bocconi, sprofond il viso tra le
braccia, ma la visione non scomparve; e allora
salt in piedi gridando, col petto ansante e gli
occhi dilatati dal terrore fissi verso il sud con
una tale tensione, con uno sforzo cos disperato,
che le facevano male le tempie. Aveva la sensazione
della sua presenza, la sensazione netta,
precisa, terribile. Si lasci di nuovo cadere al
suolo con un accesso di riso nervoso e rimase
assorta nei suoi pensieri, mentre con un gesto
stanco ricacciava indietro i folti capelli che
le erano caduti sulla fronte. Stella d'argento
appoggiandole improvvisamente il muso sulla
spalla la fece trasalire dallo spavento. Il cuore
le batteva forte e si era fatta pallida come una
morta.
Sono nervosa; mormor guardandosi intorno
e rabbrividendo se rimango ancora qui,
divento pazza.
La piccola oasi che aveva salutato con tanta
gioia le era divenuta odiosa; ardeva dal desiderio
di allontanarsene. Salt impetuosamente
a cavallo e il movimento rapido le rese la calma
e la forza d'animo. Scacci le idee tristi che si
erano impadronite di lei e con esse scomparve
anche la paura. Un senso di spensieratezza, una
eccitazione come quella da cui era stata presa
al mattino, s'impadronirono di lei; incit il cavallo
che rispose pronto alla sua voce, appena
accorgendosi del suo lieve peso, e prese un bel
galoppo disteso senza dare il minimo segno di
stanchezza. Tutt'intorno silenzio profondo e solitudine
assoluta: quella enorme distesa senza
anima vivente incuteva un senso di terrore. Il
pomeriggio stava per terminare e l'aria si era
fatta pi fresca.
Diana non aveva pi visto un essere vivente
da quando aveva lasciato Gastone, e cominciava
a provare una certa ansia. Pi di una volta,
aveva trovato delle tracce di carovane, ma aveva
distolto con disgusto lo sguardo da quelle ossa
di cammello imbiancate che le facevano pensare
alla sua terribile sorte. Vide anche qualche sciacallo;
e una iena era fuggita tra alcuni massi
quando era passata. Oltrepassato il deserto pianeggiante,
si era ingolfata in una serie di colline
basse che, a suo giudizio, l'avevano messa fuori
strada. Cercava di orientarsi sul sole cadente
che aveva mutato il cielo in un incendio meraviglioso
d'oro e di porpora, ma quelle continue
giravolte tra le alture rocciose la traevano in
errore. Aveva l'impressione che il corridoio
stretto tra le alture per il quale stava passando
la serrasse minaccioso da ogni lato, e gi cominciava
a disperare di poter uscire da quel laberinto quando, dopo una
svolta ancora pi
stretta delle altre, le rocce scomparvero improvvisamente
e si trov davanti una sconfinata distesa
di terreno aperto e sgombro.
Dette un sospiro di sollievo ed eccit con la
voce il cavallo, ma ammutol a un tratto e lo
ferm bruscamente, col cuore che le batteva
forte, quando, guardando davanti a s vide a
circa un miglio di distanza un grosso drappello
di arabi che veniva verso di lei. Erano circa una
cinquantina; il loro comandante, che montava
un gran cavallo nero, li precedeva a una certa
distanza. La limpidezza dell'atmosfera li faceva
sembrare pi vicini di quanto fossero realmente.
Non era ci che Diana desiderava. Aveva sperato
di trovare un accampamento dove vi fossero
delle donne, oppure una carovana di mercanti
che, per i loro costanti contatti con le
citt, avrebbero subito compreso quanto fosse
importante guidare fino ai centri di civilt europea
una donna disarmata come lei. Invece
quella banda di guerrieri, come erano certamente,
poich vedeva benissimo i loro fucili e la
loro formazione di marcia serrata e ordinatissima,
le ispir un gran timore. C'era da aspettarsi
ogni peggior cosa da quei nomadi selvaggi
e senza rispetto di alcuna legge, quando avessero
avuto in loro potere una donna sola e senza
difesa. Era fuggita da una situazione orrenda
per cadere in un'altra dieci volte peggiore.
Impallid e serr i denti disperata; quegli esseri
umani, che aveva invocato con una preghiera
cos fervida, costituivano adesso una minaccia
mortale; sicch ella preg il Cielo con
un uguale fervore che potessero continuare la
loro strada senza scorgerla. Forse non era
troppo tardi, forse non l'avevano ancora vista
e poteva infilarsi di nuovo tra quelle colline e
nascondersi nelle loro complicate giravolte. Fece
indietreggiare Stella d'argento nell'ombra di
una roccia, ma nell'eseguire quel movimento si
accorse di essere stata veduta. Il comandante
del drappello si gir sulla sella, alz una mano
sopra la testa e si diresse al galoppo verso di
lei, mentre i suoi uomini, con un grido selvaggio,
fermavano i loro cavalli in un nuvolo di
polvere facendoli addirittura piegare sui garetti.
Diana si sent stringere il cuore da una mano
di ghiaccio e un gemito disperato le sal alle
labbra. Non era possibile non riconoscere quel
cavaliere e il suo cavallo! Ebbe un momento
di debolezza acuta; poi, con uno sforzo tremendo,
si fece coraggio, volt il cavallo e lo
spinse per la pista che aveva percorso poco
prima; dietro a lei galoppava Ahmed Ben Hassan
e spronava il suo grande stallone nero come
non aveva mai fatto. Con il viso cinereo e gli
occhi dilatati dal terrore, Diana si curv sul
collo del cavallo cercando di alleggerirlo quanto
pi poteva e lo spinse, senza preoccuparsi dei
pericoli che presentava quella rozza pista, a gran
carriera, a un'andatura pazza, costringendolo
allo sforzo massimo che poteva richiedergli.
Forse avrebbe potuto sbarazzarsi di quell'inseguitore
nei tortuosi sentieri in mezzo alle colline.
Quella era l'unica cosa importante.
Meglio una brutta caduta, meglio rompersi il
collo che cader di nuovo nelle sue mani. Presa
dal terrore voleva gridare, ma si strinse le labbra
tra i denti per trattenere l'urlo disperato
che le usciva dalla gola. Non osava guardare indietro,
teneva lo sguardo fisso davanti a s,
mentre cercava di guidare il cavallo con tutta, la
destrezza di cui era capace, sostenendolo nelle
voltate pericolose e curvandosi quanto pi poteva
in avanti per aiutarlo.
Nel suo terrore aveva dimenticato quanto breve
fosse la distanza che la separava dal punto in
cui quella specie di pista sboccava nel terreno
sgombro, e senza pensarci aveva diretto il cavallo
proprio su quella pista, la stessa per la
quale era venuta, lasciando a destra le alture
pi elevate; sicch in breve si ritrov nel deserto
aperto a sud di quella catena di collinette.
Ormai non aveva altra speranza di salvezza che
la velocit del suo cavallo; per quanto tempo
poteva contarci ancora?
Allora, con un barlume di speranza, si ricord
che lo sceicco montava il Falco, un fratello
di Stella d'argento che per non era mai
riuscito a superare in velocit. Era stata a cavallo
tutto il giorno e il suo cavallo era stanco,
ma quello di Ahmed Ben Hassan doveva essere
ancora pi stanco perch egli non si preoccupava
mai di risparmiare le forze dei cavalli, e poi era
molto pi peso di lei. Forse Stella d'argento col
suo carico pi lieve poteva guadagnare terreno
sul Falco. C'era questa probabilit, e Diana lo
sperava e non avrebbe mai ceduto. Il sudore le
correva gi per il viso e ansava faticosamente.
All'improvviso, pochi minuti dopo che era uscita
fuori dalle colline, sent distintamente la voce
profonda dello sceicco:
- Se non vi fermate, far fuoco sul vostro
cavallo. Vi do un minuto per decidervi. -
Diana si pieg ancor pi sulla sella, afferrandosi
al collo del cavallo, chiuse gli occhi per
un attimo, ma non ebbe la minima esitazione.
Non si sarebbe fermata; nulla al mondo l'avrebbe
fermata in quel momento. Soltanto, sapendo
con chi aveva a che fare, tolse i piedi dalle
staffe. Lo sceicco aveva detto che avrebbe sparato,
e avrebbe sparato; e se il grigio scartava
o deviava di un capello probabilmente avrebbe
ricevuto lei la palla destinata a lui. Meglio cos!
S, perfino una palla era da preferirsi!
Stella d'argento correva a precipizio; quel minuto
sembr eterno a Diana. Poi, quasi prima
che si udisse il colpo, il cavallo fece un balzo
in aria e cadde pesantemente, mentre veniva
proiettata in avanti e andava a rotolare sulla
sabbia. Stordita un momento per la caduta,
balz quasi subito in piedi, e sebbene barcollasse
un poco, si diresse verso il cavallo abbattuto
che agitando furiosamente le quattro zampe
faceva degli sforzi disperati per rialzarsi. Ma
quando lo ebbe raggiunto si trov addosso il cavallo
nero che si ferm di colpo impennandosi
ritto sui garetti.
Lo sceicco salt a terra e corse verso di lei.
L'afferr per il polso e la spinse violentemente
da una parte. Diana cadde e non si mosse; tremava
tutta. Era vinta; e con lo svanire della
sua ultima speranza tutto il suo coraggio era
scomparso. Domata, sopraffatta, non cerc pi
di resistere al terrore che la invadeva; ogni sua
facolt era paralizzata da un'unica forza: la
paura della sua voce, la paura del tocco delle
sue mani. Ud un altro colpo e comprese che lo
sceicco aveva finito Stella d'argento; dopo qualche
secondo egli era vicino a lei, e al suono
della sua voce ella si alz barcollando, cercando
di allontanarsi da lui.
- Perch siete qui, e dov' Gastone? -
Con voce soffocato ella raccont tutto. Che importava?
E poi, se avesse taciuto, l'avrebbe costretta
a parlare.
Lo sceicco non fece alcun commento; condusse
il Falco pi vicino a lei, la mise rudemente in
sella, e salt in groppa mentre il morello gi
partiva al suo consueto galoppo precipitoso.
Diana non fece la pi piccola resistenza; sembrava
in preda a un'assoluta apatica indifferenza.
Non dette neppure uno sguardo al corpo
di Stella d'argento, non osserv nulla; si teneva
stretta all'arcione con lo sguardo fisso davanti
a s senza veder niente. Aveva perduto il casco
nella caduta e non l'aveva raccolto, lieta di non
aver nulla che le premesse la testa che le faceva
male. Il suo collasso morale aveva influito anche
sulle sue forze, sicch doveva fare un vero sforzo
di volont per tenersi in sella. Entro pochi minuti
avrebbero raggiunto i cavalieri che stavano
aspettando, e doveva fare appello a tutta
la sua energia se non voleva essere ferita nel
suo orgoglio lasciando scorgere la sua debolezza).
Ahmed Ben Hassan, tornando indietro, non
rifece la stessa strada; ma prese un piccolo sentiero
che Diana aveva scorto e che correva
rasente alle colline lasciandole da parte. In meno
di mezz'ora incontrarono il drappello di cavalieri
che cavalcavano lentamente verso di loro. Diana
non alz neppure gli occhi al loro avvicinarsi,
ma ud la limpida voce di tenore di Yusef che
chiamava ad alta voce lo sceicco, il quale rispose
brevemente mentre il drappello si disponeva dietro
di lui. E via di nuovo per quella zona che
aveva attraversata al mattino in condizioni
tanto differenti!
Ella si rendeva conto adesso che era stata una
follia fin dal principio. Avrebbe dovuto sapere
che non le sarebbe mai stato possibile riuscire,
che da sola non avrebbe mai potuto raggiungere
un luogo abitato da persone civili. Soltanto a
pensare di riuscire a trarsi d'impaccio aveva
commesso una pazzia! Il caso che l'aveva messa
di nuovo in potere dello sceicco poteva allo
stesso modo farla cadere nelle mani di qualsiasi
altro arabo. La sorte aveva arriso ad Ahmed Ben
Hassan; anzi ella stessa, senza saperlo, ne aveva
favorito i disegni e gli aveva dato modo d'impadronirsi
di lei. Il fato gli era propizio. Era
inutile cercar di lottare ancora contro di lui.
Mille pensieri confusi, strani, contrastanti, le
si affollarono in mente, ma era troppo stanca
per districare quel guazzabuglio. Non capiva
pi niente e rinunzi senz'altro a comprendere,
tanto pi che lo sforzo che doveva fare per pensare
acuiva il suo atroce dolor di capo. Provava
una grande inquietudine, un profondo sentimento
di tristezza, un abbattimento terribile,
affatto indipendente dalla paura che le incuteva
lo sceicco. Cess di pensare; si occup soltanto
di tenersi in equilibrio sulla sella.
Alz la testa per la prima volta e guard il
cielo superbamente bello. Il sole, infocato come
un globo d'oro fuso, stava tramontando e il
cielo era tutto un tumulto d'oro, di porpora e di
verde pallidissimo che si mutava in un turchino
sempre pi intenso a mano a mano che lo splendore
del tramonto si attenuava. Le palme sparse
qua e l e le colline lontane si delineavano nettamente
contro l'orizzonte. Quella regione era
meravigliosamente bella, e il cuore di Diana
ebbe un improvviso fremito di gioia quando si
rese conto che stava tornando verso tutte quelle
bellezze.
Era debolissima, incapace di tenersi dritta in
sella, e una o due volte fu costretta ad abbandonarsi
pesantemente verso colui che stava in
groppa al Falco. Il sentirsi vicina a lui non la
disgustava pi; fu meravigliata, che il pensiero
di quella forza., cos vicina, le desse un senso
di sollievo. Pos gli occhi sulle mani di lui che,
brune e muscolose, spuntavano fuori dai lembi
delle sue vesti bianche. Conosceva il vigore di
quelle dita magre che, quando voleva, potevano
anche essere gentili. Respinse le lacrime che le
venivano improvvise agli occhi; aveva un disperato
desiderio di piangere. Si sentiva terribilmente
sola e sconfortata, bramava ardentemente
qualche cosa che ignorava.
Tramontato il sole, mentre annottava rapidamente,
si lev un vento fresco, e Diana, rabbrividendo,
si sent sempre pi affranta; a volte
era addirittura in uno stato di semincoscienza
al quale succedette a poco a poco l'insensibilit
completa. Una scossa violenta gettandola contro
lo sceicco, la svegli improvvisamente; ma
era cos stanca che a malapena si accorse che
si erano fermati per qualche motivo e che c'erano
delle palme vicino a lei. Si sent sollevare, avvolgere
in un mantello; poi, nient'altro.
Si svegli lentamente vincendo a poco a poco
la sonnolenza. Era ancora stanca, ma quella
terribile debolezza era scomparsa e provava anzi
una sensazione di benessere e di sicurezza.. L'aria
fresca della notte che la colpiva in viso scacci
ogni traccia di sonno; si accorse che era caduta
la notte, che stavano ancora galoppando verso
sud, che era distesa attraverso alla sella, davanti
allo sceicco, che la teneva tra le braccia
piegate. La testa poggiava proprio sul cuore di
lui sicch ne sentiva, attraverso alla guancia, il
battito regolare. Tutta avvolta in quel caldo
mantello e stretta in quelle braccia robuste e sicure,
non sent altro, a tutta prima, che il piacere
del riposo fisico. Per il momento era gi
abbastanza starsene l tranquilla, con i muscoli
rilassati senza nessuno sforzo da compiere, e
godersi il soffio fresco del vento sul viso e il
rapido comodo galoppo del Falco, che li portava
tutti e due attraverso la notte.
Tutti e due! Improvvisamente, come se la memoria
le fosse tornata a un tratto, si rese conto
esatto della sua condizione, e cio che si trovava
tra le braccia di lui e che la sua testa riposava
sul suo petto. Il cuore cominci a batterle
furiosamente. Perch non rabbrividiva alla
stretta di quelle braccia e al contatto di quel
corpo caldo e robusto? Che cosa le era accaduto?
Fu come un lampo e comprese; comprese
che lo amava, che lo aveva amato da molto
tempo, anche quando credeva di odiarlo ed era
fuggita da lui.
Sapeva adesso perch l'immagine del suo viso
l'aveva ossessionata, nella piccola oasi, a mezzogiorno;
comprese che era stato l'amore che la
chiamava senza che ne avesse coscienza. Quei
pensieri confusi e contrastanti, quelle emozioni
cos varie che si erano impadronite di lei quando
avevano incominciato il viaggio di ritorno, quell'inestricabile
guazzabuglio di idee nella sua
mente, tutto era chiaro adesso. Alla fine conosceva
se stessa, sapeva che il sentimento dal
quale era invasa era l'amore, un amore appassionato,
dominante ogni altro pensiero, che quasi
la spaventava per la sua immensit e per l'improvvisa
padronanza che aveva acquistato sull'anima
sua.
L'amore l'aveva sorpresa, alla fine, lei che
l'aveva disprezzato tanto! L'uomo che l'aveva
amata non aveva potuto commuoverla; non
aveva amato nessuno e aveva pensato di essere
incapace di amare, di essere negata a ogni affetto
naturale e di essere condannata a non saper
mai che cosa volesse dire amore. Ma lo sapeva
adesso; ed era un amore cos potente, una
cos completa dedizione di tutta se stessa che
non aveva mai concepito l'eguale. Il suo cuore
era schiavo per sempre di quell'ardente uomo
del deserto, cos differente da tutti gli altri uomini
che aveva incontrati, di quel selvaggio che
non riconosceva alcuna legge, che si era impadronito
di lei per soddisfare un capriccio passeggero,
che l'aveva trattata con una crudelt
spietata. Era un bruto, ma lo amava.
Ed era un arabo! Un uomo di un'altra razza,
di un altro colore, un indigeno; Aubrey l'avrebbe
chiamato, senza far tante distinzioni, un maledetto
negro. Non le importava affatto! La
cosa non aveva alcuna importanza. Un anno
prima, anzi poche settimane prima, avrebbe
avuto un brivido di disgusto, e all'idea che un
indigeno potesse soltanto toccarla si sarebbe rivoltata;
ma tutto ci era passato, finito per sempre
di fronte all'amore che aveva invaso tutto il suo cuore.
Era una notte luminosa. Le stelle scintillavano
nel cielo profondamente nero e la luna
piena proiettava un chiarore limpido e bianco.
La calma perfetta era rotta soltanto da qualche
ululato di sciacallo. Gli uomini cavalcavano in
un silenzio insolito, sebbene di tanto in tanto
si udisse qualche sorda esclamazione o il tintinnio
delle armi. Uno fece fuoco su un animale
notturno che era quasi balzato fuori da sotto
le zampe del cavallo, ma lo sceicco, voltandosi
appena, dette un ordine e non si udirono pi
spari.
Diana si mosse leggermente in modo da poter
vedere il viso di lui illuminato dal chiarore lunare
che faceva risaltare alcuni lineamenti lasciandone
altri in ombra. Lo guard ansante.
Ahmed Ben Hassan aveva lo sguardo fisso davanti
a s, gli occhi sfolgoranti nella fredda luce
lunare, le sopracciglia aggrottate col suo caratteristico
cipiglio e il mento energico spinto
avanti con un'aria anche pi ostinata del solito.
Lo sceicco la sent muovere e abbass lo
sguardo su di lei. Per un momento, ella lo fiss
negli occhi e poi nascose il viso contro il suo
petto mormorando confusamente qualche parola.
Egli non parl, ma la sollev un poco stringendola
meglio nella curva del braccio.
Quando giunsero all'accampamento, era assai
tardi. C'era luce nella gran tenda e luci dappertutto
nell'accampamento. Una folla di domestici
e di arabi li circond subito. Il Falco, nonostante
il duro lavoro di quella giornata, cominci
a far delle falcate e a impennarsi, come
faceva sempre ogni volta che si fermava, senza
che ci fosse modo di impedirglielo. A una parola
dello sceicco due uomini lo afferrarono rapidamente
per la testa mentre egli passava Diana
nelle braccia di Yusef pronte a riceverla. Ella si
sentiva le membra rigide ed era tutta stordita;
il giovane luogotenente l'accompagn sorreggendola
fino all'ingresso della tenda e poi si
dilegu nella folla.
Diana si gett stanca sul divano e si copr il
viso con le mani. Tremava dalla stanchezza e
dall' apprensione. Che cosa le avrebbe fatto?
Si era rivolta questa domanda pi volte con le
labbra mute e tremanti, facendo appello a tutto
il suo coraggio, cercando di farsi forza per il
momento in cui avrebbe dovuto affrontarlo. Finalmente
ud la sua voce e alzando la testa vide
che stava fermo sull'ingresso. Le voltava le
spalle e dava ordini ad alcuni uomini vicino a
lui, secondo quanto pot arguire dalle voci che
udiva; poco dopo delle pattuglie di cavalieri,
una mezza dozzina, partivano rapidamente in
varie direzioni.
Lo sceicco rimase ancora qualche momento
a parlare con Yusef, e poi entr nella tenda.
Diana, tra i cuscini soffici dell'enorme divano,
cerc di rincantucciarsi e di farsi piccola quanto
pi le fu possibile; ma egli, senza badarle, accese
una sigaretta e cominci a passeggiare in
su e in gi per la tenda. Ella non ebbe il coraggio
di rivolgergli la parola, tanto terribile
era l'espressione del suo viso.
Due servi arabi dall'andatura silenziosa portarono
una cena preparata in fretta. Fu un pasto
malinconico. Lo sceicco non parl mai e
non mostr neppure di accorgersi della presenza
di Diana. Questa non aveva mangiato nulla in
tutto il giorno, pure il cibo le ripugnava e dovette
sforzarsi per assaggiare qualche cosa. Finalmente
i due domestici portarono due tazzine di
caff indigeno nel loro porta tazza d'oro, e poi
si ritirarono. Diana sorb il caff con difficolt,
non poteva inghiottirlo. Lo sceicco aveva ricominciato
ad andare in su e in gi fumando una
sigaretta dopo l'altra. Quel monotono passeggiare
le irrit i nervi; mezza nascosta tra i cuscini
del divano, trasaliva ogni volta che lo
sceicco le passava davanti e affascinata, piena
di paura, l'osservava continuamente.
Egli non la guardava mai. Di tanto in tanto
dava un'occhiata all'orologio che aveva al polso
e il suo viso si faceva sempre pi scuro. Se
avesse almeno parlato! Il suo silenzio era peggiore
di tutto quello che avrebbe potuto dire. Che
cosa avrebbe fatto? Era capace di tutto. Quell'attesa
era una tortura. Le mani di Diana erano
bagnate di sudore; si sentiva soffocare e perfino
il colletto della sua camicia da amazzone
le dava noia.
Yusef venne due volte a dar notizie, e la seconda
volta lo sceicco, che l'aveva accompagnato
fin sulla porta parlando, si avvicin a Diana e
si ferm davanti a lei guardandola in modo
strano. Ella protese istintivamente le braccia
spingendosi indietro tra i cuscini, mentre gli
occhi non riuscivano a sostenere lo sguardo fisso
di lui.
- Che cosa mi farete? - mormor quasi
senza volerlo, con le labbra aride.
- Dipende da ci che  avvenuto di Gastone, -
rispose egli lentamente dopo averla guardata
a lungo, con uno sguardo crudele negli occhi,
come per prolungare la tortura.
- Gastone? - ripet essa come se non comprendesse.
Aveva dimenticato il domestico, anzi gli avvenimenti
che si erano svolti in tutto il giorno, e
i pensieri dai quali era stata agitata le avevano
addirittura fatto dimenticare la sua esistenza.
- S, Gastone, - disse egli severamente.
- Non sembra che abbiate pensato a ci che poteva
accadergli!
- Che cosa poteva accadergli? - domand
sorpresa e imbarazzata Diana, mettendosi seduta.
Lo sceicco sollev un lembo della tenda e accennando
fuori, nell'oscurit, con un gesto vago,
le rispose:
- Laggi, verso sud, c' un vecchio sceicco
che si chiama Ibraheim Omair. La mia trib
e la sua si odiano da varie generazioni. Ho saputo,
ultimamente, che egli si  avventurato da
queste parti, pi vicino di quanto abbia mai
osato. Mi odia. Catturare uno dei miei domestici
sarebbe per lui una fortuna insperata. -
Lasci ricadere il lembo della tenda e ricominci
a camminare in su e in gi. C'era nella sua
voce un accento cos sinistro che Diana aveva improvvisamente
compreso il pericolo che correva
Gastone.
Ahmed Ben Hassan non era uomo da spaventarsi
senza necessit; si vedeva ben chiaro che
egli era in ansia per la sorte del piccolo francese,
e Diana che lo conosceva a fondo argu
da quell'ansia che si trattava di un pericolo
gravissimo. Prima di partire da Biskra, aveva
sentito raccontare fatti spaventosi e tanti altri
ne aveva uditi da quando viveva nell'accampamento
arabo; perci sapeva qualche cosa della
diabolica crudelt degli arabi e della loro rude
indifferenza per le sofferenze fisiche. Le si affollarono
alla mente una quantit di lugubri visioni
con spaventosi particolari. Rabbrivid.
- Che cosa gli farebbero? - domand convulsa,
con uno sguardo di terrore.
Lo sceicco si ferm davanti a lei e la guard
curiosamente; c'era nei suoi occhi una profonda
espressione di crudelt.
- Debbo dirvi che cosa gli farebbero? - rispose
in tono significativo e con un sorriso terribile.
Essa dette un grido e si nascose la faccia tra
le mani implorando:
- No, no. Non me lo dite! -
Egli scosse la cenere della sigaretta e disse in
tono sprezzante:
- Bah! Come siete sensibile! -
Diana soffriva realmente rendendosi conto di
ci che poteva avvenire a Gastone. Non aveva
alcuna avversione per lui; al contrario, aveva
molta simpatia per quel domestico sempre cos
rispettoso e attento. Non aveva pensato che era
un uomo, un uomo come un altro, quando lo
aveva abbandonato solo, a piedi, a tanta distanza
dall'accampamento; aveva veduto in lui
soltanto l'aguzzino, il carceriere, l'uomo di fiducia
del padrone.
La vicinanza di quello sceicco ostile spiegava
adesso molte cose che non aveva compreso: il
desiderio di Gastone di non allontanarsi troppo
dal campo, l'inconsueta attivit dei seguaci
dello sceicco negli ultimi tempi e la velocit e
il silenzio che erano stati mantenuti durante
la precipitosa galoppata attraverso al deserto
quella sera stessa. Non aveva mai dubitato dell'affezione
dello sceicco per il suo domestico
francese, e in ogni caso ne aveva adesso una
prova evidente nell'ansiet che egli, di solito
cos indifferente alle sofferenze e al pericolo, non
si curava di nascondere.
Diana lo guard pensierosa. C'erano nel suo
carattere strano dei lati a lei ancora oscuri, che
non conosceva affatto. Avrebbe mai potuto comprendere,
sia pure imperfettamente, quella complessa
natura? C'era nei suoi occhi una gran
tenerezza e insieme una curiosit ardente, mentre
seguiva con lo sguardo l'alta figura dello
sceicco che continuava ad andare in su e in gi
per la tenda. Camminava senza far rumore sui
tappeti spessi che coprivano il suolo e la sua
andatura piena di grazia, a passi lunghi, le ricordava
sempre quelli di un animale selvaggio.
Quand'egli si volt di nuovo verso di lei,
Diana pens che il suo abbraccio senza amore
sarebbe stato per lei non la gioia sospirata ma
una sofferenza atroce. I baci indifferenti delle
sue labbra l'avrebbero bruciata e la stretta vigorosa
delle sue braccia sarebbe stata uno
scherno. Ma si sarebbe di nuovo rivolto verso
di lei? Se fosse accaduto qualche cosa a Gastone,
se ci che egli aveva detto si fosse avverato
e il domestico fosse caduto vittima dell'odio
mortale esistente tra le due trib?
Diana sapeva che egli sarebbe stato terribilmente
vendicato; come sarebbe stata trattata
lei? Si domandava se l'avrebbe uccisa e in qual
modo; si domandava se quelle brune dita, forti
come l'acciaio, l'avrebbero soffocata, e macchinalmente
si port le mani alla gola. Lo sceicco
si ferm vicino a lei per accendere una sigaretta
e Diana stava riunendo tutto il suo coraggio
per parlargli ancora di Gastone, quando il telo
che copriva l'entrata si apr improvvisamente
e Gastone si present sull' ingresso della tenda.
- Monsignore.... - balbett alzando tutte e
due le mani in un affettuoso gesto di saluto.
Lo sceicco l'agguant per la spalla, e a voce
lenta, ma con un accento che Diana non gli conosceva,
gli disse:
- Gastone! Enfin, mon ami! -
I due uomini si guardarono in viso per un
momento; poi Ahmed Ben Hassan dette in una
risatina di sollievo e mormor:
- Sia lode ad Allah, misericordioso e compassionevole!
- Sia lode al suo nome! - aggiunse Gastone
dolcemente.
Poi il suo sguardo si ferm su Diana senza
alcuna espressione di risentimento. C'era anzi
nei suoi occhi un'ansiet sincera.
- La signora.... - disse con esitazione.
- La signora sta benissimo, - interruppe
seccamente lo sceicco.
E in cos dire lo spinse con atto gentile verso
l'uscita dicendogli poche parole in arabo. Dopo
che Gastone se ne fu andato, rimase per qualche
tempo a guardare nella notte, e quando rientr
s'indugi pi del solito nel chiudere la
tenda. Diana stava in piedi, esitante. Era sfinita
e i suoi stivaloni le pesavano come piombo.
Aveva paura di andare e paura di rimanere. Lo
sceicco continuava di proposito, almeno a quanto
sembrava, a non occuparsi di lei. Il ritorno di
Gastone era un gran sollievo, ma lei doveva
ancora fare i conti con lo sceicco per il suo tentativo
di fuga. Che egli per allora non ne avesse
parlato non voleva dir niente; lo conosceva
troppo bene per farsi delle illusioni su questo
punto. E poi c'era anche la faccenda di Stella
d'argento, il pi bello di tutti i suoi magnifici
cavalli; doveva pur pagare per la sua morte.
Lo sforzo sostenuto dal mattino in poi era stato
tremendo; non si sentiva la forza di lottare
ancora.
Il silenzio di lui rendeva la tensione dei suoi
nervi sempre pi acuta; e, a un certo punto,
Diana sent di non potersi pi dominare.
Lo sceicco si era avvicinato alla scrivania e
stava aprendo una scatola di cartucce per ricaricare
il tamburo della rivoltella. Sembr a
Diana che quella piccola operazione durasse dei
secoli. Sussultava a ogni scatto del meccanismo
e stringeva forte le mani passando la lingua
sulle labbra asciutte. Se egli non parlava, doveva
parlar lei, non ne poteva pi.
- Mi dispiace di Stella d'argento.... - balbett
con una voce strana e fioca che la sorprese.
Egli non rispose; si strinse nelle spalle, mentre
introduceva l'ultima cartuccia nel tamburo.
Quella mossa, che non svelava il suo pensiero,
esasper Diana che grid con voce aspra:
- Avreste fatto meglio a uccidermi.
- Forse. Avrei trovato facilmente da sostituirvi.
Donne ce ne sono in quantit, Stella
d'argento, invece, era quasi unico, - rispose
rapidamente con un tono freddo e brutale che la
fece rabbrividire.
Un lieve sorriso triste le spunt sulle labbra
e con voce appena percettibile sussurr:
- Eppure per riprendermi avete ucciso il vostro
miglior cavallo! -
Egli si volt di scatto con un'imprecazione.
- Scioccherella! Mi conoscete ancora cos
poco? Credete forse che tolleri di essere contrariato
in qualche cosa? Credete forse che, fuggendo,
farete in modo che vi desideri meno?
Per Allah! Vi avrei ritrovata perfino in Francia.
Quando ho una cosa, me la tengo finch non
ne sono stanco...,, e, per ora, non sono stanco
di voi. -
L'attir contro di s guardandola con gli occhi
ardenti; in quel momento il suo viso aveva
un'espressione veramente diabolica.
- In che modo vi punir? - le disse, ridendo;
e quando la sent rabbrividire tra le sue
braccia e la vide nascondersi il viso tra le mani,
aggiunse dopo averla obbligata a sollevare la
testa: - Che cosa odiate pi di tutto? I miei
baci? - e con un'altra risata di scherno, appoggi
le labbra su quelle di lei in un bacio
lungo, soffocante.
Poi, improvvisamente, la lasci andare; stordita,
accecata, ella si allontan da lui vacillando. Egli l'afferr mentre stava per cadere e
la tenne tra le braccia. La testa di Diana pos
sulla sua spalla, ed egli alla vista di quel viso
tremante prese un'espressione meno dura. La
port di peso nella stanza vicina e la depose sul
letto, dolcemente, con delicatezza. Poi rimase
per qualche momento a guardare con occhi ardenti
quell'esile corpo di bambina.
- Badate di non risvegliare in me, di nuovo,
il demonio, ma belle, - disse con voce cupa.
Diana nascose il capo nei cuscini con un gemito
di disperazione. Aveva provato quanto fossero
amari i suoi baci senza amore e sapeva che
qualche cosa ancor pi amara l'attendeva; al
pensiero della sua vita avvenire si contorse disperata.


Capitolo 6.

Diana stava facendo colazione nella stanza
anteriore della tenda; aveva in mano una tazza
di caff, e la testa dagli splendidi capelli d'oro
era curva su una rivista posata sulle sue ginocchia.
Era un periodico francese recentissimo
lasciato l da un olandese che faceva un viaggio
nel deserto e aveva chiesto ospitalit per
una notte.
Diana non lo aveva veduto. Soltanto dopo che
il viaggiatore aveva consumato nella sua tenda
il pranzo che gli era stato offerto, lo sceicco le
aveva inviato il consueto messaggio in stile fiorito,
messaggio che, per quanto mascherato con
parole melliflue, era un vero e proprio ordine di
venire a prendere il caff. Il servizio era stato
fatto esclusivamente da domestici indigeni e anche
lo sceicco, nel ricevere l'ospite si era comportato
da vero arabo scevro da ogni influsso
occidentale, rivolgendogli la parola soltanto in
arabo che, del resto, lo straniero parlava correntemente.
Ahmed Ben Hassan, con la caratteristica
indifferenza e mancanza di sincerit
degli orientali, aveva messo a sua disposizione
se stesso, i suoi domestici e ogni suo possesso,
e l'olandese, che conosceva il valore di quelle
dichiarazioni, aveva risposto con le solite frasi
imposte dall'uso.
Una o due volte, mentre stavano chiacchierando,
l'orecchio dell'olandese era stato colpito
da una debole voce di donna proveniente da dietro
le spesse cortine di separazione, ma egli era
troppo pratico degli usi del paese per lasciare
scorgere sul suo viso un sentimento qualsiasi;
si limit a sorridere a se stesso pensando all'espressione
che avrebbe assunto il viso austero
del suo grave e impassibile ospite se gli avesse
fatto una domanda indiscreta. Quell'olandese
era un uomo piuttosto anziano e di cuore sensibile;
gli sarebbe piaciuto sapere in qual modo
avrebbe poi espiato la sua colpa la fanciulla,
nascosta nella stanza vicina, che aveva osato
far sentir la sua voce. Era partito il mattino
dopo, per tempo, senza rivedere lo sceicco, scortato
per un breve tratto da Yusef e da pochi
uomini.
Diana leggeva avidamente. Qualunque cosa da
leggere, purch nuova, era preziosa. Sembrava
un giovinetto delicato con la sua camicetta da
amazzone e i calzoni corti; aveva una gamba,
chiusa nell'alto stivalone marrone, ripiegata
sotto di s, mentre dondolava pigramente l'altra
lungo il fianco del divano. Sorb in fretta il
caff e poi, accesa una sigaretta, si curv sulla
rivista con un sospiro di soddisfazione.
Erano trascorsi due mesi dal giorno del suo
pazzesco tentativo di fuga, dal giorno in cui la
sua corsa verso la libert era terminata in tragedia
per il povero Stella d'argento e in un
modo cos inaspettato per lei. Aveva passato
delle settimane di ardente felicit commista a
dolori cocenti. Ci che le stava intorno aveva
assunto per lei un aspetto nuovo. Il lusso orientale
della tenda e i suoi addobbi non le sembravano
pi teatrali; al contrario, vi vedeva il quadro
naturale in cui doveva vivere quello splendido
tipo d'uomo che amava circondarsi di tutta
la pompa cara al suo cuore d'indigeno. Quanto
fosse per la sua personale soddisfazione e quanto
invece per la necessit di fare impressione sui
suoi seguaci, era cosa che Diana non aveva mai
potuto stabilire. Per lei il deserto era divenuto
cento volte pi bello. Quegli arabi selvaggi, con
le loro abitudini primitive, non la disgustavano
pi; e quella vita libera, di continuo esercizio
fisico, cos semplice e cos sana, le diveniva infinitamente
cara. Il luogo dell'accampamento
era stato cambiato parecchie volte (sempre pi
a sud) e ogni volta Diana aveva provato un interesse
sempre pi vivo nel cambio.
Da quella notte in poi, dalla notte in cui egli
trionfante l'aveva riportata all'accampamento,
lo sceicco era stato sempre gentile con lei,
gentile oltre ogni sua aspettazione. Non aveva mai
accennato n alla sua fuga n alla morte di
quel cavallo che apprezzava tanto: in questo si
era mostrato molto generoso. Ormai la cosa era
passata ed egli non desiderava che vi si facesse
allusione. Ma la sua era pura e semplice gentilezza,
nient'altro. La passione che spesso lampeggiava
nei suoi occhi scuri, era soltanto il desiderio
risvegliato in lui da quell'insolito tipo
di donna cos differente da tutte quelle che gli
erano passate tra le mani. Il ricordo continuo
di quelle altre donne era per Diana una tortura
che si faceva ogni giorno pi dolorosa. Il sapere
che quelle carezze erano state fatte aux autres
era per lei come una ferita aperta che non volesse
cicatrizzarsi.
Cerc di non pensare al passato. Sapeva che
sarebbe stata follia credere all'astinenza monacale
in un uomo forte, pieno di energia e di virilit,
come lo sceicco.
Gett il mozzicone della sigaretta nel fondo
di caff che era rimasto nella tazzina, dove si
spense crepitando, e volt una pagina. Ma a un
tratto alz la testa e lasci cadere a terra la
rivista divenutale, a un tratto, indifferente.
Appena fuori della tenda, quella stessa voce vibrante
e bassa di baritono, che aveva udito la
sera prima della sua partenza da Biskra, cantava
il canto d'amore del Cascemir. Rimase seduta
ascoltando con profonda attenzione, mentre
i suoi occhi esprimevano un profondo imbarazzo.
Pallide mani che amai presso lo Shalimar,
dove siete adesso?... Chi soggiace al vostro
incanto?
La voce si fece pi vicina, e lo sceicco, entrato
nella tenda, le si appress sempre cantando.
Pallide mani dalle rosee dita... cantava;
poi si arrest davanti a Diana e s'impadron
delle sue dita sollevandole verso le
proprie labbra.
Ma prima che potesse baciarle, Diana liber
la mano e gli domand, ansiosa, fissandolo negli
occhi:
- Sapete l'inglese? -
Egli si gett ridendo sul divano, vicino a lei.
- Perch canto una canzone inglese? - le
rispose in francese. - L! L! Una volta a Parigi
ho sentito cantare la Carmen da un giovanotto
spagnolo che non sapeva una parola di
francese. Aveva imparato la sua parte come un
pappagallo, come io imparo le vostre canzoni
inglesi! - aggiunse sorridendo.
Ella l'osserv mentre accendeva la sigaretta
e, pensierosa, aggrott la fronte.
- Eravate voi che cantavate, quella sera, a
Biskra, vicino all'albergo? - gli domand con
tono di profonda convinzione.
- Qualche volta si fanno delle pazzie, specialmente
quando c' una bella luna piena, - rispose
lo sceicco, seccato.
- E siete stato voi che siete entrato nella
mia camera e avete posto nella mia rivoltella
delle cartucce a salve? -
Egli la cinse col braccio, l'attir vicino a s,
le sollev il viso in modo da poterla guardare
negli occhi.
- E credete che avrei permesso a qualcun
altro di entrare nella vostra stanza? Io, un
arabo, quando avevo gi delle intenzioni su voi?
- Eravate cos sicuro di riuscire? -
Lo sceicco si mise a ridere come se l'idea che
qualcuno dei suoi progetti potesse fallire lo divertisse
immensamente; poi i suoi occhi mandarono
fiamme di passione ardente. La strinse a
s con famelica violenza, come se la vicinanza
del suo corpo avesse risvegliato il suo ardore
assopito. Ella si divincolava volgendo la testa
in modo che egli non potesse baciarla.
- Sempre fredda? - brontol. - Baciami,
pezzettino di ghiaccio! -
Ella ne moriva di desiderio, e mentre continuava
a respingerlo sentiva una pena infinita
che quasi le spezzava il cuore. Una voglia sfrenata
di dirgli che lo amava; dirgli tutto e accettare
le conseguenze di questa sua confessione
quali che fossero. Ma poi ricacci indietro le
ardenti parole che stavano per uscirle di bocca,
mentre i suoi occhi prendevano volutamente una
espressione d'indifferenza e le sue labbra si atteggiavano
a una piega di sdegnosa rivolta.
Lo sceicco aggrott la fronte.
- Ancora disobbediente? Avevate detto che
mi avreste obbedito. Io detesto gl'Inglesi, ma
credevo che la loro parola... -
Ella lo interruppe voltando la testa, verso di
lui con una mossa rapida e baciandolo spontaneamente,
per la prima volta, sulla guancia
abbronzata dal sole. Pos appena le labbra
fredde sulla guancia dello sceicco.
- Bon Dieu! - esclam egli con una risata
sprezzante. - Il sole ardente del deserto non vi
ha insegnato nulla di meglio? Avete profittato
cos poco del mio esempio? Il detestabile clima
del vostro odioso paese vi ha talmente agghiacciata
che non c' nulla che possa togliervi il
gelo di dosso? Oppure c' in Inghilterra qualche
uomo che avrebbe il potere di cambiarvi da
statua in donna? - aggiunse con un brontolio
di rabbia.
Diana strinse fortemente le mani per non cedere
al dolore che provava.
- Non c' nessuno, - mormor - ma io...
io non le sento queste cose...
- Fareste meglio a imparare! - disse egli
con voce dura. - Sono stanco di stringere tra
le braccia un pezzo di ghiaccio!
- e rovesciatala tra le sue braccia possenti le copr il viso
di baci ardenti, infocati.
Per la prima volta Diana cedette interamente
aggrappandosi a lui con l'impeto della passione,
restituendogli i suoi baci a uno a uno con assoluto
abbandono di ogni resistenza. Finalmente
egli la lasci andare, palpitante, senza fiato, e
balz in piedi coprendosi gli occhi con le mani.
- Mi date alla testa, Diana! - disse, con
una risata in cui si sentiva una punta di collera.
E scotendo le spalle, travers la tenda e si
avvicin al cofano dove stavano le armi di riserva;
lo apr, tir fuori una rivoltella e cominci
a pulirla.
Diana lo guard sorpresa. Che cosa aveva voluto
dire? Come metter d'accordo quelle parole
col consiglio che le aveva dato prima? Era realmente
cos facile a cambiar parere? Desiderava
dunque la soddisfazione di sapere che era riuscito
a farsi amare da lei, di potersi gloriare del
dominio che aveva su di lei? Voleva forse torturarla
con un raffinamento di crudelt che prendeva
tutto e non dava niente? Voleva che si
trascinasse ai suoi piedi per dargli il piacere di
respingerla con disprezzo, oppure voleva solamente
che i sensi di lei rispondessero al suo ardente
temperamento d'orientale?
Diana arross di vergogna. Conosceva qual
selvaggio carattere si celava sotto quella esteriore
impassibilit, sapeva quale dominio egli
esercitava su se stesso e sapeva anche che era
capace di violare improvvisamente il ritegno che
si era imposto. Non era cosa facile governare i
suoi selvaggi seguaci, ed ella intuiva che il riposo,
la distrazione che egli cercava nell'intimit
della sua tenda avevano per lui maggiore
importanza di quanto avrebbe mai ammesso,
maggiore perfino di quanto egli stesso credeva.
L'odio e il disprezzo con i quali l'aveva respinto
l'avevano provocato e divertito, ma, qualche
volta, anche irritato.
Egli era profondamente uomo, e come tale doveva
avere dei momenti in cui desiderava un
compagno volenteroso in luogo di un prigioniero
ribelle.
Nel guardarlo Diana sospir.
A un tratto s'inginocchi sui cuscini del divano.
- Perch odiate cos ferocemente gl'inglesi,
Monsignore? -
Da qualche tempo, quasi senza accorgersene,
aveva cominciato ad adoperare quell'appellativo
di cui si serviva Gastone; spesso le riusciva difficile
chiamarlo senza dargli un nome, e rifuggiva
dal dargli il suo; del resto quel titolo gli
si adattava perfettamente.
Egli alz gli occhi dal suo lavoro e riunendo
i vari oggetti li port sul divano.
- Accendetemi una sigaretta, chrie, ho le
mani occupate, - le disse come se non avesse
sentito la sua domanda.
Diana accese la sigaretta con una risatina.
- Non avete risposto alla mia domanda. -
Egli continu a lucidare la piccola arma luccicante
che teneva in mano e dopo un po' rispose:
- Ma petite Diana, le vostre labbra sono di
un rosso adorabile e la vostra voce  una musica
per i miei orecchi, ma... detesto le domande.
Mi esasperano addirittura. -
E si rimise a canticchiare il canto del Cascemir.
Diana lo conosceva abbastanza per sapere che
non tutte le domande lo annoiavano, ma che doveva
aver fatto involontariamente allusione a
qualche cosa del suo passato, a lei ignoto, doloroso
per lui. Quasi per assicurarsi di conoscerlo
bene, gli rivolse subito un'altra domanda.
- Perch cantate? Non avete mai cantato
fino a oggi! -
Egli la guard divertito della sua ostinazione.
- Che donna curiosa! Canto perch sono contento.
Arriva il mio amico.
- Il vostro amico?
- S, per Allah! Il miglior amico che uomo
abbia mai avuto al mondo. Raoul di Saint-Hubert. -
Ella diresse lo sguardo verso la libreria con
un gesto della testa, e lo sceicco fece un cenno
affermativo.
- Viene qui? - domand Diana, con una
voce in cui si sentiva la costernazione.
- E perch no? - rispose lo sceicco alteramente,
aggrottando la fronte, annoiato dal
suo tono di voce.
- Per nulla... - rispose essa buttandosi di
nuovo sui cuscini dopo aver raccolto da terra
la rivista.
L'arrivo di uno straniero, un europeo, era un
colpo per lei, ma, sentendo che lo sguardo dello
sceicco non la lasciava un momento, decise di
non lasciare scorgere i suoi sentimenti.
- A che ora sarete pronto per montare a cavallo? -
gli chiese con aria indifferente, simulando
uno sbadiglio mentre sfogliava la rivista.
- Stamattina non posso venire a cavallo con
voi. Debbo andare incontro a Saint-Hubert. Il
suo corriere  arrivato soltanto un'ora fa. Sono
due anni che non lo vedo. -
Diana scivol gi dal divano e and sull' ingresso
della tenda, che era aperto. Un drappello
di cavalieri stava gi aspettando lo sceicco e
vicino alla tenda il difficile Shaitan, nelle mani
dei palafrenieri, rodeva il morso e si moveva
inquieto. Guard accigliata le orecchie abbassate
e gli occhi irrequieti di quel bell'animale
perverso. Lo avrebbe montato senza- paura, se
lo sceicco lo avesse permesso, ma stava in pensiero
per lui ogni volta che se ne serviva.
Solo lo sceicco poteva montarlo; e, pur conoscendo
la sua perfetta padronanza del cavallo,
non riusciva a rimaner tranquilla, a scacciare
un sentimento ignoto alla Diana di prima; quel
giorno avrebbe desiderato che qualunque altro
cavallo, eccetto Shaitan, lo attendesse vicino
alla tenda.
Si avvicin lentamente allo sceicco e gli chiese,
con esitazione, evitando di guardarlo in faccia:
- Rimanere tutto il giorno nella tenda mi fa
venire mal di capo. Non potrei uscire a cavallo
con Gastone? -
Da quando aveva tentato di fuggire egli non
l'aveva pi lasciata uscire a cavallo se non in
sua compagnia, e aveva rifiutato nettamente
ogni volta che aveva fatto dei tentativi per ottenere
di poter riprendere le sue passeggiate con
Gastone.
Egli esit anche questa volta, e Diana, temendo
che rifiutasse di nuovo, sussurr umilmente
guardandolo con occhi pieni di desiderio:
- Fatemi questo favore, Monsignore! -
Egli la guard con un'aria pi severa del solito,
e poi scatt:
- E non cercherete di fuggirvene di nuovo?
- No, non fuggir di nuovo, - rispose a voce
bassa, mentre voltava la testa per nascondere le
lacrime che le riempivano gli occhi.
- Benissimo. Glielo dir. Sar felice le bon
Gastone! Nonostante il tiro che gli avete giocato,
 rimasto il vostro schiavo volenteroso.
Ha un bel carattere, le pauvre diable! Non  un
arabo, non  vero, piccola Diana? -
Aveva di nuovo negli occhi il suo sguardo canzonatorio,
e con quel suo brusco gesto consueto
la obblig a volgere il viso verso di lui. Poi,
fattosi improvvisamente serio, le porse la rivoltella
che aveva pulito poco prima, dicendole:
- Desidero che la portiate sempre quando
uscite a cavallo. Ibraheim Omair  assai spesso
in queste vicinanze. -
Essa guard la rivoltella con un certo imbarazzo.
- Ma... - balbett.
Lo sceicco comprese quello che pensava, e curvandosi
su di lei la baci lievemente.
- Ho fiducia in voi, - le disse calmo; e se
ne and.
Diana con la rivoltella tra le mani, lo segu,
lo vide montare a cavallo e partire, con un lampo
di fierezza negli occhi per la sua veramente
straordinaria abilit equestre. Rientr nella
tenda, introdusse l'arma nella fondina che era
rimasta su uno sgabello, prese dalla libreria un
romanzo di Saint-Hubert, se lo mise sotto al
braccio e poi, portando con s la rivoltella, and
nella stanza da letto. Chiam Zilah per farsi
togliere gli stivaloni, e quindi si gett sul letto
col proponimento di passar cos la mattinata e
cercare di immaginarsi che tipo fosse questo
Saint-Hubert leggendo il libro che egli aveva
scritto.
L'odiava fin da quel momento, senza conoscerlo;
era gelosa di lui e seccata che arrivasse.
L'improvvisa tenerezza dello sceicco aveva fatto
sorgere nel suo cuore una speranza sulla quale
osava appena fermarsi. Certamente erano passati
dei mesi, durante i quali egli aveva avuto
per lei la massima indifferenza oppure aveva ceduto
soltanto alla sua attrazione fisica; ma il
dominio da lei esercitato sugli altri uomini non
poteva agire anche su lui? Non era possibile
che, all'infuori di quell'attrazione fisica., si sviluppasse
qualche sentimento pi bello e migliore?
Per quanto orientale, non poteva esser
capace di un affetto profondo e duraturo?
Forse egli avrebbe potuto amarla, se non fosse
sopravvenuto un influsso estraneo e interrompere
quelle abitudini che erano divenute tanta
parte della sua vita intima. Gli altri episodi ai
quali egli faceva allusione erano durati qualche
giorno, qualche settimana, e non dei mesi, come
nel suo caso. Adesso lo sceicco non si sarebbe
occupato d'altro che di Saint-Hubert!
In un impeto di rabbia, Diana scaravent via
il libro di quel francese e nascose la testa tra
le braccia. Doveva essere odioso, doveva essere
un egoista smorfioso e pieno di vanit! Aveva
conosciuto vari scrittori francesi, e s'immaginava
con disprezzo che tipo doveva essere Saint-
Hubert. I suoi libri erano indubbiamente ben
fatti; tanto peggio! Sarebbe stato ancora pi
tronfio! Il suo romanzo rivelava un temperamento
emotivo, appassionato, ci che prometteva
di rendere complicata la situazione, se gli
fosse piaciuto di mettersi a guardarla con occhio
tenero! Diana rabbrivid a quell'idea. Ed
era evidente che Saint-Hubert l'avrebbe veduta,
perch lo sceicco non aveva dato ordini in
contrario. Non si sarebbe ripetuto ci che era
avvenuto con l'olandese, quando gli ordini perentori
di Ahmed Ben Hassan le avevano ricordato,
con molta efficacia, che apparteneva a un arabo,
facendole provare per la prima volta la sensazione
della donna condannata alla clausura.
Le emozioni del mattino e il dispiacere di aver
dovuto rinunziare alla passeggiata a cavallo, insieme
alla costernazione per l'arrivo di quell'inaspettato
visitatore, avevano messo Diana
in uno stato di grande agitazione; si sentiva proprio
infelice e si esauriva nel torturarsi con
mille tristi pensieri. Fin con l'addormentarsi e
dorm pesantemente per qualche ora. Zilah la
svegli ponendole con delicatezza la mano sul
braccio e annunziandole che la colazione era
pronta. Diana si alz a sedere, si strofin gli
occhi, piena di sonno. Fiss per un istante senza
capir niente la fanciulla araba, poi le fece imperiosamente
cenno di andarsene e nascose di
nuovo il viso nei cuscini. Far colazione quando
il cuore era infranto!
Pensando che Gastone, il rappresentante del
suo signore, stava aspettando nella stanza vicina,
Zilah non si mosse e continu a insistere;
finch Diana salt su incollerita e le intim di
andarsene con un tono che non aveva mai usato
parlando con la sua piccola cameriera. Zilah
scapp via precipitosamente, e Diana, ormai
sveglia, mise i piedi a terra, rimanendo seduta
sul letto, appoggi i gomiti sulle ginocchia e
si strinse tra le mani la testa infocata. Si sentiva
stordita, aveva mal di capo e la bocca
asciutta e ardente. Si alz languidamente in
piedi e, avvicinatasi alla toelette osserv con
attenzione il suo viso. Nel vedere la sua immagine
aggrott le ciglia. Non era mai stata orgogliosa
della propria bellezza; l'aveva sempre
posseduta e le pareva una cosa senza importanza;
adesso poi che non era riuscita neppure
a far nascere in Ahmed Ben Hassan quell'amore
che tanto desiderava, quasi sentiva di odiarla.
- Hai la febbre o sei soltanto di cattivo
umore? - domand ad alta voce alla sua immagine;
e il suono delle sue parole la fece ridere
nonostante il dolore che aveva in cuore.
And nella stanza da bagno e tuff la testa
nell'acqua fredda. Quando torn indietro, Zilah
spaventata stava deponendo un piccolo vassoio
sullo sgabello, sormontato da un largo piatto
di ottone, che stava vicino al letto.
- Il signor Gastone... - balbett quasi piangendo.
Diana guard il vassoio sul quale tutto era
preparato con quella cura squisita cos cara al
cuore del domestico, poi l'orologio da viaggio
vicino al vassoio, e s'accorse che gi da un'ora
avrebbe dovuto far colazione, e che, dopo tutto,
aveva appetito. Un pezzetto di carta che stava
sul vassoio colp il suo sguardo; lo prese e lesse
queste parole scritte nella minuta ma chiara
calligrafia di Gastone: A che ora la signora
desidera uscire a cavallo?.
Evidentemente il domestico non aveva intenzione
di rinunziare al programma del pomeriggio
senza lottare! Diana scrisse un numero sul
biglietto, e avvicinatasi alla tenda di separazione
chiam:
- Gastone!
- Signora! -
Senza far parola gli porse il pezzetto di carta
passando il braccio tra le cortine; poi cominci
a far colazione.
Quando mand via Zilah col vassoio vuoto,
raccatt da terra il libro del visconte di Saint-
Hubert e si mise a leggerlo spassionatamente.
Guard prima di tutto con attenzione le parole
Souvenir de Raoul, scritte a matita sul frontespizio.
Non pareva certo la calligrafia di un
uomo poco intelligente; ma la calligrafia non 
una cosa di cui si possa tener conto, argomentava,
decisa a non trovar nulla di buono in quell'amico
dello sceicco. Aubrey, che era la quintessenza
dell'egoismo, aveva una bellissima calligrafia,
e una volta uno che se ne intendeva gli
aveva detto che essa rivelava un animo pieno di
generoso amore per il prossimo; la qual deduzione
non aveva affatto entusiasmato il baronetto
e aveva suscitato in sua sorella un'allegria
sfrenata.
Poi cominci a scorrere il libro ingolfandosi
qua e l nella lettura di qualche punto interessante,
tanto che alla fine non pens pi all'autore.
Era un bellissimo racconto che narrava la
storia dell'amore e della fedelt di un uomo; e
Diana lo pos, dopo averlo scorso, con un sospiro
di profonda amarezza. Cos andavano le
cose nei libri! Ma nella vita erano assai differenti
! Gir gli occhi per la stanza osservando
con grande tristezza la mescolanza di oggetti
suoi e dello sceicco, i suoi oggetti da toelette
frammisti ai rasoi e alle spazzole di lui, e poi
il cuscino vicino al suo, sul quale la testa di
lui riposava ogni notte.
Poi, scotendo la testa con una mossa impaziente,
salt in piedi, s'infil gli stivaloni, si
calc sugli occhi un cappello di feltro molle e
prese la rivoltella che le aveva data lo sceicco.
Prima di affibbiarsela alla vita si ferm a guardarla
con un sorriso strano.
Quando usc dalla tenda e si avvicin ai cavalli,
gli occhi di Gastone brillarono di sincero
piacere. Si era sentita un po' imbarazzata, prima
di uscir dalla tenda, pensando all'ultima volta
che egli l'aveva accompagnata: per fin dal momento
in cui Gastone era tornato al campo, in
quella notte della sua fuga, aveva compreso che
in lui non c'era rancore. Il suo sguardo e le
poche parole rivolte balbettando allo sceicco le
avevano fatto comprendere che egli temeva non
per ci che avrebbe potuto accaderle nel deserto,
ma per ci che avrebbe potuto accaderle nelle
mani del loro comune signore.
Il cavallo che Diana montava di solito, dopo
la morte di Stella d'argento, era un arabo dal
mantello perfettamente bianco, ma non cos veloce
e, per di pi, pieno di malizie. Si chiamava
Ballerino, perch aveva l'abitudine di mettersi
a ballare sulle zampe posteriori, ogni volta che
era montato e ogni volta che si fermava, come
un cavallo da circo equestre. Montargli in sella
non fu facile, perch scartava lateralmente
appena Diana cercava di mettere il piede nella
staffa. Ma finalmente riusc a balzare in sella
e, mentre Ballerino metteva in mostra i suoi
talenti da haute cole, anche Gastone mont il
suo cavallo.
- Dopo aver montato Ballerino mi sento in
grado di prender parte al Concours hippique!
- grid Diana, ridendo, al domestico; e tocc
il cavallo col tallone.
Aveva voglia di fare dell'esercizio fisico faticoso
che la stancasse, che impedisse alla sua
mente di pensare. Ballerino soddisfaceva in
tutto a questo suo duplice desiderio, perch era
un cavallo che doveva esser montato con continua
attenzione. Lo lasci correre come volle e
l'aria e il moto le fecero passare il mal di capo;
fu anzi presa da una specie di gaiezza per la
quale si sentiva quasi felice. Dopo un certo
tempo, trattenne il cavallo e fece cenno a Gastone
di venire al suo fianco.
- Ditemi qualche cosa di questo visconte di
Saint-Hubert che deve arrivare. Lo conoscete,
suppongo, giacch  tanto tempo che siete con
Monsignore.
- L'ho conosciuto prima ancora che lo conoscesse
Monsignore, - rispose Gastone sorridendo.
- Io e il mio fratello gemello Enrico
siamo nati in un possesso del signor conte di
Saint-Hubert, il padre del signor visconte. Tutti
e due siamo stati impiegati nella scuderia da
corsa del signor conte e poi, dopo aver fatto il
nostro servizio militare in cavalleria, Enrico divent
domestico del signor visconte e io venni
da Monsignore. -
Diana si tolse il cappello e si asciug la
fronte. Pensava che quindici anni prima Ahmed
doveva avere circa venti anni. Come mai un
capo arabo di quell'et (o, del resto, di qualunque
et) si permetteva la stranezza di avere
un domestico francese, e come mai un domestico
francese era tanto affezionato a uno sceicco
arabo da esiliarsi volontariamente nel deserto?
Qualunque via scegliesse, il mistero dell'uomo
che amava le compariva sempre davanti. Cominci
a esaminare dentro di s e poi prendere in
considerazione tutte le ragioni per le quali lo
sceicco poteva avere un domestico europeo, e
successivamente quelle che avrebbero potuto impedirglielo;
e cos via per un pezzo finch non
ci cap pi nulla.
Allora, volendo interrogare Gastone per avere
altre notizie sul visconte, tenne tranquillo Ballerino
pi che pot; poi, mentre si faceva vento
col cappello, volse verso il domestico i suoi
grandi occhi come per invitarlo a parlare. Ma
Gastone, che aveva un cavallo perfettamente
tranquillo, si stava asciugando con tutto comodo
la fronte. Diana si decise a non fargli altre domande.
Gastone, nato e cresciuto all'ombra di
quella famiglia, naturalmente non avrebbe potuto
darle delle informazioni imparziali; e, dopo
tutto, preferiva giudicare da se stessa quando
avrebbe conosciuto il visconte. Gli fece soltanto
una domanda:
- La famiglia dei Saint-Hubert appartiene
alla nobilt antica oppure a quella nuova?
- A quella antica, signora, - rispose Gastone
asciutto asciutto.
Diana fece avvicinare la sua nervosa cavalcatura
a quella pi tranquilla del domestico, tese
a questo le proprie redini e poi, saltata a terra,
and a sedersi sulla sommit di un piccolo rialzo
di terra che sorgeva poco lontano, cingendosi
le ginocchia con le braccia e volgendo le spalle
ai cavalli. All'improvviso si rendeva conto di
ci che significasse per lei la visita di quello
strano uomo che era il visconte. Egli era un
uomo che, evidentemente, si moveva nel mondo,
in quello che era il mondo di lei, giacch, a
quanto sembrava, viaggiava molto e suo padre
era tanto ricco da tenere, per pura passione, una
scuderia di cavalli da corsa, e apparteneva a
quella ancienne noblesse che va scomparendo
ogni giorno. Una delle caratteristiche di Diana
era quella di sottoporre sempre al suo esame,
prima d'ogni altra cosa, il proprio stato. Come
avrebbe fatto a trovarsi con una persona della
sua classe sociale nella sua presente condizione?
Lei che era stata l'orgogliosa Diana Mayo e che
adesso era... l'amante di uno sceicco arabo!
Abbass la testa sulle ginocchia rabbrividendo.
Quella dura prova che doveva affrontare era
come un coltello infitto nel suo cuore. L'orgoglio
che Ahmed Ben Hassan non era riuscito a
uccidere in lei la faceva arrossire di umiliazione
e di vergogna, una vergogna che le bruciava
l'anima come un ferro rovente, tanto che, in
certi momenti, non poteva tollerare neppur la
presenza dell'uomo che l'aveva ridotta in quella
condizione, nonostante l'amore che nutriva per
lui; spesso col pretesto di non sentirsi bene, di
aver la febbre, lo pregava di lasciarla sola. Non
Sia che egli cedesse alla sua preghiera! Perch
lo sceicco distingueva benissimo se la febbre
c'era o no, e la obbligava a coricarsi al suo
fianco con quel suo riso che aveva il potere di
ferirla cos profondamente.
Il pensiero di ci che significasse per lei incontrare
il suo amico, probabilmente non gli
era mai passato per la testa.; o, se pure gli era
avvenuto di pensarci, di certo aveva considerato
la cosa come priva d'importanza. Era questione
di modo di vedere, pensava lei; quello dello
sceicco era fondamentalmente diverso dal suo.
Sia come razza, sia come temperamento, lei e
Ahmed Ben Hassan erano due individui del
tutto opposti. Per lui non era che una donna
tenuta in schiavit, una cosa di nessuna importanza.
Rimase immobile per un pezzo col viso nascosto
tra le mani, finch un discreto colpo di
tosse di Gastone non le fece ricordare che il
tempo passava. Torn dove aspettavano i cavalli,
pallida in viso e con le labbra strette. Per montare
a cavallo dovette vincere le solite difficolt
opposte dalla sua nervosa cavalcatura, e quando
fu in sella, irritata delle ripetute difese di Ballerino,
gli fece sentire talmente il morso che
l'animale fece una pericolosa impennata.
- Attenzione, signora! - grid Gastone.
- Per chi?... Per me o per il cavallo di Monsignore? -
gli rispose con amarezza; e senza
curarsi di riprendere il cappello che Gastone le
stava porgendo, con una espressione di rimprovero
negli occhi, spron violentemente il cavallo,
che part subito a un'andatura precipitosa
e cos violenta che fu proprio necessario
lasciarlo andare perch sfogasse al pi presto
la sua furia.
E Gastone, che le correva dietro, per la prima
volta nel corso dei suoi lunghi anni di servizio,
maledisse il padrone per il quale sarebbe morto
con gioia.
Ballerino, che aveva i nervi tesi quanto Diana,
tirava sulle redini in modo da far paura, mentre
il suo collo lucido come seta s'inzuppava di
sudore; Diana ebbe bisogno di tutta la sua accortezza
per stare in sella, e cominci a domandarsi
se sarebbe riuscita a fermarlo quando fosse
giunta all'accampamento. Sal piena di timore
su un'ondulazione del terreno che era poco distante
dalle tende e si avvolse le redini attorno
alle mani per evitare che le scivolassero tra le
dita.
Mentre si avvicinava, vide lo sceicco fuori
della tenda con a fianco un uomo alto e magro.
Passando davanti a loro come un lampo, senza
che le fosse possibile fermare il cavallo, riusc
a vedere soltanto che lo straniero aveva i capelli
neri un po'arruffati e la barba tagliata
corta. Ma appena oltrepassata la tenda, tirando
disperatamente le redini che le tagliavano le
mani, riusc a voltare Ballerino. Due palafrenieri
si slanciarono per afferrarlo alla testa, ma
non vi riuscirono; perch il cavallo, come al
solito, si era impennato e aveva cominciato a
ballare sulle zampe posteriori con grande ira di
Diana; finalmente si calm e si lasci prendere.
Dal momento in cui aveva potuto voltare,
Diana non aveva fatto pi nessun tentativo per
fermarlo. Se al cavallo piaceva fare delle sciocchezze,
non voleva passare per stupida mettendosi
a lottare con lui, quando sapeva che sarebbe
stato del tutto inutile. Ballerino, vigorosamente
trattenuto dai palafrenieri, fremeva e
sbuffava; e intanto Diana, abbandonate le redini
e toltisi i guanti, si fregava le mani indolenzite.
Poi lo sceicco si avanz verso di lei, ed
ella salt a terra.
Prima di guardarlo, Diana si volt verso Ballerino,
gli dette un colpo sul naso con i suoi
grossi guanti da cavalcare e si ferm a osservare
l'animale che veniva condotto via ancora
tutto agitato. Finalmente la voce di Ahmed Ben
Hassan la costrinse a volgersi verso di lui.
- Diana, il visconte di Saint-Hubert attende
per esservi presentato! -
Ella s'irrigid assumendo un'aria severa, e si
fece di nuovo pallida. Guard lentamente l'uomo
che le stava davanti con un'espressione insieme
di ardire e di tristezza, e vide i pi simpatici
occhi che mai le fossero capitati davanti. Il visconte
s'inchin mormorando soltanto alcune
parole di complimento con voce appena percettibile.
Quel silenzio le dette coraggio, e rispose con
un freddo: Alonsieur... alle sue parole; poi
volgendosi verso lo sceicco, senza guardarlo,
esclam:
- Ballerino si  portato malissimo. Gastone,
il mio cappello per favore. Grazie! -
E scapp nella tenda senza guardare pi nessuno.
Era gi tardi; ma ella s'indugi assai nel fare
il bagno; poi con un po' di riluttanza indoss
il vestito verde preferito dallo sceicco, pur disprezzando
se stessa perch gli faceva quella
concessione. Quando lo sceicco entr nella stanza
e le si avvicin, si era gi messo al collo il vezzo
di giada.
Egli le pose le mani sulle spalle e rudemente
la fece voltare verso di s; l'energica pressione
delle sue dita avrebbe fatto capire che era in
collera anche se egli non avesse avuto la fronte
aggrottata.
- Non siete molto cordiale col mio ospite!
- Una schiava deve anche esser cordiale con
gli amici del suo padrone? - rispose ella con
voce soffocata.
- Quello che esigo da voi  che teniate conto
dei miei desideri.
- Ed  vostro desiderio che io piaccia a questo
francese?
- S; lo desidero.
- Se fossi una donna della vostra razza...
- Se foste una donna della mia razza, - interruppe
egli freddamente - non sarebbe questione
di ci. Voi sareste nascosta agli occhi di
tutti, tranne che ai miei. Ma poich non lo
siete... - e si ferm con una enigmatica mossa
della testa.
- Poich non lo sono, siete meno misericordioso
con me che se lo fossi: - grid Diana profondamente
accorta. - Potrei desiderare di essere
una donna araba!
- Ne dubito. La vita di una donna araba vi
andrebbe difficilmente a genio, - rispose lo
sceicco col viso arcigno. - Noi ci serviamo dello
scudiscio per insegnare l'obbedienza alle nostre
donne.
- Perch siete cos cambiato da stamattina,
- sussurr ella - quando mi dicevate che non
avreste consentito a nessuno di scavalcare il
balcone della mia camera all'albergo? Non siete
un arabo ora come eravate allora? Sono diventata
una cosa cos da nulla per voi che non siete
pi nemmeno geloso?
- Ho fiducia nel mio amico, e... non. ho affatto
l'intenzione di condividere con lui i vostri
favori! - disse brutalmente lo sceicco.
Ella trasal come se fosse stata percossa, poi
con un gemito soffocato si nascose la faccia tra
le mani.
- Farete quello che desidero? - le domand
lo sceicco in tono di comando, afferrandola rudemente
per le spalle.
- Non ho libert di scelta... - mormor.
Mentre egli si volgeva per andarsene, Diana
lo trattenne per un braccio.
- Monsignore! Non avete compassione di
me? Non potete risparmiarmi questa prova terribile?
- Voi esagerate! - rispose egli con un gesto
di rifiuto, liberando il braccio dalla sua stretta.
- Se questa volta avrete compassione di
me... - disse Diana ansante.
- Se? - rispose egli interrompendola con
un'imprecazione. - Volete porre delle condizioni,
a me? Avete ancora tanto da imparare? -
Ella lo guard con un sospiro di sconforto.
Era sopravvenuto in lui improvvisamente uno
di quei cambiamenti di umore che conosceva;
ma non vi era preparata. La gentilezza del mattino
era sparita, ed egli era tornato il despota,
il tiranno di due mesi prima. Diana si rendeva
conto che era colpa sua. Lo conosceva abbastanza
per sapere che non tollerava alcuna resistenza
ai suoi desideri e che era perfettamente
inutile prendere una qualsiasi determinazione
che fosse contraria alla sua. Nel suo accampamento
c'era un padrone solo, i cui ordini, per
quanto difficili, dovevano essere eseguiti.
Lo sceicco si era avvicinato alla toelette per
prendervi le forbici da unghie; quando l'ebbe
trovate, si mise ad aggiustarsele con gran cura.
Diana lo segu con gli occhi. Si era spesso meravigliata
della cura che aveva delle sue mani; era
una delle tante cose che la ponevano nell'imbarazzo.
La luce della lampada cadeva in pieno sul
viso di Ahmed Ben Hassan, e nel guardarlo
Diana sent in cuore un profondo dolore. Egli
esigeva assoluta obbedienza; soltanto poche ore
prima era disposta a una sottomissione incondizionata,
e invece non era riuscita nemmeno a
superare la prima prova. Diana si avvicin lentamente
allo sceicco che si volt con un moto
brusco verso di lei.
- Ebbene? - le disse con voce dura e fredda,
mentre i suoi occhi brillavano come quelli della
tigre nella giungla indiana.
Ella strinse i denti per vincere la paura che
la invadeva, che la paralizzava come nei giorni
ormai lontani.
- Far quello che volete. Far tutto quello
che vorrete; ma soltanto, siate buono con me,
Ahmed! - gli disse con voce rotta.
Prima di allora non lo aveva mai chiamato
per nome e non sapeva neppure perch lo avesse
chiamato cos questa volta. Egli, udendo il suo
nome, la guard curioso; poi l'attir tra le sue
braccia toccandola con delicatezza pari alla rudezza
che aveva usato poco prima. Diana non
oppose resistenza quando egli la obblig a sollevare
il viso verso il suo, e affront coraggiosamente
il suo sguardo indagatore. E Ahmed, fissandola
negli occhi, con quella forza magnetica
che sapeva emanare quando voleva, le lesse in
viso la propria vittoria.
Mentre la osservavano attentamente, i suoi
occhi assunsero a poco a poco una strana espressione.
Era debole e fragile come una canna, che
la sua stretta possente avrebbe potuto spezzare
quando avesse voluto; eppure per quattro mesi
aveva lottato contro di lui con un coraggio per
il quale si era guadagnata la sua ammirazione
anche quando lo esasperava. Sapeva che lo temeva,
perch aveva scorto l'espressione del terrore
nei suoi occhi quando la lotta era stata pi
accanita. L'odio che ella gli manifestava, il suo
istinto ribelle, pungendolo per il contrasto con
le striscianti adulazioni alle quali era abituato
e che lo irritavano terribilmente, avevano fatto
nascere in lui il fermo proponimento di vincerla.
Prima di esserne stanco, voleva averla
piegata alla sua volont.
E quella sera egli sentiva che ella aveva sostenuto
l'ultima lotta, che non gli si sarebbe mai
pi opposta, che era ormai ridotta come una
creta che le sue mani potevano plasmare a suo
piacimento. E la consapevolezza della propria
vittoria, in luogo di provocare in lui un
sentimento di esultanza, suscit nel suo animo un
senso d'irritazione vago e indefinito che lo fece
imprecare sottovoce. Il suo trionfo non gli dava
affatto quella soddisfazione che si aspettava e
non riusciva a spiegarsi questo fatto.
Non capiva se stesso, e guard Diana con una
punta d'impazienza. Diana era bella, seducente
(pensava considerandone la bellezza come se, in
quell' istante ne fosse colpito per la prima volta)
e delicatamente femmina nel suo vestito verde
che ne disegnava le forme. Quell'esile figurina
di fanciullo che lo accompagnava nelle sue passeggiate
a cavallo aveva un fascino suo proprio,
ma era la donna che si celava in lei quella che
gli faceva correre impetuosamente il sangue nelle
vene e gli faceva battere il cuore come gli batteva
in quel momento. Il suo sguardo s'indugi
un poco sui bei riccioli d'oro, sugli occhi orlati
di nero cos supplichevoli, sul collo nudo, di un
candore che contrastava violentemente col verde
del vestito; poi egli l'allontan da s dicendole
con gentilezza:
- Vai, dpche-toi. -
Diana lo segu con lo sguardo fino a che non
scomparve al di l delle tende che separavano le
due stanze, e poi sospir profondamente.
Si volt improvvisamente verso lo specchio e
si scopr la spalla. Guard, mordendosi le labbra,
i segni delle dita dello sceicco sulla pelle
delicata; poi chiuse gli occhi e si affrett a ricoprire
il braccio contuso mentre le tremava la
bocca. Ma non gli fece colpa di ci; la vera colpevole
era lei; conosceva il suo carattere, egli
ignorava la propria forza.
I due uomini stavano aspettandola, ed ella
prese il suo posto dopo aver mormorato qualche
parola di scusa per il ritardo. Lo sceicco e il
suo ospite ripresero la loro conversazione. Diana
 187
credeva di sognare: un sogno quanto mai inverosimile.
Era proprio lei che faceva la parte di
padrona di casa, secondo le consuete convenzioni
mondane, in quell'ambiente che non aveva
nulla di convenzionale, tra uno sceicco arabo
e un esploratore francese?
Guard intorno a s; quella tenda che le era
divenuta cos cara e cos familiare le sembrava
differente, come se l'arrivo di uno straniero vi
avesse introdotto un'atmosfera straniera! Si era
cos abituata a quella vita sempre uguale che le
era stata imposta, che perfino il domestico del
visconte, in piedi dietro al suo padrone, le faceva
un effetto strano. La somiglianza tra i due
gemelli era veramente straordinaria; l'unica differenza
consisteva nel fatto che mentre Gastone
era completamente rasato, Enrico aveva un bel
paio di baffi scuri. Il servizio era come sempre,
perfetto, silenzioso e rapido. .
Diana gett uno sguardo sullo sceicco. C'era
nel suo viso un'espressione che non vi aveva mai
veduto, c'era nella sua voce un accento che differiva
perfino da quello che aveva udito la sera
della sua fuga, quando Gastone era entrato nella
tenda. L'accento di quella sera esprimeva il sollievo
per il cessare di una preoccupazione e l'affetto
per un domestico fedele e apprezzato, invece
in quel momento la sua voce esprimeva la
profonda affezione di un uomo per l'amico pi
caro, quel sentimento che  pi forte anche dell'amore.
E Diana sent rinascersi in cuore, irrefrenabile,
la gelosia che aveva provato al mattino.
I suoi occhi andavano dallo sceicco all'uomo
che ne aveva attratta tutta l'attenzione, ma nel
suo viso pallido, intelligente, mezzo nascosto
dalla corta barba, non vide traccia di quella
vanit, di quell'egoismo che si era immaginata
dovessero esserci, e nella sua voce bassa come
quella dello sceicco ma pi animata, non ud affatto
l'accento dell'uomo tronfio e pieno di s.
E mentre lo guardava i loro occhi s'incontrarono.
Un sorriso straordinariamente dolce e un
poco triste illumin il viso del visconte.
-  permesso ammirare l'abilit con la quale
la signora monta a cavallo? - domand con un
piccolo inchino.
Diana arross leggermente e si avvolse con una
mossa nervosa il vezzo attorno alle dita.
- Cosa da nulla, - rispose con un timido
sorriso che le richiam involontariamente alle
labbra il simpatico aspetto del suo interlocutore.
- Ballerino  pazzo ma non  vizioso. Basta
tenersi ben stretti alla sella. Sarebbe stato
umiliante andare a cadere ai piedi di uno straniero.
Monsignore non sarebbe stato contento
di questa concessione alle stranezze di Ballerino!
Montare i suoi cavalli, signore,  una vera
scuola!
- Gi, ed  uno sforzo per i nervi anche il
cavalcare vicino a qualcuno di quei cavalli!
- rispose argutamente il visconte.
Diana rise allegramente. Quell'uomo di cui
aveva paventato l'arrivo rendeva assai facile per
lei la temuta prova.
- Sono perfettamente d'accordo con voi, monsieur.
Shaitan ha fatto davvero il cattivo?
- Se il signor di Saint-Hubert cerca di farvi
credere che soffre di nervi, Diana, - interruppe
lo sceicco ridendo - non gli prestate fede affatto.
Non ha nervi! -
Saint-Hubert si volse verso di lui sorridendo.
- Et toi, Ahmed, eh? Ti rammenti...? -
E continuarono sino alla fine del pranzo a rievocare
i loro comuni ricordi.
Il visconte aveva portato con s una quantit
di giornali e di riviste, e Diana, ansiosa di notizie,
se ne prese una bracciata e and a mettersi
sul divano; ma, pur interessandosi alla
lettura, sent che, in qualche modo, non riusciva
a essere avvinta profondamente. Dopo quattro
mesi di assoluto isolamento, era difficile trovare
il filo degli avvenimenti, comprendere le allusioni
e appassionarsi alle polemiche. Gli avvenimenti
del mondo le parevano insipidi rispetto
alla sua avventura che si andava svolgendo irresistibilmente
e alla fine della quale non osava
pensare. Mise da parte i giornali e si tenne sulle
ginocchia una rivista tanto per giustificare il
suo silenzio.
Quando Gastone port il caff, il visconte lo
chiam ridendo allegramente:
- Enfin, Gastone, dopo due anni ritrovo il
nettare degli Di! Nel mio bagaglio c' una
nuova macchina per voi, mon ami, se per Enrico l'ha saputa
sistemare in modo che non si
rompesse! -
Port egli stesso una tazza di caff a Diana
e si sedette su uno sgabello vicino a lei.
- Ahmed si lusinga che sia venuto per veder
lui, signora! Non  cos. Io vengo per sorbire
il caff di Gastone.  diventato proverbiale
il caff di Gastone. Io me lo tengo caro, ogni
volta che vengo, con una nuova macchina per
fare il caff. L'ultima  una meraviglia di semplicit.
Scusatemi, ma voglio berlo con tutta la
reverenza che ispira.  un rito, signora, non
una debolezza da gastronomo! -
E di nuovo i suoi occhi cos pieni di sentimento
si fissarono in quelli di Diana, la quale
si fece rossa e abbass in fretta la testa sulla
rivista. Ella sent istintivamente che egli, dicendo
delle cose senza importanza., con molto
tatto, come se ignorasse la sua condizione equivoca,
cercava di venirle in aiuto, e gliene era
grata; per anche il suo cavalleresco contegno
la feriva. L'osserv attraverso le lunghe ciglia
quand'egli and a sedersi vicino allo sceicco e
rifiut, con una faccia disgustata e un'allusione
al palato pervertito, le sigarette che questi
gli offriva.
L'odio che si era preparata a sentire per lui
era scomparso durante il pranzo; rimaneva soltanto
la gelosia, e anche questa si era attenuata
e trasformata in un sentimento d'invidia che le
fece venire un nodo alla gola. Lo invidiava per
la luce che aveva fatto nascere negli occhi dell'arabo
e per l'accento che aveva fatto risonare
nella voce lenta e dolce che amava. Pos lo
sguardo sullo sceicco. Stava rovesciato indietro
con le mani dietro la testa e parlava tenendo
la sigaretta tra le labbra. Il suo atteggiamento
verso l'amico europeo era da pari a
pari; l'accento altero e il tono perentorio che
aveva quando parlava con la gente della sua
trib era completamente scomparso, e le nette
contraddizioni di Saint-Hubert provocavano in
lui soltanto una risata e un gesto di consenso.
Mentre stavano seduti chiacchierando l'uno vicino
all'altro, il contrasto tra di essi si notava
maggiormente. A fianco del francese magro e
pallido, di aspetto delicato, lo sceicco sembrava
una splendida creatura selvaggia in ottime condizioni,
e il suo atteggiamento di calmo riposo
faceva risaltare maggiormente le maniere brusche
e nervose del visconte.
Protetti dalle lunghe ciglia, gli occhi di Diana
li osservavano continuamente senza che i due
amici potessero accorgersene. Le loro voci si alzavano
e si abbassavano senza posa; sembrava
che avessero una quantit di cose da dirsi e parlavano
promiscuamente il francese e l'arabo, sicch
gran parte di ci che dicevano era incomprensibile
per Diana.
Ne fu contenta; non desiderava sapere di che
cosa parlassero. Pareva che avessero dimenticato
la sua presenza nella foga di raccontarsi
tutto ci che avevano accumulato in due anni
di separazione. Diana fu contenta di essere lasciata
sola, e felice di poter studiare senza esser
notata il viso dell'uomo che amava. Una
simile opportunit le si presentava di rado, poich,
quando erano soli, aveva paura di guardarlo
per evitare che gli occhi tradissero il suo
segreto. Ma adesso poteva guardarlo inosservata
con un desiderio ardente e appassionato.
Era cos assorta, che non si accorse che Gastone
era entrato nella stanza, e rest sorpresa
di vederlo comparire come un'apparizione vicino
al suo padrone.
Il domestico mormor qualche cosa e lo sceicco
si alz. Poi, volgendosi verso Saint-Hubert, gli
disse:
- Un cavallo che d delle noie. Vuoi venire?
Pu interessarti, forse. -
Uscirono insieme. Diana rimasta sola se ne
and nella stanza da letto. Dopo mezz'ora, i due
amici tornarono nella tenda e rimasero a chiacchierare
per qualche minuto, finch il visconte
sbadigli e tir fuori l'orologio ridendo. Lo
sceicco lo accompagn alla tenda che gli era destinata
e si sedette sul letto da campo del suo
ospite. Saint-Hubert licenzi con un cenno Enrico
che stava aspettando i suoi ordini e cominci
a svestirsi senza far parola. Sembrava
che la parlantina e il riso allegro lo avessero
abbandonato; e mentre si strappava gli abiti di
dosso con dei gesti nervosi aveva la fronte aggrottata.
Lo sceicco l'osserv per qualche tempo e poi,
toltasi la sigaretta di bocca, gli disse, sorridendo,
con gran calma:
- Eh bien! Raoul, di quello che hai! -
Saint-Hubert si pieg verso di lui.
- Avresti potuto risparmiarle...
- Che cosa?
- Che cosa?! Ma, buon Dio! La mia presenza,
la mia visita! -
Lo sceicco fece cadere la cenere della sigaretta
e poi in tono indifferente rispose:
- Il tuo corriere  arrivato soltanto stamattina
e non c' stato tempo di disporre in altro
modo le cose. -
Saint-Hubert mosse affrettatamente qualche
passo per la tenda, poi si ferm davanti allo
sceicco con le mani sprofondate nelle tasche.
-  abominevole ci che fai! - gli disse concitato.
- Tu esageri, Ahmed! -
Lo sceicco rise cinicamente.
- Che cosa pretendi da un selvaggio? Quando
un arabo vede una donna che desidera, se la
prende. Io non faccio che seguire le abitudini
del mio popolo.
- Il tuo popolo?... Quale popolo? - domand
sottovoce Saint-Hubert con una mossa,
d'impazienza.
Lo sceicco scatt in piedi con gli occhi fiammeggianti,
e appoggi con forza la mano sulla
spalla dell'amico.
- Basta, Raoul! Nemmeno da te... - grid
con veemenza; ma s'interruppe e si rasseren
subito, sorrise, e si mise novamente a sedere. -
Perch questo improvviso accesso di moralit,
amico mio? Tu conosci me e la vita che conduco.
Hai visto delle donne nel mio campo anche altre
volte! -
Saint-Hubert fece con la mano un gesto come
per respingere sdegnosamente quell'osservazione.
-  un'altra cosa; non c' assolutamente
confronto. Lo sai tu come lo so io! - disse in
tono secco. -  inglese, - aggiunse volgendo
la testa - e questa  gi una ragione sufficiente...
- Tu domandi a me di risparmiare una
donna perch  inglese? - interruppe lo sceicco
con un sogghigno cattivo. - Caro Raoul, davvero
mi diverti!
- Dove l'hai veduta? - domand Saint-
Hubert con accento di curiosit.
- Nelle strade di Biskra, per cinque minuti,
quattro mesi fa.
- L'ami? - domand il visconte, voltandosi
di scatto, col fare brusco e sbrigativo di un
americano puro sangue.
Lo sceicco lanci una buffata di fumo e ne osserv
salire verso il cielo della tenda le spire
bluastre.
- Ho mai amato una donna, io? E questa
donna  inglese! - rispose con voce dura come
l'acciaio.
- Se tu l'amassi non baderesti alla sua nazionalit! -
Lo sceicco sput, con disprezzo, il mozzicone
della sigaretta.
- Per Allah! La sua razza maledetta mi fa
venir nausea. Ma per questo... -
E stringendosi nelle spalle con una mossa
d'impazienza si alz dal letto sul quale stava
seduto.
- Lasciala andare, allora. Io posso condurla
di nuovo a Biskra. -
Lo sceicco si volt lentamente verso di lui.
Aveva negli occhi una fiamma di selvaggia gelosia.
- Ha ammaliato anche te? La vuoi per te,
Raoul? -
C'era nella sua voce, lenta e bassa come sempre,
un accento che faceva paura.
Saint-Hubert tese le braccia in un gesto di
disperazione.
- Ahmed, sei matto? Vuoi guastarti con
me, dopo tanti anni d'amicizia, per una ragione
come questa? Bon Dieu! Per chi mi prendi?
Siamo stati e siamo troppo uniti perch una
donna possa mettersi tra noi. Che cosa pu importare
a me di una donna o di chiunque, quando
si tratta di te?  per un motivo affatto differente
che ti chiedo, che ti prego, di lasciar andar
via questa ragazza.
- Perdonami, Raoul. Conosci il mio caratteraccio...
- mormor lo sceicco appoggiando
la mano sul braccio di Saint-Hubert.
- Non mi hai risposto, Ahmed.
- Lei  contenta, - disse lo sceicco evasivamente,
senza guardare l'amico.
- Lei ha del coraggio! - corresse il visconte.
- Gi, ha del coraggio, come dici, - annu
lo sceicco freddamente.
- Bon sang..., - aggiunse sottovoce il visconte.
Lo sceicco si volse di scatto.
- Come sai che ha del buon sangue nelle
vene?
-  una cosa che si vede, - rispose seccamente
Saint-Hubert.
- Tu non volevi dir questo. Che cosa sai? -
Il visconte si strinse nelle spalle e and a
prendere dalla cassetta da viaggio un giornale
illustrato inglese; apertolo alla pagina di mezzo,
lo porse senza parlare allo sceicco.
Ahmed Ben Hassan si avvicin alla lampada
che pendeva dall'alto in modo che la luce cadesse
direttamente sul giornale. C'erano due
grandi fotografie di Diana, una in abito da sera
e una in costume da amazzone, come il visconte
l'aveva vista per la prima volta coi suo cavallo
a fianco, le redini sotto al braccio, lo scudiscio
e il cappello ai suoi piedi.
Sotto la fotografia era scritto: Miss Diana
Mayo il cui prolungato viaggio nel deserto produce
viva ansiet tra i suoi numerosi amici. Miss
Mayo lasci Biskra sotto la guida di un ottimo
conduttore di carovana quattro mesi or sono,
con l'intenzione di viaggiare per quattro settimane
nel deserto e andare poi a Orano. Dalla
prima sosta in poi non si  saputo pi niente
lei e della sua carovana. L'ansiet  accresciuta
dal fatto che si ha notizia di gravi agitazioni tra
le trib dei paesi verso i quali miss Mayo era
diretta. Suo fratello, sir Aubry Mayo, che 
trattenuto in America da un incidente, si tiene
in costante comunicazione telegrafica con le Autorit
francesi. Miss Mayo  una ben nota sport-woman
e ha viaggiato molto.
Lo sceicco guard a lungo e con attenzione le
fotografie; poi con gesto lento e deciso strapp
la pagina, l'arrotol e la tenne ferma sulla
fiamma della piccola lampada che stava sullo
sgabello presso al capezzale, mentre diceva freddamente
al visconte:
- Se permetti... -
Quando il foglio fu completamente bruciato,
scosse la cenere che gli era rimasta tra le dita
e domand:
- Enrico l'aveva vista?
- Certamente. Enrico legge tutti i miei giornali,
- rispose Saint-Hubert un po'impaziente.
- E allora Enrico pu starsene zitto! - disse
lo sceicco in tono d'indifferenza, mentre, estratto
dalla fascia che portava alla cintura il portasigarette,
ne prendeva una e l'accendeva con grandissima
cura.
- Che cos'hai intenzione di fare? - gli domand
il visconte.
- Io? Niente. Le Autorit francesi hanno
troppi affari per le mani e troppa stima dei cavalli
di Ahmed Ben Hassan per fare delle ricerche
o delle inchieste a mio carico. D'altra
parte non hanno nessuna responsabilit nella
cosa, perch avevano avvertito la signorina
Mayo, prima che partisse da Biskra, dei pericoli
ai quali andava incontro. Volle esporsi a quei
pericoli... et voil!
- Non c' nulla che possa farti cambiare
idea?
- Sai bene che non mi  possibile cambiare
idea. E poi, perch dovrei farlo? Come ti ho
gi detto, lei  contenta. -
Saint-Hubert lo guard in viso.
- Contenta! Faresti meglio a dire spaventata,
Ahmed. -
Lo sceicco si mise a ridere.
- Tu mi aduli, Raoul! Ma non parliamo pi
di questa faccenda.  proprio un contrattempo
disgraziato e sono dolente che tu te ne affligga,
- aggiunse con aria indifferente.
Ma poi cambiando improvvisamente modo di
fare e accento, prosegu mettendo le mani sulle
spalle del visconte:
- Ma questo non pu avere alcuna importanza
sulla nostra amicizia, mon ami;  una cosa
troppo grande perch possa essere guastata da
una divergenza di opinioni. Tu sei un nobile
francese e io... - e qui sorrise amaramente -
sono un arabo selvaggio. Non possiamo vedere
le cose allo stesso modo.
- Tu lo potresti benissimo, se tu lo volessi,
Ahmed, ma non lo vuoi, - disse il visconte con
accento di rincrescimento. - Non  una cosa degna
di te. -
Poi con un sorriso amaro e un'alzata di
spalle:
- Nulla potr mai farci guastare, Ahmed.
Posso essere in disaccordo con te, ma non posso
cancellare il ricordo dei nostri vent'anni di amicizia!
Pochi minuti dopo, lo sceicco lo lasci e s'incammin
lentamente nell'oscurit attraverso all'accampamento;
si ferm a parlare con una
sentinella e poi rimase un po'di tempo fuori
della sua tenda a guardar le stelle. Il cane che
soleva dormire attraverso all' ingresso si alz
lentamente, si stir e ficc il muso umido tra
le dita del padrone. Lo sceicco lo accarezz distrattamente,
lisciandogli la testa pelosa senza
neppur accorgersi di ci che faceva.
Provava, cosa del tutto insolita per il suo carattere,
una grande irrequietezza. L'aveva sentita
nascere, farsi pi forte di giorno in giorno,
finch la venuta di Raoul di Saint-Hubert aveva
acuito al massimo quel suo stato d'irritazione
di cui non riusciva a spiegarsi la causa. Non era
abituato a esaminare o ad analizzare i suoi capricci
passeggeri e le sue fantasie. Durante tutta
la sua vita si era sempre preso ci che aveva
voluto; niente di ci che aveva desiderato gli
era stato negato. La sua ricchezza gli aveva sempre
dato tutto quello che aveva risvegliato i suoi
desideri. Anche da piccolo aveva sempre avuto
un carattere appassionato e diverso dagli altri;
ma quegli accessi di irritabilit erano una cosa
nuova di cui cercava inutilmente la ragione.
I suoi occhi acuti guardavano verso sud nella
profonda oscurit della notte. Era forse la prossimit
del suo nemico ereditario, che aveva osato
avvicinarsi, pi di quanto avesse mai fatto, ai
confini della regione considerata da Ahmed Ben
Hassan come sua propriet, che gli metteva
quell'agitazione? Rise con disprezzo. Nulla gli
avrebbe dato maggior soddisfazione che venire
decisamente alle prese con un uomo che aveva
imparato a odiare fin da fanciullo.
Fino a che Ibraheim Omair rimaneva nel suo
territorio, Ahmed Ben Hassan avrebbe tenuto
a freno i suoi fieri seguaci che guardavano sempre
con desiderio ardente verso quella zona che
era oggetto di contesa tra le due trib nemiche;
ma se egli avesse appena oltrepassato la frontiera,
gli avrebbe dichiarato guerra, guerra fino
alla morte di uno dei due capi. E se lui, che
non aveva un figlio per succedergli, fosse morto,
la sua gran trib si sarebbe divisa in una quantit
di famiglie per mancanza di un capo che la
tenesse insieme, e il Governo francese sarebbe
stato libero, se ne fosse stato in grado, di estendere
la sua autorit sul vasto distretto che egli
aveva governato dispoticamente.
A quest'idea rise di nuovo. No, non era Ibraheim
Omair la causa della sua agitazione. Respinse
il cane ed entr nella tenda. Il divano
sul quale si era seduta Diana era coperto di
giornali e di riviste, l'impronta del suo corpo
esile era ancora visibile sui cuscini ammonticchiati
e di sotto a uno di essi spuntava un fazzolettino
orlato di merletto. Lo prese e lo guard
curiosamente, con la fronte corrugata e il caratteristico
torvo cipiglio. Volse gli occhi ardenti
verso le cortine che dividevano le due
stanze. Gli risonavano di nuovo negli orecchi le
parole di Saint-Hubert.
- Inglese! - mormor con una terribile imprecazione.
- E io l'ho fatta soffrire quanto
avevo giurato di far soffrire chiunque di quella
dannata razza fosse caduto nelle mie mani! Allah
misericordioso! E perch mai ne ho cos
scarso piacere? -

Capitolo 7.

Una mattina, una settimana circa dopo l'arrivo
del visconte di Saint-Hubert, Diana entr
nella stanza anteriore della tenda. Credeva che
non ci fosse nessuno, perch lo sceicco era partito
all'alba per una delle lunghe spedizioni che
erano divenute cos frequenti, e pensava che il
suo amico lo avesse accompagnato. Ma aprendo
le cortine che separavano le due stanze, vide che
il francese, seduto alla piccola scrivania tutta
piena di carte, stava scrivendo rapidamente;
tutt'intorno a lui, per terra, erano sparsi dei
fogli manoscritti. Era la prima volta che le accadeva
di trovarsi sola con lui, e rimase un
po' esitante, presa da un'improvvisa timidezza.
Saint-Hubert, che aveva udito muovere le cortine,
balz in piedi e s'inchin con quella cortesia
che lo faceva subito riconoscere per francese.
- Vi domando scusa, signora. Vi disturbo?
Vi prego di dirmelo. Temo di aver messo tutto
in disordine... - disse, scusandosi, e guardando
il mucchio dei fogli che stavano sul tappeto.
Diana si fece avanti a passo lento; era leggermente
arrossita.
- Credevo che foste andato con Monsignore.
- Avevo un po' di lavoro da compiere... degli
appunti da trascrivere prima di dimenticare
che cosa significassero; ho una calligrafia orribile.
E poi ho avuto una settimana faticosa e
perci desideravo un giorno di riposo. Posso rimanere?
Siete sicura che non vi disturbo? -
I suoi occhi che la guardavano con simpatia
e la sua voce piena di deferenza le fecero venire
un nodo alla gola. Gli fece segno di riprendere
il suo lavoro e se ne and sotto la tettoia. Nell'accampamento,
dietro la tenda, c'era la solita
animazione. Un gruppo di arabi, poco lontano
dalla tenda, stava guardando un cavaliere provetto
che istruiva un cavallo giovane; ognuno
criticava e dava consigli senza lasciarsi smuovere
dall' indifferenza con la quale erano accolti.
Altri arabi andavano attorno per le varie faccende
giornaliere con quel caratteristico orientale
disprezzo del tempo che rimanda a domani
tutto ci che  possibile non fare oggi. Presso
di lei uno dei pi vecchi arabi della trib, pi
religioso della generalit dei seguaci di Ahmed
Ben Hassan, placidamente assorto nelle sue preghiere,
stava compiendo le genuflessioni e le prosternazioni
rituali con la sublime indifferenza
del devoto maomettano per coloro che stanno a
osservarlo.
Davanti alla loro tenda stavano, in pieno sole,
Enrico e Gastone; Gastone seduto su una secchia
rovesciata puliva un fucile, e suo fratello,
lungo disteso per terra, scacciava pigramente le
mosche con lo straccio che aveva adoprato per
lucidare gli stivaloni del suo padrone. Tutti e
due parlavano in fretta con frequenti scoppi di
risa. Il cane se ne stava coricato ai loro piedi.
Quando scorse Diana sollev la testa, si alz e
le si avvicin lentamente; poi, sollevandosi sulle
zampe posteriori, le appoggi sulle spalle quelle
anteriori sforzandosi di leccarle il viso; ella riusc
finalmente a respingerlo e si curv a baciare
la sua testa pelosa.
Guard nel deserto oltre le ultime palme dell'oasi.
La nebbia, illuminata dal sole, nascondeva
il contorno delle colline lontane; una
brezza leggera le portava di tanto in tanto
l'odore acre dei cammelli e le faceva sembrar
pi ricino il cigolio della carrucola del pozzo.
Tutto ci le era ormai divenuto familiare, le
sembrava di aver sempre vissuto quell'esistenza
da nomade. Gli anni trascorsi prima si perdevano
in un ricordo vago, e il tempo in cui aveva
viaggiato, senza posa, intorno al mondo, insieme
al fratello, le pareva lontanissimo. Aveva vegetato
allora, occupandosi di sport, senza accorgersi
che le mancava qualche cosa; adesso viveva
finalmente, e quel cuore, che aveva creduto
di non avere, le batteva con violenza, le
bruciava nel petto, con una passione che la consumava.
Gir lentamente lo sguardo intorno a s. Tutto
quello che vedeva era strettamente connesso con
l'uomo che ne era l'assoluto signore e si assommava
in lui.
Il vecchio arabo aveva terminato le sue preghiere;
si alz in piedi, e sorridendo rivolse a
Diana un profondo saluto all'orientale. Tutti
gli appartenenti alla trib le sorridevano ed
erano lieti quando li salutava con un cenno del
capo. Il vecchio le fece un lungo e fiorito discorso
e, dopo avergli risposto con poche parole
in un arabo scorretto, si affrett, ridendo, a
tornarsene nella tenda.
Si ferm vicino al visconte e, indicandogli il
mucchio di fogli manoscritti che si faceva pi
grosso, gli domand timidamente:
-  un altro romanzo? -
Saint-Hubert si volse sulla sedia, pos le braccia
sulla spalliera e mentre girava tra le dita
la penna stilografica, le sorrise; si era rannicchiata
sul divano, e Kopec, che l'aveva seguita,
si era coricato vicino a lei.
- No, signora. Questa volta si tratta di qualche
cosa di pi serio.  la storia di questa curiosissima
trib di Ahmed. Questi arabi sono
per molti motivi differenti dai comuni arabi, appartengono
a una razza che da molte generazioni
 distinta dalle altre. Hanno credenze e usanze
speciali. Forse avete notato, per esempio, il fatto
che non sono cos strettamente osservanti come
gli altri maomettani. La trib di Ahmed Ben
Hassan venera, soprattutto, il suo sceicco, poi
i famosi cavalli per i quali  rinomata, e poi,
finalmente... Allah.
- Monsignore  maomettano?
- Crede in Dio, - rispose seccamente Saint-
Hubert stringendosi nelle spalle e voltandosi
verso la scrivania.
Mentre era intento al suo lavoro, Diana lo
studi attentamente e sorrise confrontando il
Saint-Hubert che le stava davanti con quello
che si era immaginata prima che arrivasse. Durante
la settimana che aveva passato nell'accampamento,
il visconte era riuscito a guadagnarsi
la sua fiducia con i modi che ispiravano una
profonda simpatia. Si era sempre cavato d'impaccio,
nella sua difficile condizione, con una delicatezza
e un savoir faire che gli avevano meritato
la gratitudine di Diana. Le aveva risparmiato
mille umiliazioni con un tatto tanto spontaneo
quanto discreto. Per di pi, erano legati
dal comune amore verso lo strano capo di quella
strana trib. Qual'era stata l'origine dell'amicizia
tra quei due uomini assolutamente differenti,
di un'amicizia che pareva datasse dai
giorni della loro fanciullezza? Era un enigma
che l'appassionava; e ci riflett a lungo mentre
se ne stava sdraiata sul divano lisciando la
grossa testa del cane appoggiata sulle sue ginocchia.
Il visconte continu a scrivere per qualche
tempo; poi pos la penna con un'esclamazione
di sollievo, raccolse i fogli che erano sul pavimento,
li mise in ordine sulla scrivania e si volt
di nuovo. Guard quella snella figurina coricata
sui cuscini ammonticchiati, in una posa inconsciamente
graziosa come quella di un bimbo,
e si sent invadere da una commozione straordinaria.
La simpatia improvvisa che aveva provato
per Diana appena l'aveva veduta si era
trasformata in un sentimento pi profondo, che
lo commoveva intensamente, accompagnato da
un cavalleresco desiderio di proteggerla, da una
brama ardente d'interporsi tra lei e il disastro
che inevitabilmente l'attendeva.
Diana sent quello sguardo fisso su di s e
alz la testa.
- Avete finito il vostro lavoro?
- Ho fatto tutto ci che potevo, per il momento.
Enrico decifrer il resto; ha tanta passione
per i geroglifici!  un uomo impagabile;
non saprei come fare senza di lui. Quando eravamo
ragazzi tutti e due, mi tiranneggiava; cos
chiamavo io il suo modo di agire, perch lui, invece,
diceva che divertiva il signor visconte,
e da quindici anni a questa parte ha continuato
a farlo lo stesso e di tutto cuore! -
Rise e fece schioccare le dita per chiamare Kopec
che mugol un poco e volt gli occhi verso
di lui, senza per sollevare la testa dalle ginocchia
di Diana.
Per un poco rimasero tutti e due senza parlare;
Diana continu a carezzare il cane di tanto
in tanto. Finalmente alz la testa con aria grave
e gli disse:
- Ho letto i vostri libri, signore... tutti
quelli che Monsignore ha qui con s. -
Saint-Hubert fece un piccolo inchino e mormor
alcune parole che non pot afferrare.
- Il vostro romanzo mi ha interessato, -
continu, sempre accarezzando il cane come se
la vicinanza di Kopec le infondesse coraggio.
- Generalmente, i romanzi mi annoiano; non riescono
a interessarmi; ma questo vostro mi ha
addirittura afferrato.  insolito,  meraviglioso,
ma...  vero? -
Aveva parlato con calma, con la caratteristica
franchezza dei fanciulli, non per fare un complimento
a un autore per un capolavoro, ma semplicemente
per stabilire un fatto quale lo aveva
veduto ella stessa.
Saint-Hubert si curv sullo schienale della
sedia.
- In che modo... vero? - domand.
Lo fiss bene in viso.
- Credete proprio che ci sia un uomo come
quello che voi avete dipinto, un uomo che potrebbe
essere tenero, altruista e fedele come il
vostro eroe? -
Saint-Hubert dette uno sguardo intorno a s
distrattamente; poi, presa la penna, cominci
a tracciare sulla carta asciugante dei segni senza
significato. Si sentiva commosso dal dolore improvviso
che aveva scorto negli occhi di lei e
dall'accento di sdegno che aveva udito nella sua
voce.
- Conoscete un uomo cos, signore, oppure
il vostro eroe  interamente creatura della vostra
immaginazione? -
Raoul, prima di rispondere, termin un
complicatissimo disegno sulla carta asciugante.
- Conosco un uomo che. in certe circostanze,
potrebbe manifestare un carattere simile a quello
del mio eroe, - disse poi, a bassa voce.
- E allora siete pi fortunato di me, - riprese
Diana con un sorriso amaro. - Io non sono
molto vecchia, ma durante gli ultimi cinque
anni ho conosciuto parecchi uomini, di parecchie
nazionalit, e non ne ho mai trovato uno
che, poco o molto, rassomigliasse al preux chevalier del vostro libro. Gli uomini con i quali ho
avuto maggiore intimit non hanno conosciuto
che cosa volesse dire tenerezza e non hanno mai
avuto un pensiero per nessuno, tranne che per
se stessi. Voi, signore, siete stato pi fortunato
di me nelle vostre conoscenze. -
Il visconte, commosso dalle sue parole, si fece
rosso e continu a guardare la penna che aveva
in mano.
- Le belle donne, signora, - disse lentamente
- hanno la sfortuna di far venire a galla,
in certi uomini, tutto ci che vi  di pi basso e
di pi vile nel loro carattere. Nessun uomo sa
mai a qual grado d'infamia egli pu giungere
sotto l'influsso di una improvvisa tentazione.
- E la donna paga! - grid Diana con violenza.
- Paga per la bellezza con la quale Dio
l'ha maledetta, per quella bellezza che ella pu
anche odiare, paga fino a che la bellezza non svanisce!... -
Si ferm bruscamente, mordendosi le labbra.
Mossa da quel sentimento di simpatia che aveva
agito inconsciamente su di lei durante la settimana
trascorsa in compagnia del visconte e che
aveva scosso i suoi propositi di riservatezza e la
sua decisione di attirare quanto meno possibile
l'attenzione dell'ospite, non aveva saputo frenarsi.
Era spaventata della confidenza che egli
quasi domandava. Il suo orgoglio non poteva
tollerare l'idea di destar compassione, quella
compassione che meritava la sua triste solitudine.
- Scusatemi, - disse con freddezza - probabilmente ci che
penso non v'interessa.
- Al contrario, m'interessate profondamente, -
rispose il visconte.
Diana not la lieve differenza di significato
delle sue parole, e ridendo ancora pi amaramente
di prima esclam:
- Come v'interesso? Come un soggetto da
vivisezione? Via, presto, mettetevi la vostra
cappa da operatore e correte a prendere gli strumenti
chirurgici. La vittima  gi pronta per
voi. Vi servir per il vostro prossimo libro!
- Signora! - esclam Saint-Hubert scattando
in piedi.
Diana lo guard malinconicamente, poi pentita
gli tese la mano.
- Oh, perdonatemi! Non dovevo parlare cos.
Non ve lo siete meritato. Siete stato... gentile.
E io vi sono grata. Perdonatemi la mia rudezza.
Dev'essere il caldo che fa diventare cos irritabili,
non credete? -
Egli non tenne conto di quella giustificazione
e, sollevando fino alle sue labbra la mano tremante
di Diana, disse con un accento e una
espressione da cavaliere dei tempi antichi che si
notava spesso in lui:
- Se mi onorerete della vostra amicizia, la
mia vita sar interamente a vostra disposizione. -
Ma nel parlare la sua voce cambi accento.
Il contatto delle fredde dita di Diana provoc in
lui una tale emozione che, per un istante, lo
domin completamente.
Diana gli aveva abbandonato la sua mano ed
evitando gli occhi di lui teneva lo sguardo abbassato
sulla testa di Kopec appoggiata sul suo
grembo. Poi lo fiss francamente negli occhi.
- Offrite una cosa troppo rara perch si possa
rifiutare! Se volete essere amico mio come lo
siete di Monsignore... - balbett voltando la
testa mentre la mano che egli teneva tremava
leggermente.
Saint-Hubert sussult e senza volerlo strinse
quella manina come se quell'idea gli giungesse
nuova e lo costringesse a rifletterci. Amico di
Monsignore! Si rese conto che in quegli ultimi
momenti, preso da un'improvvisa intensa emozione,
aveva dimenticato lo sceicco, aveva dimenticato
tutto tranne quella fanciulla cos graziosa
e cos bisognosa di assistenza che gli stava
davanti. Gli girava la testa; alla sua calma,
alla sua lealt, alla sua compassione disinteressata
era succeduta una grande agitazione che
minacciava di sopraffarlo interamente. Il cuore
gli batteva a grandi colpi; strinse i denti lottando
con se stesso per riacquistare il consueto
sang froid. Il temperamento emotivo, che Diana
aveva indovinato dal suo libro, aveva preso il
sopravvento sulla riservatezza e sulla freddezza
che s'imponeva da anni. Mentre cercava di dominare
la sua follia, sentiva il sangue affluirgli
con violenza alla testa e le tempie e gli orecchi
martellare furiosamente.
All'improvviso rivelarsi del proprio sentimento
aveva chiuso gli occhi; li riapr dopo un
attimo e guard Diana, esitante, quasi impaurito,
stringendole pi forte la mano e curvandosi
verso di lei, dominato irresistibilmente dalla
sua vicinanza.. La vide come attraverso a una
nebbia che svaniva a poco a poco e sent che,
senza accorgersi dell'emozione che aveva fatto
nascere in lui, consapevole soltanto della simpatia
che ispirava, gli aveva abbandonato la
mano come avrebbe fatto a un fratello. Si era
curvata sul cane, e una lacrima luccicante cadde
sul collo ruvido e grigio di Kopec.
Diana aveva dimenticato il visconte, aveva
perfino dimenticato che era vicino a lei, tutta
presa da quel pensiero che le invadeva la mente.
Saint-Hubert, con uno sforzo sovrumano, riusc
a dominarsi. Doveva, in qualche maniera, vincere
la sua subitanea follia. La sua lealt, che
era stata pericolante, si risollev vigorosa ed
egli si sent disgustato di se stesso. Era stato
sul punto di tradire un uomo che da vent'anni
gli era pi che fratello. Ella apparteneva al suo
amico, ed egli non aveva neppure il diritto d'indagare
se un tal fatto rispondesse o no ai principii
della morale!
Riacquist la calma. La sua ferita si sarebbe
rimarginata, pur continuando sempre a dolergli;
ma si sentiva abbastanza forte per nasconderla
perfino agli occhi gelosi che l'avevano ininterrottamente
osservato fin dalla sera del suo arrivo,
quand'egli, in un impeto del suo carattere,
aveva apertamente palesato il suo pensiero. Si
era accorto che lo sceicco l'osservava; perfino
quella stessa mattina aveva fatto ogni sforzo
(non aveva osato imporglielo), per indurlo ad
accompagnarlo nella spedizione per la quale era
partito cos per tempo. Sicuro ormai di s, sollev
di nuovo la mano di lei fino alle labbra,
vi depose reverente un bacio in cui era come una
rinuncia, e la lasci ricadere delicatamente.
Mentre si allontanava da lei con un sospiro e
una punta di amarezza, vedendola cos intensamente
assorta nei suoi pensieri da non avere
nemmeno sospettato la crisi che egli aveva
attraversato, Enrico entr rapidamente nella
tenda.
- Signor visconte! Volete venire? E accaduta
una disgrazia. -
Con un grido, che Saint-Hubert non pot mai
pi dimenticare, Diana balz in piedi pallida
come una morta; mosse le labbra per pronunziare
la parola Ahmed, ma la voce le mor in
gola. Tremava tutta., e il visconte istintivamente
le circond la vita con un braccio. Gli si aggrapp
per non cadere ed egli ebbe l'amara certezza
che si appoggiava a lui cos fredda e insensibile,
come avrebbe potuto fare se si fosse
appoggiata a una tavola o a una sedia.
- Che  accaduto, Enrico? - domand Saint-Hubert
concitatamente, mentre con un piccolo
movimento si poneva tra Diana e il domestico.
- Si  ferito un arabo, signor visconte. Gli
 scoppiato il fucile e ha la mano tutta lacerata. -
Saint-Hubert gli fece cenno che poteva andarsene
e rivolse la sua attenzione a Diana che si
gett sul divano, e, passando un braccio sotto
la testa di Kopec, nascose il viso nel collo del
cane.
- Perdonatemi, - mormor con voce un
po' soffocata dal folto pelo grigio del cane. -
 una stupidaggine da parte mia, ma che volete? Oggi ha montato quella
bestiaccia di Shaitan...
e io sono sempre nervosa! Andate pure,
prego. Vi raggiunger tra un minuto. -
Raoul usc senza dire parola. Sono sempre
nervosa! aveva detto Diana. Ma passando per
Biskra, aveva sentito raccontare tante cose su
Diana Mayo, nessuno per gli aveva parlato di
lei come di una donna nervosa. Mentre attraversava
l'accampamento, il suo viso riprese l'espressione
consueta.
Diana rimase perfettamente immobile, quando
egli usc dalla tenda, fino a che il tremito nervoso
non fu cessato e Kopec, liberata la testa
dalla stretta delle sue braccia, cominci a leccarle
il viso con un mugolio di scontento. Si
pass la mano sugli occhi con un sospiro di sollievo
e usc col cane alle calcagna.
Le voci degli arabi che stavano parlando concitatamente
intorno al ferito le servirono di
guida; quando giunse sul posto dove era avvenuto
l'incidente, la folla si apr per lasciarla
passare. Il ferito stava seduto e si faceva stoicamente
curare da Saint-Hubert senza bisogno
che nessuno gli sorreggesse la mano; c'era anzi
nel suo viso un'espressione di placida soddisfazione.
Per rispondere al sorriso e alle parole
d'incoraggiamento di Diana, fece una timida
smorfia girando verso di lei i suoi begli occhi.
Saint-Hubert alz la testa in fretta per guardarla.
- Non  una vista piacevole, - disse, in tono
di dubbio.
- Non importa. Lasciatemi sorreggere questa! -
rispose calma Diana, tirandosi su le maniche
e prendendo dalle mani di Enrico una catinella
tutta spruzzata di sangue.
Saint-Hubert le dette un'altra occhiata, stupito
che la sua voce fosse cos ferma e che ella
avesse riacquistato il colorito normale; aveva
sempre in mente il suo pallore quando, dieci minuti
prima, si era aggrappata a lui tutta tremante.
Quando non si trattava di Ahmed Ben
Hassan, Diana era sempre la coraggiosa fanciulla
della quale aveva sentito parlare; solo
quando si trattava dello sceicco, balzava fuori
una nuova donna, debole e paurosa, soggetta a
tutte le ansie dell'amore.
Il visconte prestava le sue cure con una tale
leggerezza e una tale abilit, che fu spinta a
domandargli:
- Siete medico?
- S, - rispose egli senza alzare gli occhi
dal suo lavoro. - Ho studiato medicina quando
ero giovane e ho anche dato tutti gli esami necessari
per poter esercitare la professione.  una
cosa indispensabile quando uno viaggia come
faccio io, una cosa veramente utile, - aggiunse
poi, prendendo alcune bende che Enrico teneva
pronte.
Diana restitu a Gastone la catinella che ormai
non serviva pi e guard di nuovo l'arabo,
la cui faccia continuava a rimanere impassibile.
- Credete che soffra molto? - domand al
domestico.
Gastone si mise a ridere e scosse le spalle,
mentre rispondeva:
- Meno di quanto soffrirei io, signora. Ci
che realmente gli d pensiero  cosa dir Monsignore
quando sapr che Selim  stato tanto
stupido da comprare un cattivo fucile dal domestico
di quell'olandese che  passato di qui la
settimana scorsa! -
E aggiunse alcune parole in arabo che punsero
Selim, il quale alz il viso facendo una
smorfia.
Saint-Hubert termin la fasciatura e si alz
in piedi asciugandosi la fronte sudata.
- Va bene adesso? - domand Diana ansiosamente.
- Credo di s. Il pollice  perduto, come avete
potuto vedere, ma spero di poter salvare le altre
dita. Lo sorveglier attentamente; ma questi
uomini di Ahmed sono in condizioni di salute
cos eccezionalmente buone che non ritengo
possa succedergli niente.
- Vado a fare una passeggiata a cavallo, -
riprese Diana mentre stava per allontanarsi.
-  un po' tardi, ma ho ancora abbastanza tempo.
Volete venire anche voi? -
La tentazione era forte, e Saint-Hubert esit
alquanto a rispondere, mentre raccoglieva gli
strumenti dei quali si era servito; finch la prudenza
ebbe il sopravvento.
- Mi farebbe molto piacere, ma  necessario
che osservi un poco Selim, - disse con calma,
afferrando la plausibile scusa che gli si presentava.
Poco dopo la ritrov davanti alla tenda mentre
stava per montare a cavallo.
- Se sar in ritardo non mi aspettate per colazione.
Dite a Enrico di servirvi, - gli grid
Diana, mentre Ballerino cominciava la serie
delle sue stupide impennate.
Saint-Hubert la guard allontanarsi seguita
a pochi passi da Gastone e, pi indietro, dai sei
uomini di scorta che, da qualche tempo lo
sceicco esigeva la seguissero continuamente. La
presenza di quella scorta che le stava sempre
alle calcagna irritava Diana, perch toglieva
alle sue galoppate, libere e sfrenate, quel carattere
di solitudine che era tanta parte del loro
fascino.
Si era abituata a Gastone e non sentiva pi
il peso della sua presenza; ma non riusciva a
non pensare a quelle sei paia d'occhi che seguivano
ogni suo movimento. Diana non vedeva la
necessit di quella scorta, n aveva mai notato,
durante le passeggiate a cavallo, alcuna cosa che
sembrasse giustificare l'ordine dello sceicco.
L'oasi non si trovava su una carovaniera e se,
talvolta, le era avvenuto d'incontrare degli
arabi, sia lontano sia vicino all'accampamento,
questi avevano sempre potuto dimostrare di
essere dei dipendenti di Ahmed Ben Hassan.
Aveva quindi pensato di lagnarsi con lui per
quella scorta, ma non ne aveva avuto il coraggio.
Il suo contegno fin dall'arrivo di Saint-Hubert,
era sempre stato freddissimo, quasi repulsivo.
Pure, nonostante l'indifferenza di lui, Diana
si era accorta, al pari di Saint-Hubert, di essere
sottoposta a una incessante gelosa sorveglianza
dei suoi occhi scrutatori. Ma il barlume
di speranza che questa gelosia teneva vivo in
Diana non bastava a incuterle tanta forza da
affrontare e superare la barriera che il cattivo
umore di lui aveva elevato tra loro, e non osava
perci chiedergli dei favori.
L'indifferenza dello sceicco, la feriva profondamente.
Proprio quella mattina, quando era
partito all'alba, l'aveva lasciata senza dirle una
parola. Era abituata ai suoi accessi di taciturnit;
ma il suo cuore avido di affetto dolorava
sempre davanti alle prove tangibili di quella indifferenza.
L'amore, cui essa si era sempre ritenuta
refrattaria, era divenuto una forza che,
dominando su ogni altra cosa, l'aveva conquistata
del tutto. L'amore che aveva dato all'uomo
dinanzi al quale aveva piegato il suo cuore orgoglioso
era infinito, fatto di profonda tenerezza
e di assoluta dedizione; era un amore che la
rendeva singolarmente umile. Gli aveva ceduto
in tutto ed egli la dominava in modo assoluto.
La volont imperiosa di lei si era piegata davanti
a quella pi energica di Ahmed Ben Hassan.
La sua non era stata una resa come quella
di tutte le altre donne. Quella debolezza femminile
che aveva tanto disprezzato e combattuto
aveva inaspettatamente trionfato di lei.
All'inizio della passeggiata avevano oltrepassato
parecchie vedette immobili sui loro impazienti
cavalli. Gli uomini avevano sollevato in
alto il fucile in segno di saluto, e una o due
volte Gastone, che galoppava dietro di lei, aveva
rivolto loro qualche domanda. Ma durante l'ultima
ora non avevano pi veduto nessuno. Erano
penetrati in una zona fortemente ondulata; le
alture che si sollevavano e abbassavano con pendii
bruschi e ripidi impedivano di vedere lontano.
Gastone raggiunse Diana.
- La signora vuol compiacersi di tornare indietro? -
disse rispettosamente. -  tardi, e
poi passare tra queste alture  pericoloso; non
si vede ci che si ha davanti, e ho paura.
- Paura, Gastone? - domand Diana, ridendo
con voce di scherno.
- Per voi, signora, - rispose gravemente il
domestico.
Diana, mentre parlava, aveva trattenuto il cavallo,
ma ormai era troppo tardi; prima ancora
che fosse riuscita a voltar la testa di Ballerino,
un nuvolo di arabi sbuc fuori da tutte le parti.
Non aveva neppure compreso bene di che si trattasse,
che gi la sua scorta le si era avvicinata
e aveva cominciato a far fuoco su quell'orda
selvaggia che avanzava contro di loro, mentre
Gastone, impadronitosi delle redini di Ballerino,
spingeva i cavalli nella direzione dalla
quale erano venuti. Le grida rauche degli arabi
e il crepitio delle fucilate producevano un rumore
assordante. Alcuni proiettili passarono fischiando
vicino a Diana.
Gastone assicur le sue redini sotto il ginocchio,
e tenendo con una mano la rivoltella e con
l'altra le redini di Ballerino, continu a spingere
i cavalli per allontanarsi quanto pi possibile;
ogni tanto si voltava indietro per guardare.
Diana, con le dita strette sulla guaina
della piccola rivoltella che lo sceicco le aveva
dato la settimana avanti, guardava anch'essa indietro.
Vide con gran dolore che la sua scorta
era costretta a cedere dinanzi al numero dei nemici
che la circondavano da ogni parte. Gi due
cavalieri erano caduti e gli altri quattro erano
a piedi; mentre li osservava, vide che venivano
travolti dalla massa dei nemici, una ventina dei
quali si mise a inseguire lei e Gastone.
Diana afferr il braccio del domestico.
- Non possiamo far qualche cosa? Non possiamo
aiutarli? Non  possibile che li abbandoniamo
cos! - grid ansante, estraendo la rivoltella
dalla fondina che portava alla cintura.
- No, no, signora;  impossibile! Sono cento
contro sei. Dovete pensare prima a voi, signora;
per amor di Dio! Spingete il vostro cavallo!
Forse potremo salvarci! -
E cos dicendo, lasciate le redini di Ballerino,
si mise dietro a Diana, in modo da interporsi
tra lei e gl'inseguitori. Uno scoppio di grida
selvagge e una grandine di palle che passarono
al largo fecero volger la testa a Diana che si
era coricata quanto pi aveva potuto sul collo
del cavallo. Comprese quale fosse lo scopo della
manovra di Gastone e risolutamente arrest il
proprio cavallo.
- Non voglio andare avanti! Dovete venire
con me! - grid al domestico mentre una palla
fischiandole all'orecchio, la faceva chinare.
- Mon Dieu! Perch vi siete fermata? Ma
credete che avrei il coraggio di affrontare Monsignore
se vi accadesse qualche cosa? Fate come
dico io! Andate avanti! - rispose Gastone con
voce rude e violenta in cui il timore aveva fatto
scomparire il consueto tono deferente.
Poi dette un'occhiata dietro di s e si fece
pallido come un morto. Non aveva paura per s,
ma non osava neppur pensare a ci che poteva
accadere alla fanciulla che accompagnava. Erano
caduti in mezzo a una banda di uomini di
Ibraheim Omair! Gastone maled la propria stupidaggine
per aver permesso a Diana di allontanarsi
tanto. Eppure sembrava che non ci fosse
nessun pericolo! Le notizie date dagli esploratori
dimostravano che lo sceicco ladrone aveva
sempre rispettato la linea di delimitazione tra
i due territori. Quello doveva essere un tentativo
di scorreria che stava per riportare un successo
insperato!
La preda era troppo allettante perch gli inseguitori
potessero rinunziarci! La donna bianca,
l'ultimo capriccio di Ahmed Ben Hassan, e il
suo domestico che teneva in gran conto, erano
una preda che non si sarebbero lasciata sfuggire
tanto facilmente! Per lui, pensava Gastone, si
trattava probabilmente di esser torturato, certamente
di esser messo a morte, e per lei...!
Serr i denti guardandola e si sent gocciolare
il sudore dalla fronte. L'avrebbe uccisa lui
stesso piuttosto che abbandonarla nelle loro
mani.
Mentre la guardava con gli occhi pieni di una
disperazione sovrumana, Diana volse la testa e
gli sorrise coraggiosamente. Fino allora Gastone
non aveva fatto fuoco con la rivoltella cercando
di tenere le munizioni come ultima risorsa,
ma vide che non poteva indugiare di pi.
Cominci a far fuoco lentamente e risolutamente
prendendo la mira con la massima accuratezza.
C'era pochissima speranza di successo; ma arrestando,
sia pur per pochi momenti, quelli che
galoppavano in testa al gruppo degli inseguitori,
avrebbe guadagnato tempo. I suoi colpi,
che si dimostrarono subito efficacissimi, potevano
trattenere gli inseguitori fino a che non
fossero giunti fuori da quella zona ondulata, in
terreno aperto, dove il rumore degli spari potrebbe
essere udito da qualcuna delle sentinelle
avanzate, fino a che non fossero giunti cos vicino
al campo dello sceicco che l'inseguimento
avrebbe dovuto necessariamente cessare. Le palle
cadevano di continuo intorno a loro, ma gli uomini
che facevano fuoco non erano gli abili tiratori
di Ahmed Ben Hassan. Pure Gastone
comprendeva di non avere quasi nessuna speranza
di salvezza; potevano esser colpiti da un
momento all'altro.
Gl'inseguitori, dal canto loro, pareva che
avessero indovinato che cosa egli pensasse, perch
si aprirono in una linea estesa e irregolare,
spostandosi continuamente da una parte e dall'altra
in modo da impedirgli di prendere con
esattezza la mira; e intanto spingevano i loro
cavalli a un'andatura spaventosa per sorpassare
i fuggiaschi.
Anche Diana aveva cominciato a far fuoco.
Il pensiero della distruzione della sua scorta e
del pericolo che lei e Gastone stavano correndo
le aveva fatto vincere la riluttanza che aveva
provata da principio; anzi, per un momento, si
era meravigliata della propria freddezza. Non
aveva paura; la morte degli uomini di scorta
aveva fatto nascere in lei una collera selvaggia
accompagnata da un vivo desiderio di vendetta
che le faceva veder rosso. Faceva fuoco rapidamente
scaricando la rivoltella; l'aveva appena
ricaricata con mano sicura, quando Ballerino
inciamp, si risollev, facendo qualche passo e
poi si accasci coricandosi lentamente su un
fianco mentre versava sangue dalla bocca. Diana
fu pronta a balzare in piedi; in un attimo Gastone
le fu vicino e le fece scudo col suo corpo
continuando a far fuoco sugli arabi che si avvicinavano.
Diana prov novamente la stessa sensazione
che aveva provata il primo giorno nel campo
dello sceicco; le pareva cio che quanto avveniva
non fosse vero, che fosse come una visione.
Quella calma profonda, poich gli arabi avevano
cessato di far fuoco, quell'ardente distesa arida
e sabbiosa da cui si sollevavano, come una nebbia,
i vapori tremuli e luccicanti prodotti dal
sole infocato, quel cielo senza nuvole, di un intenso
color turchino, quella banda di cavalieri
minacciosi che si facevano sempre pi vicini, il
suo cavallo morto e, vicino, quello di Gastone
perfettamente tranquillo, e finalmente quell'uomo
al suo fianco, coraggioso e devoto oltre
ogni limite, tutto le pareva fantastico e immaginario.
Osservava ci che avveniva con la massima
freddezza, come se fosse una spettatrice e
non un'attrice di quella scena.
Ma questa sensazione dur soltanto un momento;
poi ebbe di nuovo la sensazione netta e
precisa della realt. Ciascun minuto poteva significare
la morte per uno di loro due o per entrambi;
e con un movimento istintivo ella si
avvicin maggiormente a Gastone. Non parlavano;
pareva che non ci fosse nulla da dire. La
mano sinistra del domestico strinse vigorosamente
la sua a quel suo muto e involontario
appello, e Diana la sent contrarsi quando una
palla gli rig la fronte e il sangue che colava
dalla ferita lo rese cieco per un istante. Egli
lasci libera la mano di lei per asciugarsi la faccia,
e in quel mentre gli arabi ricominciarono
a gridare furiosamente e si lanciarono contro di
loro.
Gastone si volt bruscamente, e Diana pot
leggere negli occhi pieni di orrore il suo disperato
proposito. Sollev la testa con un lieve
cenno di assenso, continuando a sorridere coraggiosamente.
- Ve ne prego, - sussurr - fate presto! -
Il viso di Gastone si contrasse per lo spasimo.
- Voltate la testa; - balbett con voce soffocata
- non posso farlo se voi... -
Ci fu una scarica di fucilate; Gastone emise
un sospiro e cadde contorcendosi ai suoi piedi.
Per un momento fu un vero pandemonio. Diana
continu a far fuoco fino all'ultimo colpo della
rivoltella, e poi scagli l'arme sul viso di un
arabo che era balzato avanti per impadronirsi
di lei. Quindi si volse verso il cavallo di Gastone
in un tentativo disperato di raggiungerlo;
ma era circondata da tutte le parti. Per un
attimo rimase sulle difese con le mani strette
e i denti serrati, sfidando con gli occhi pieni di
fuoco quelle facce selvagge che la circondavano
e si facevano sempre pi vicine. Sent un colpo
sulla testa, le parve che la terra si sollevasse
sotto i suoi piedi; tutto le si fece nero davanti
agli occhi, e cadde svenuta senza nemmeno un
lamento.
Era gi tardi nel pomeriggio, e Saint-Hubert
stava ancora scrivendo nella grande tenda. Enrico
aveva decifrato gli appunti che il padrone
al mattino non era riuscito a comprendere, e il
visconte aveva approfittato della solitudine per
mandare avanti dei lavori che aveva trascurato.
Si era dimenticato del passare del tempo, e non
si era sorpreso della prolungata assenza di
Diana; era tanto immerso nel suo interessante
lavoro che non si rendeva nemmeno conto di
ci che potesse voler dire il suo ritardo a tornare.
Ahmed aveva parlato della vicinanza del
suo nemico ereditario; ma Saint-Hubert non
aveva compreso che lo sceicco ladrone si era avventurato
tanto vicino.
Assorto nel suo lavoro, non sent il consueto
rumore che annunziava l'arrivo di Ahmed Ben
Hassan e alz la testa sorpreso quando lo vide
entrare nella tenda. Lo sceicco dette un'occhiata
cupa tutt'intorno; poi, senza dire nemmeno una
parola, entr nella stanza interna. Ne usc immediatamente.
- Dov' Diana? -
Saint-Hubert si alz imbarazzato dal suo tono
di voce e guard l'orologio.
-  uscita a cavallo stamani. Dieu!... Non
avevo idea che fosse cos tardi!
- Stamani! E non  ancora tornata? - ripet
lentamente lo sceicco. - A che ora  uscita
stamani?
- Verso le dieci, mi pare, - rispose Saint-Hubert
un po' confuso. - Non ne sono sicuro.
Non ci ho badato. E successa una disgrazia e
ha rimandato la sua partenza per assistere alla
medicazione, che stavo facendo a uno dei vostri
uomini, uno stupido che si era ferito con un
ferrovecchio di fucile. -
Lo sceicco si diresse verso l'ingresso.
- Aveva la scorta? - domand seccamente.
- S. -
Il viso di Ahmed Ben Hassan si fece ancora
pi scuro e accigliato. Che Diana si fosse burlata
di lui durante quelle tre settimane simulando
di esser contenta per addormentare i suoi
sospetti e cogliere cos un'altra occasione favorevole
per fuggirsene? Per un istante la cosa
gli parve possibile e si sent invadere dalla collera;
ma poi scacci l'idea. Aveva fiducia in
lei. Soltanto una settimana prima gli aveva dato
la sua parola e sapeva che non gli avrebbe mentito.
E poi la cosa non era possibile. Gastone
non si sarebbe fatto sorprendere un'altra volta,
e per di pi c'erano i sei uomini di scorta. Non
avrebbe mai potuto sfuggire alla vigilanza di
sette uomini. Ma pi che altro aveva fiducia
in lei. Non si era mai fidato di una donna, ma
questa era diversa da tutte le altre.
Egli aveva finito con l'abituarsi a lei, pensava
con un piacere vago e indefinito a quella
gentile figurina accoccolata sui cuscini del
grande divano nero, quando tornava dalle sue
lunghe spedizioni. Pareva che tutta la tenda
fosse piena di lei; la sua presenza faceva sembrar
diversa perfino l'aria. Gli era divenuta necessaria
pi di quanto avesse mai creduto possibile.
E insieme sentiva un altro cambiamento
dentro di s.
Per la prima volta era sorta un'ombra tra lui
e l'uomo, la cui amicizia aveva apprezzato pi
di ogni cosa al mondo fin da quando, ragazzo
di quindici anni, aveva subito l'influsso di quel
giovane francese suo maggiore di tre anni. Si
rese conto che fino dalla sera dell'arrivo di Raoul
si era consumato in una insensata gelosia. Aveva
contato sulle proprie tendenze occidentali per
superare le difficolt di quella situazione, ma
l'orientalismo di cui era impregnato aveva subito
preso il sopravvento; era geloso di ogni parola
che ella diceva a Saint-Hubert, di ogni sguardo
che gli rivolgeva.
Solo per orgoglio non aveva attaccato briga col
visconte proprio quella mattina; era partito in
preda a una fredda collera che si era fatta pi
violenta di ora in ora e che gli aveva fatto perfino
accelerare il ritorno pi di quanto avesse
in mente, spingendo il cavallo con una temerariet
che non era passata inosservata neppure ai
suoi uomini.
La vista di Raoul tutto assorto nel suo lavoro
aveva in parte diminuito i suoi sospetti; ed
era entrato nell'altra stanza della tenda animato
da un rinnovato sentimento di speranza.
Trovandola vuota., aveva sentito agghiacciarsi
improvvisamente il sangue; si era reso conto,
tutto a un tratto, di ci che quella fanciulla
voleva dire per lui. C'era nei suoi occhi una profonda
ansiet.
And sotto la tettoia e batt le mani; un
servo si present quasi immediatamente. Dette
un ordine e rimase ad aspettare con le mani ficcate
nella fascia che portava alla cintura e in
bocca una sigaretta che si era dimenticato di
accendere.
Saint-Hubert lo raggiunse.
- Che cosa credi? - gli domand in tono
lievemente inquieto.
- Non so proprio che cosa pensare, - rispose
seccamente lo sceicco.
- Ma c' davvero qualche pericolo?
- C' sempre pericolo nel deserto, specialmente
quando quel demonio  fuori di casa
sua! -
E accenn verso sud mentre con la testa faceva
un gesto d'impazienza.
- Mio Dio! - esclam ansante e spaventato
Saint-Hubert. - Non pensi mica che... -
Lo sceicco si strinse nelle spalle senza rispondere
e si volse verso Yusef che si era avvicinato
con una mezza dozzina di uomini. Ci fu
un rapido scambio di domande e di risposte,
poi lo sceicco dette alcuni ordini e gli uomini
si allontanarono in varie direzioni mentre lo
sceicco si volgeva verso l'amico.
- Stamani sono stati veduti da due o tre
pattuglie, di quelle che erano a sud dell'accampamento;
ma, com'era naturale, non era compito
loro appurare se erano tornati oppure no.
Partir subito; tra dieci minuti circa. Vuoi venire
con me? Benissimo! Ho mandato a
chiedere rinforzi che ci seguiranno se non saremo
di ritorno entro dodici ore. -
La sua voce non aveva alcuna espressione, e
solamente Saint-Hubert, che lo conosceva fin da
fanciullo, poteva comprendere il significato del
lampo che aveva brillato nei suoi occhi mentre
rientrava nella tenda
Il visconte rimase un momento esitante; sapeva
di non essere neppure desiderato nell'interno
di quella tenda. Sentiva con amara tristezza
di essere tenuto in disparte e pensava
che l'amicizia e la confidenza che li aveva uniti
per vent'anni non sarebbero pi tornate, ed era
profondamente addolorato di quel cambiamento.
Ma poi la preoccupazione per la sorte di Diana
vinse ogni altra considerazione e, col cuore
stretto, si diresse verso la sua tenda.
Quando torn indietro seguito da Enrico, il
campo aveva subito una trasformazione. Con una
celerit che indicava una disciplina perfetta, i
cento uomini, prescelti a far parte della spedizione,
stavano gi aspettando vicino al loro cavallo
e lo sceicco sopraintendeva a una distribuzione
straordinaria di munizioni. Un palafreniere
faceva passeggiare lentamente il Falco, e
Yusef, fremente perch aveva ricevuto l'ordine
di rimanere all'accampamento per prendere il
Comando dei rinforzi qualora fossero stati necessari,
guardava il suo signore con uno sguardo
pieno di rimprovero. Poi si avvicin al Falco,
ne prese le redini dal palafreniere e lo condusse
allo sceicco. Perfino mentre gli teneva la staffa
continu a insistere per avere il permesso di accompagnarlo.
Ma lo sceicco scosse la testa e
il giovane luogotenente balz improvvisamente
da parte per evitare le zampe del Falco, che
aveva cominciato a impennarsi e a sbuffare dall'impazienza.
Ahmed Ben Hassan fece cenno a Saint-Hubert
di portarsi al suo fianco e la cavalcata part al
solito celere galoppo. Quel silenzio cos poco
abituale negli arabi fece impressione a Raoul,
il cui sensibile temperamento si sent inclinato
a tristi prognostici. Quella banda silenziosa di
cavalieri dalla faccia dura che marciavano in
formazione chiusa e ordinata faceva pensare a
qualcosa di pi grave di una semplice spedizione
di soccorso. Le tradizioni di temerariet
e di coraggio, di perfetta organizzazione guerresca
che avevano reso nota e temuta la trib
per parecchie generazioni, erano sempre state
rispettate; anzi, sotto la guida degli ultimi due
capi dal nome ereditario, la sua fama si era accresciuta
a tal punto che nessun'altra trib
aveva osato contenderle il primato; sicch da parecchi
anni il suo valore bellico non era pi stato
messo alla prova.
Anche Ibraheim Omair aveva ereditato un
feudo in cui sussistevano numerose e forti tradizioni.
Soltanto una volta, quando era ancora
vivo il precedente Ahmed Ben Hassan, egli aveva
osato venire con lui ad aperto conflitto e il ricordo
ne era ancora vivo. C'erano state, dopo,
delle scaramucce, le quali erano e sarebbero
sempre inevitabili e tenevano gli uomini della
trib in uno stato di continua attesa di nuovi
combattimenti. E in previsione di essi, Ahmed
Ben Hassan aveva curato che la trib conservasse
quella rigida disciplina e quell'alto grado
di efficienza bellica, per la quale era sempre
stata famosa. L'opera che il suo predecessore
aveva ereditato dal proprio padre, Ahmed Ben
Hassan aveva continuato a svolgerla con autocratica
perseveranza, sviluppando e coltivando
nei suoi uomini l'innato amore per la guerra e
fornendoli sempre di armi ultimo modello.
Raoul sapeva che per gli uomini scelti che li
seguivano quell'affrettata spedizione voleva dir
guerra, quella guerra alla quale avevano pensato
con piacere durante tutta la loro vita e che
adesso un incidente inaspettato aveva reso imminente.
Cos un pugno di uomini seguiva allegramente
il proprio capo per cogliere un'occasione
che centinaia dei loro compagni bramavano
ardentemente, senza occuparsi se i rinforzi
che erano stati mandati a cercare sarebbero
arrivati a tempo o no. L'essere in pochi era per
loro una sorgente di piacere; se avessero vinto,
tutta la gloria della vittoria sarebbe stata per
loro; se fossero stati distrutti, avrebbero avuto
l'onore di morire col condottiero che onoravano,
poich nessuno poneva in dubbio che Ahmed Ben
Hassan potesse sopravvivere alla sua guardia
del corpo, al flore della sua trib, a quegli uomini
accuratamente scelti, dai quali veniva sempre
tratta la sua scorta personale. Con loro
avrebbe schiacciato il suo nemico ereditario oppure
con loro sarebbe morto.
Il breve crepuscolo era terminato e la luna
brillava alta in cielo, illuminando la zona di
una limpida luce bianca. In qualsiasi altro momento,
la bellezza della scena, il fascino della
notte orientale, la galoppata precipitosa in compagnia
di quei fieri guerrieri, avrebbero profondamente
eccitato Saint-Hubert. Il suo temperamento
artistico, la sua assoluta mancanza di
paura, il suo amore per l'avventura gli avrebbero
fatto scorgere in quella spedizione un'impresa
arrischiata e allettante, alla quale non
avrebbe mai rinunziato spontaneamente.
Ma il motivo di quella spedizione, il pericolo
che correva la fanciulla di cui si era cos inaspettatamente
innamorato, le faceva cambiare
interamente aspetto, conferendole un carattere
di ansiosa gravit che gli metteva in cuore una
terribile apprensione.
E se era cos per lui, che cosa doveva essere
per l'uomo che gli stava a fianco? La domanda
alla quale, una settimana prima, Ahmed Ben
Hassan aveva risposto negativamente con tanto
disprezzo, aveva avuto quella sera una ben differente
risposta nel lampo che aveva brillato nei
suoi occhi.
Da quando erano partiti, lo sceicco non aveva
detto una parola, e Saint-Hubert non si era
sentito di rompere il silenzio.
Erano usciti dalla zona pianeggiante e si
erano inoltrati in mezzo alle lunghe e successive
catene di alture, la cui sommit si trovava immersa
nell'argenteo chiarore lunare, mentre le
vallette, tra l'una e l'altra, erano piene di ombra
scura come neri stagni di acqua profonda
e immobile. Ai piedi di uno di quei pendii lo
sceicco si ferm improvvisamente con un'esclamazione
soffocata. Un corpo bianco giaceva bocconi
sulla sabbia quasi sotto gli zoccoli del
Falco; due bestiacce magre filarono via nell'oscurit.
Lo sceicco ed Enrico si precipitarono verso
quel corpo immobile, seguiti subito da Saint-Hubert
che lo esamin rapidamente. La palla
che aveva fatto perdere i sensi a Gastone gli
aveva prodotto una brutta ferita, e le altre che
lo avevano colpito nello stesso momento si erano
conficcate nella spalla rompendone l'osso e producendo
altre ferite dalle quali era sgorgato
molto sangue. Gastone si era trascinato per pi
di un miglio, poi era svenuto di nuovo per la
perdita di sangue. Rinvenne mentre Saint-Hubert
lo stava esaminando, e alz gli occhi verso
lo sceicco che stava inginocchiato vicino a lui.
- Monsignore... la signora... Ibraheim
Omair, - sussurr con un fil di voce; e si rovesci
novamente svenuto.
Gli occhi dello sceicco si fissarono un istante
in quelli di Raoul. Poi Ahmed Ben Hassan si
alz, e dirigendosi verso il suo cavallo, disse:
- Fai pi presto che puoi. -
Si appoggi al Falco mentre accendeva macchinalmente
una sigaretta con lo sguardo fisso,
pur senza veder nulla, sul gruppo intorno a Gastone.
Le sconnesse parole del domestico avevano
confermato il timore che si era sforzato di vincere
appena aveva saputo dell'assenza di Diana.
Lo sceicco aveva visto Ibraheim Omair soltanto
una volta, dieci anni prima quando era
andato insieme col vecchio Ahmed Ben Hassan
ad Algeri per una riunione dei capi pi importanti
che il Governo francese aveva indetto allo
scopo di conferire su una complicata questione
di confini, che aveva minacciato di esser causa
di sollevazioni tra le varie trib. Le Autorit
francesi, infatti, che nominalmente avevano il
protettorato della regione, temevano che quelle
sollevazioni, che non erano in grado di reprimere,
fossero di grave pregiudizio al loro prestigio.
Costretto a incontrarsi col nemico ereditario
e a trattare con lui da pari a pari, aveva sentito
ribollire la sua collera, e soltanto l'influsso
moderatore del vecchio sceicco, che esigeva da
tutti, compreso il suo erede, la pi assoluta obbedienza,
era riuscito a impedire una catastrofe
che avrebbe reso nulli i risultati di quella riunione
e avrebbe prodotto complicazioni assai pi
gravi di quelle che potevano esser causate dalla
questione di confini. Per il ricordo dello sceicco
ladrone gli era rimasto fisso in mente, e l'immagine
di quella faccia viziosa e gonfia, di quel
corpo volgare e pesante, gli balz viva davanti
agli occhi.
Ibraheim Omair e l'esile, gentile figurina che
egli non aveva saputo apprezzare! Diana!...
Strinse i denti mordendo la sigaretta che aveva
in bocca. La sua folle gelosia, la rabbia provocata
dalla franca critica di Raoul, erano ricadute
su chi ne era la causa innocente. Diana,
e non Saint-Hubert, aveva sentito il peso della
sua collera. Nella sua innata crudelt egli aveva
goduto osservando come in quei profondi occhi
turchini si scorgessero di nuovo la sorpresa e il
timore; le aveva fatto sentire duramente la propria
avversione.
Anche la sera avanti, dopo averla fatta trasalire
pi di una volta con i suoi scatti irriflessivi
e la sua insolita irritabilit, sia durante il
pranzo sia dopo che Saint-Hubert si era ritirato
nella sua tenda, aveva sorpreso negli occhi di
lei un'espressione che aveva risvegliato tutta la
brutalit di cui egli era capace in quei momenti
di cattivo umore, facendogli nascere in cuore
un desiderio folle di torturarla. Il muto rimprovero
che aveva letto negli occhi di lei aveva
accresciuto ancora di pi la sua esasperazione
e aveva fatto prorompere quella diabolica collera
che a malapena era riuscito a frenare durante
la settimana. Eppure, quando poi l'aveva
stretta tra le braccia, sconfortata, impaurita e
tremante per quell'abbraccio che non era una
carezza ma uno sfogo della sua collera, si era
sentito ancora pi irritato. Sentirle battere il
cuore furiosamente, vederla agitata dai singhiozzi,
provare la forza del proprio potere su
lei, non gli aveva dato alcun godimento; aveva
finito con l'allontanarla violentemente coprendola
di maledizioni, finch se n'era fuggita nell'altra
stanza, turandosi gli orecchi con le mani
per non udire la sua voce lenta e sempre uguale.
E proprio quella mattina l'aveva lasciata
senza una parola, senza un gesto che potesse
cancellare il ricordo della sera precedente. Non
era stata questa la sua intenzione, perch aveva
in mente di tornare da lei prima di partire
definitivamente per la spedizione fissata; ma
quando Saint-Hubert aveva rifiutato di accompagnarlo,
tutti i suoi propositi di mitezza, tutti
i suoi sentimenti di tenerezza erano scomparsi
in un nuovo accesso di collera furiosa.
E adesso? Provava un desiderio ardente,
acuto, quasi insopportabile, di stringerla tra le
braccia, di baciarle gli occhi bagnati di lacrime
e le labbra scolorite. Avrebbe dato la vita soltanto
per vederla, ed era in potere di Ibraheim
Omair!
Questo pensiero lo torturava, ma non lasci
scorgere in alcun modo l'inferno che aveva in
cuore. Quell'attesa gli sembrava interminabile,
e balz in sella sperando che l'irrequietezza del
Falco, il quale, tranquillo finch il suo padrone
era rimasto al suo fianco, cominci a mordere
impaziente il freno e ad agitarsi non appena
sent la stretta delle sue ginocchia, lo togliesse
dall' inazione che gli faceva parere pi lunghi
quei minuti di sosta.
Finalmente Saint-Hubert si alz; furono lasciati
Enrico e due arabi per riportare al campo
il ferito, e poi ricominci la rapida galoppata
verso sud. Traversarono quel terreno ondulato
dove Gastone, indebolito dalla perdita del sangue,
si era trascinato penosamente; passarono
vicino alla carogna di Ballerino, spettralmente
bianca nel chiarore lunare, poco discosto da un
semicerchio di cadaveri arabi che dimostravano
quanto fosse stato efficace il fuoco di Gastone
l dove con Diana aveva fatto l'ultima sosta.
Lo sceicco non fece neppure un gesto e non trattenne
neppure Falco, che sorpass di un balzo
i cadaveri fremendo e sbuffando. E via di galoppo
per la pista segnata dai cadaveri degli
arabi nelle loro vesti bianche tutte scomposte,
evitandoli quando erano illuminati dalla luna
o calpestandoli quando l'oscurit non permetteva
di scorgerli! A un certo punto, il cavallo
di Raoul inciamp in malo modo in uno di essi
e quasi cadde, ma riusc a risollevarsi con uno
sforzo violento, mentre il visconte udiva il rumore
di un cranio fracassato da un colpo di zoccolo.
L'ululato degli sciacalli si faceva sempre pi
vicino, finch, superata un'altura, giunsero nella
valletta, dove Diana e Gastone erano caduti nell'imboscata;
la valle, abbastanza ampia, era
bene illuminata dalla luna. Ahmed Ben Hassan
sent istintivamente che tra quei cadaveri dovevano
esserci i corpi dei suoi uomini. Forse tra
quelle forme immobili dalle quali gli sciacalli
si erano appena allontanati, ci poteva essere
qualcuno ancora in grado di fornire qualche notizia.
Poteva essere uno degli uomini di Ahmed
Ben Hassan che avrebbe parlato spontaneamente,
oppure uno degli arabi di Ibraheim Omair;
l'avrebbe fatto parlare per forza! Gli spunt
sulle labbra un sorriso crudele.
Gli uomini si misero a ricercare febbrilmente
tra i cadaveri rompendo per un istante il silenzio
che avevano mantenuto fino allora.
Lo sceicco attese silenzioso e impassibile tra
le imprecazioni e le minacce di vendetta dei suoi
seguaci, che disposero presso di lui i corpi dei
suoi uomini di scorta, resi quasi irriconoscibili
dagli sfregi e dalle mutilazioni. Fu egli stesso
ad accorgersi che uno di quei corpi, appena deposto
sul suolo, si moveva leggermente; l'arabo
morente fiss nel suo viso, fattosi improvvisamente
sereno e dolce, gli occhi che si andavano
rapidamente annebbiando. Poi sorrise, col sorriso
felice del fanciullo che ha ricevuto una inaspettata
ricompensa, sollev a stento la mano
in segno di saluto e accenn verso sud senza
far parola.
Lo sceicco afferr le dita del morente, che
con un ultimo sforzo si port alla fronte la mano
del suo signore, e si rovesci indietro, morto.


Capitolo 8.

Lentamente, penosamente, lottando contro una
forte sensazione di nausea, con gli orecchi intronati,
Diana a poco a poco riprese conoscenza.
La testa, le doleva atrocemente; si sentiva tutte
le membra peste e ingranchite. Le sofferenze
fisiche le impedivano di ricordare e, da principio,
anche di pensare.
Ma a poco a poco la nebbia che le ottenebrava
il cervello svan e le torn la memoria. Le vennero
in mente alcuni incidenti frammentari
della sua dolorosa avventura. Ricord Gastone,
l'espressione di orrore e di risolutezza che aveva
negli occhi, la contrazione spasmodica della
bocca quando, in quel supremo momento, si era
voltato verso di lei; prov di nuovo un'atroce
sensazione di terrore al pensiero... non della
morte che era imminente, ma della possibilit
che le fosse impedito di morire e di salvarsi
cos da quella condizione orribile, da quella prospettiva
spaventosa. Ricord che, prima che il
domestico avesse potuto darle quella prova di
suprema devozione, era giunta una raffica di
proiettili ed egli si era abbattuto contro di lei,
e il sangue che sgorgava dalle sue ferite le aveva
inzuppato il vestito scorrendole poi tra i piedi.
Ricordava vagamente tutti quei visi selvaggi che
l'avevano circondata, e nient'altro.
Non riusciva ad aprire gli occhi, si sentiva le
palpebre come premute da un peso di piombo.
- Gastone, - sussurr debolmente, e sporse
il braccio.
Ma in luogo di incontrare, come credeva, il
corpo del domestico o la sabbia, le sue dita si
chiusero sopra un soffice cuscino, e allora si
sollev di scatto e si mise seduta con gli occhi
spalancati. Ma era cos debole che ricadde lunga
distesa mettendosi le braccia sul viso per ripararsi
dalla luce che le offendeva gli occhi pulsanti
e indoloriti.
Rimase cos per qualche tempo, lottando contro
la debolezza, finch a poco a poco
quell'orribile nausea scomparve e il dolore di capo diminu
d'intensit. Il desiderio di sapere dove
si trovava e che cosa le era accaduto le fece dimenticare
il dolore che sentiva nelle membra
contuse. Scost lentamente un braccio e guard
intorno a s senza alzare completamente le palpebre
protette dalla manica del vestito. Vide che
si trovava distesa sopra un mucchio di cuscini
nell'angolo di un appartamento che faceva parte
di una tenda; non c'erano addobbi n mobili;
soltanto il suolo era coperto da un tappeto.
Nell'angolo opposto una donna araba stava
curva su un piccolo braciere; c'era nell'aria un
odore grave di caff indigeno. Diana richiuse gli
occhi rabbrividendo. Gastone non era dunque
riuscito nel suo devoto tentativo! Quello doveva
essere l'accampamento di Ibraheim Omair, lo
sceicco ladrone.
Rimase ancora immobile, sprofondata nei cuscini,
serrando tra i denti la manica della camicetta
per reprimere il gemito che le saliva
alle labbra. Pensando a Gastone, le venne un
nodo alla gola. In quegli ultimi momenti, quando
il pericolo incombeva ugualmente su tutti e due,
ogni differenza di classe era scomparsa... Avevano
sentito di essere solamente un uomo bianco
e una donna bianca uniti nel loro momento
estremo. Diana ricordava come, quando gli si
era avvicinata, la mano di lui aveva cercato e
afferrato la sua, in una stretta piena di calda
simpatia, quasi per infonderle coraggio. Egli
aveva fatto tutto quello che aveva potuto, le
aveva fatto scudo del suo corpo; soltanto sul
suo corpo esanime gli arabi avevano potuto impadronirsi
di lei. Aveva dato prova della sua
fedelt sacrificando la propria vita per il capriccio
del padrone. Gastone molto probabilmente
era morto, ma lei era viva e, pensava,
doveva conservare le proprie forze per ogni
eventualit.
Represse la propria emozione, vinse con uno
sforzo il brivido che le agitava le membra e si
sedette adagio adagio posando lo sguardo sull'araba,
la quale, avendola udita muoversi, volse
gli occhi verso di lei. Diana si rese conto istantaneamente
che da quella donna non poteva attendersi
n compassione n aiuto. Era una bella
donna che da fanciulla doveva essere stata molto
carina, ma non c'era nel suo viso torvo e nei
suoi occhi vendicativi alcun segno di dolcezza.
Diana sent istintivamente che quella donna
l'odiava e che la propria presenza in quella
tenda era mal vista. Questa sensazione rianim
il suo coraggio anzich deprimerlo e le fece rivolgere
sull'araba uno sguardo carico di tutta
l'alterigia che fu capace di concentrarvi. L'anno
avanti, durante il suo viaggio nell'India, si era
resa conto di quanto potere avesse il suo sguardo
sugli indigeni; poi, da quando era nel deserto,
aveva notato che c'era un arabo solo i cui occhi
non si abbassassero davanti ai suoi. La donna
borbott qualche parola e si volse di nuovo verso
il suo braciere, riprendendo a preparare il caff.
Diana si sedette comodamente sul divano;
quel piccolo successo in cui la sua volont si
era riaffermata le aveva reso la fiducia in se
stessa. Sfiorando con la mano la giacchetta da
amazzone he indossava, sent qualche cosa di
umido e attaccaticcio; si accorse che aveva una
manica tutta intrisa di sangue. Si tolse la giacchetta
e la gett lontano rabbrividendo; e poi,
inorridita, si strofin le mani col fazzoletto per
far scomparire le macchie di sangue.
Faceva molto caldo in quella piccola tenda e
c'era un odore acre e opprimente, un odore essenzialmente
indigeno che Diana non aveva
mai notato nelle tende ariose e scrupolosamente
pulite di Ahmed Ben Hassan. Arricci il naso
disgustata. Il caldo le faceva sentire ancor pi
la sete ardente che le bruciava la gola. Si alz
lentamente in piedi con ogni possibile precauzione
per evitare che un gesto un po' violento le
facesse di nuovo pulsare dolorosamente la testa,
ma ormai l'effetto del colpo che aveva ricevuto
si era dileguato. Aveva ancora mal di
capo, ma lo stordimento era interamente scomparso.
Si diresse verso l'araba.
- Datemi un po' d'acqua, - le disse in francese.
Ma la donna scosse la testa e non alz neppure
gli occhi. Diana ripet la richiesta in
arabo; era una delle poche frasi che conosceva.
Questa volta l'araba si alz in fretta e le porse
una tazza del caff che aveva preparato.
Diana detestava quella bevanda dolce e densa,
ma pensava che in attesa dell'acqua le avrebbe
calmato un poco la sete e allung la mano per
prendere la tazzina. Nel far ci il suo sguardo
incontr quello dell'araba fisso su di lei, e scorse
in quegli occhi una espressione cos perversa e
maligna, che si ferm presa da un improvviso
sospetto. Quel caff doveva essere avvelenato.
Non avrebbe potuto dire perch, ma ne era sicura.
Respinse la tazza con un gesto d'impazienza.
- No. Non voglio caff. Acqua, - disse con
voce risoluta.
Prima che avesse potuto rendersi conto di ci
che avveniva, l'araba le aveva passato il suo
braccio intorno alla vita e nello stesso tempo
le aveva avvicinato la tazza alle labbra per costringerla
a bere. Questo fatto conferm il sospetto
di Diana il cui vigore raddoppi istantaneamente
per effetto della collera. L'araba era
robusta, ma Diana era pi forte, pi giovane e
pi vivace. Dette un colpo alla tazza che cadde
a terra spandendo tutto il contenuto, e con uno
sforzo violento si liber dalla stretta della
donna che and a cadere sul braciere rovesciando
bricchi e tazze sul tappeto.
L'araba si sollev sulle ginocchia e gridando
come un' indemoniata, con una voce acuta e penetrante,
si scosse di dosso i tizzoni e la cenere
calda. In risposta alle sue grida si apr,
in un lato della tenda, una cortina che Diana
non aveva veduta, e un gigantesco nubiano entr
nella stanza. La donna gli indic Diana con
gesti di collera e con una valanga di contumelie,
continuando a emettere, ogni tanto, i suoi
acuti strilli.
Diana non comprese le sue parole, ma dai gesti
espressivi dell'araba cap che gli stava raccontando
come si era svolta la lotta. Il negro
rimase ad ascoltare con un ghigno che lasciava
vedere i suoi denti candidi; poi scosse la testa
quando, col pugno teso verso la fanciulla, gli
chiese insistentemente qualche cosa. Il negro
raccatt i tizzoni che erano ancora sparsi sul
tappeto, spense quelli che erano accesi e poi si
volt per andarsene. Ma Diana lo chiam e si
diresse verso di lui con la testa alta guardandolo
fisso in viso.
- Andate a prendermi dell'acqua! - gli disse
in tono imperioso.
Il negro le indic il caff che la donna si era
messa di nuovo a preparare volgendo loro le
spalle, ma ella gli ripet con modo ancora pi
violento pestando i piedi:
- Acqua! -
Il nubiano fece un ghigno come per dimostrare
che acconsentiva al suo desiderio, e usc per ritornare
poco dopo con un otre pieno d'acqua.
Diana ebbe un attimo di esitazione, ma solo
un attimo; aveva troppa sete per badare a tante
delicatezze. Prese una delle tazze da caff che
le erano cadute ai piedi, la risciacqu parecchie
volte e poi bevve. L'acqua era calda e leggermente
salmastra, ma ci nonostante le fece
passare l'arsura che la soffocava e le dette un
po'di sollievo.
Il nubiano se ne and definitivamente, mentre
la donna continuava a star curva sul braciere.
Diana torn a gettarsi soddisfatta sui cuscini.
Ci che era avvenuto l'aveva stancata pi di
quanto credeva; le tremavano le gambe e fu
molto contenta di potersi sedere. Ma le era tornato
il coraggio; il fatto di esser pi forte di
quella donna che era la sua guardiana e anche
di essere riuscita a farsi obbedire da quel robusto
nubiano aveva avuto su di lei un grande
effetto morale; aveva ripreso interamente fiducia
in se stessa.
La sua condizione era spaventosa, ma si sentiva
piena di speranza. Dal fatto che, da quando
aveva ripreso conoscenza, non aveva visto che
quella donna e il nubiano, era indotta a pensare
che Ibraheim Omair fosse assente dal campo;
non ritenne probabile che egli differisse la propria
visita alla sua prigioniera per infliggerle
una tortura morale pi prolungata. Non gli faceva
l'onore di crederlo capace di cos raffinata
crudelt. E intanto il suo coraggio aumentava
per effetto della sua assenza. Se quell'assenza
si fosse prolungata fino all'arrivo dello sceicco!
Perch era sicura che Ahmed Ben Hassan sarebbe
venuto; aveva piena fiducia in lui. Se potesse
arrivare in tempo!
Dal momento in cui era caduta, nell' imboscata
erano scorse delle ore; allora mezzogiorno era
passato da poco e adesso doveva essere notte,
perch nella tenda c'era una lampada accesa.
Ma che ora poteva essere? Il suo orologio si
era rotto qualche mese prima e Diana non aveva
modo d'indovinare l'ora; certo, la notte doveva
essere piuttosto avanzata.
Ormai l'assenza sua, di Gastone e della scorta
aveva dovuto essere notata. Lo sceicco certamente
si era reso conto che correva pericolo e
sarebbe venuto a salvarla. Su questo punto non
aveva alcun dubbio. Sebbene negli ultimi pochi
giorni fosse cos cambiato, sebbene la straordinaria
gentilezza dimostrata negli ultimi due
mesi si fosse di nuovo convertita in indifferenza
e in crudelt, pure Diana non ebbe neppure un
istante di dubbio. Anche se egli non provava pi
alcun desiderio, anche se gli era divenuta addirittura
indifferente, rimaneva tuttavia la gelosia
orientale di cui egli era cos profondamente
imbevuto; questa non gli avrebbe mai fatto tollerare
che Diana gli fosse portata via. Era tipo
da disfarsi di lei se gli piaceva, ma nessuno poteva
osare toccarla, e prendergliela!
Il proprio intuito femminile le aveva rivelato
la gelosia che lo travagliava da quando era arrivato
Saint-Hubert, quella gelosia che non
aveva nessun fondamento e che non era stata in
alcun modo provocata, ma che pure l'aveva fatta
tanto soffrire. Si era accorta, la sera innanzi,
dai suoi sarcasmi e poi, pi tardi, quando Saint-Hubert
li aveva lasciati soli, dall'esplosione di
collera, che egli sfogava su di lei l'ira repressa
e si rifaceva, in certo modo, di quel ritegno che
si era imposto e al quale non era abituato. Le
sue maledizioni le erano andate dritte al cuore;
era stata costretta ad allontanarsi da lui per
non cedere al desiderio di dirgli che lo amava
e di chiedergli piet. E poi era rimasta sveglia
per due ore, tutta tremante.
Sarebbe venuto! Sarebbe venuto! Ripet pi
volte queste parole come se il loro suono le desse
coraggio. Avrebbe impedito che le accadesse
qualche cosa! Ogni momento che passava senza
che Ibraheim Omair si facesse vedere era un
momento guadagnato, perch ogni minuto Ahmed
Ben Hassan si avvicinava di pi. Sorrise
pensando che egli stava per avere nella sua vita
una parte assolutamente contraria a quella che
vi aveva avuto fino allora; perch arrivasse, lui,
l'uomo che fino a poche settimane prima aveva
aborrito, stava adesso innalzando al Cielo una
preghiera disperata. Egli rappresentava la sicurezza,
la salvezza, tutto ci che rendeva la
vita degna di esser vissuta.
Un improvviso rumore di voci maschili nella
stanza vicina la fece balzare in piedi, ansante,
con i pugni serrati. Ma la voce aspra, gutturale
che dominava le altre, cos differente da quella
che attendeva di udire con tanta impazienza, distrusse
in un attimo le sue speranze. Era certamente
Ibraheim Omair! Era giunto prima di
Ahmed Ben Hassan! Strinse i denti, presa da
un brivido violento e si prepar ad affrontare
gli eventi.
L'araba si volt a guardarla di nuovo con un
sorriso beffardo, assai significativo; ma Diana
le dette un'occhiata di disprezzo e poi, eretta,
battendo nervosamente il tappeto con un piede,
rimase in attesa senza pi occuparsi di lei.
Proprio in quel momento si accorse che non aveva
pi gli speroni e che le era stata portata via la
fondina della rivoltella; e, con quella strana
tendenza che spinge a occuparsi di cose senza
alcuna importanza perfino nei momenti di suprema
gravit, si domand, seccata e al tempo
stesso curiosa, quali avevano potuto essere i motivi
che avevano spinto i suoi custodi a privarla
di quegli oggetti.
Nella stanza vicina continuava il rumore delle
voci; Diana impaziente non vedeva l'ora che
l'atteso colloquio con Ibraheim Omair avesse
luogo; l'attesa era peggiore della prova terribile
alla quale si era preparata. Finalmente la cortina
si sollev e comparve di nuovo lo stesso negro
gigantesco che aveva visto prima. Avanz
verso di lei, ma prima che avesse potuto avvicinarsi,
l'araba si gett tra di loro per impedirgli
la strada e cominci a gesticolare disperatamente,
mentre le usciva dalla bocca un torrente
di parole concitate.
Il nubiano si volt con impazienza verso di
lei, la spinse violentemente da una parte e tese
la mano per afferrare il braccio di Diana. Ma
questa fece rapidamente qualche passo indietro,
poi guard il negro con una tal fiamma negli
occhi e gli fece un gesto cos energico che quello
rimase interdetto.
Il cuore le batteva violentemente, ma riusc
a dominarsi. Solo le mani le si contraevano di
continuo; apriva e chiudeva nervosamente le
dita finch, per nasconderle, le sprofond nelle
tasche dei calzoni. Si avvicin lentamente alla
cortina, fece cenno al nubiano di tirarla da una
parte e, ancora pi lentamente, penetr nell'altra
stanza. Questa era un po' pi vasta di quella
dalla quale era uscita ed ugualmente nuda; ma
i suoi occhi, assorta com'era nel contemplare
l'individuo al centro della stanza, percepirono
tutto ci senza che ella se ne rendesse conto.
Ibraheim Omair, lo sceicco ladrone, un pezzo
di uomo grande e grosso, se ne stava sdraiato
su un mucchio di cuscini; presso di lui, sopra
un piccolo sgabello intarsiato, era pronto il
caff, e dietro di lui, immobili come due statue
di bronzo, se ne stavano altri due negri in
tutto simili a quello che era venuto a chiamarla.
Diana si ferm un momento; poi, a testa alta,
con un'andatura fanciullescamente sfrontata,
s'inoltr nella stanza e and a fermarsi davanti
al capo arabo piantandogli lo sguardo in viso
con gli occhi insolentemente semichiusi e le labbra
atteggiate a un sorriso beffardo. Lo sforzo
che faceva per dominarsi era tremendo; si conficcava
le unghie nelle palme delle mani sprofondate
nelle tasche. Tutti i suoi istinti lottavano
contro la calma che si era imposta. Ardeva
dal desiderio di gridare, di gettarsi con un
salto fuori della tenda attraverso all'apertura
che indovinava trovarsi alle sue spalle per tentare
di dileguarsi nell'oscurit.
Ma sapeva che non le sarebbe riuscito; se anche
fosse potuta uscire dalla tenda, non avrebbe
certamente potuto allontanarsi. L'unica linea di
condotta, da tenere era quella di persistere in
quell'atteggiamento da smargiasso, che le impediva
di svenire. Sebbene sentisse in cuore una
paura atroce, doveva far credere di esser piena
di coraggio. Simulando indifferenza osserv attentamente
quel capo brigante. Era proprio il
tipo dell'arabo quale se l'era immaginato:
grosso, pesante, gettato su un mucchio di cuscini
dai colori vivaci, con la faccia gonfia, i
lineamenti feroci e viziosi, le labbra sensuali che
lasciavano vedere i denti anneriti, gli occhi infossati
e iniettati di sangue, illuminati da uno
sguardo cos bestialmente perverso che si sent
bagnata di sudore freddo e dovette fare uno
sforzo terribile per affrontarlo. Aveva un aspetto
volgare e disordinato; le vesti, che dovevano essere
state ricche e sfarzose, erano sudice e grinzose;
le mani, tese sulle ginocchia, mostravano
la sporcizia nonostante il loro colorito bruno.
Quando Diana si mosse verso di lui, gli brill
negli occhi uno sguardo di maliziosa soddisfazione,
mentre sulla bocca da vizioso compariva
un sorriso cattivo. Si curv un poco in avanti,
appoggiandosi pesantemente sulle mani che teneva
sulle ginocchia, la squadr lentamente e
poi le piant di nuovo gli occhi in viso.
- Ah! La donna bianca di mio fratello Ahmed
Ben Hassan! - disse lentamente in volgarissimo
francese, con un'improvvisa intonazione
di scherno allorch pronunziava il nome del suo
nemico. - Ahmed Ben Hassan! Che Allah faccia
bruciare la sua anima all'inferno! - aggiunse
con grande soddisfazione; e sput con
aria di disprezzo.
Si rovesci indietro sui cuscini con un grugnito
e bevve rumorosamente un poco di caff.
Diana continuava a fissarlo, e sotto quello
sguardo immobile egli sembrava sentirsi a disagio;
i suoi occhi infiammati la guardavano irrequieti,
mentre con una mano tormentava il
manico curvo di un coltello che portava infilato
nella cintura; finalmente, esasperato, si curv
di nuovo in avanti e le fece cenno di avvicinarglisi.
Ella esitava, e mentre stava l incerta, si
precipit nella stanza la donna araba la quale,
riuscita a sfuggire al negro che le era andato
incontro per fermarla, and a gettarsi ai piedi
di Ibraheim Omair aggrappandosi alle sue ginocchia
con un gemito soffocato.
In un lampo, Diana comprese il motivo dello
sguardo d'odio che aveva prima sorpreso negli
occhi di quella donna. Per lei Diana era una rivale,
venuta a condividere i favori del suo signore,
aveva perci risvegliato tutta la sua gelosia
di favorita regnante! Al terrore che la torturava
si un un'ondata di disgusto. Rialz la
testa sdegnosamente, lottando contro lo spavento
che si stava impadronendo di lei; socchiuse
gli occhi per un istante. Quando li riapr,
la donna era ancora prostrata ai piedi del
vecchio arabo e continuava a supplicarlo.
Ibraheim Omair la guardava curioso con un
ghigno cattivo che gli scopriva i denti anneriti;
a un tratto la respinse con violenza dandole un
pugno sulla bocca; ma la donna gli si aggrapp
ancora pi stretta con un'espressione di profonda
disperazione nel viso che teneva sollevato
verso di lui; un filo di sangue le colava dalle
labbra. Allora il vecchio predone, con un brontolio
sordo che pareva il ruggito cupo di una
belva, l'afferr alla gola e la tenne stretta per
un momento mentre ella agitava con moto convulso
le mani per liberarsi; poi estrasse lentamente
il coltello dalle ampie pieghe della cintura
e lo conficc nel petto della donna ormai
quasi soffocata. Prima di abbandonare il suo
corpo inerte, con selvaggia ferocia il vecchio
sceicco pul accuratamente il coltello alle vesti
di lei e lo ripose nella cintura; solo allora respinse
il cadavere che rotol sul tappeto tra lui
e Diana.
Ci fu un momento di silenzio nella stanza;
poi Diana sent presso di s come un battito
sordo, ritmico come il tic-tac di un gigantesco
orologio, e si accorse con meraviglia che erano
le pulsazioni del suo cuore. Era come pietrificata
dal terrore. Non riusciva a distogliere gli
occhi dal corpo immobile in terra, con un largo
squarcio nel petto, dal quale il sangue continuava
a scorrere inzuppando le vesti scure e
il tappeto sul quale giaceva. Diana era in preda
a un violento stordimento; strani pensieri le si
affollavano alla mente. Che peccato!, pensava
stupidamente, il sangue avrebbe sciupato il tappeto.
Era proprio un bel tappeto! Si domandava
quanto avrebbe potuto pagarlo a Biskra; meno,
probabilmente, di ci che sarebbe costato a Londra.
Poi, osservando il viso della donna, dimentic
il tappeto. La bocca era aperta; il sangue
aveva cessato di colare; gli occhi sporgenti,
gonfi, avevano una cos disperata espressione di
sofferenza che Diana si riscosse dallo stato di
stupore in cui si trovava.
Le sembr di risvegliarsi improvvisamente,
rendendosi conto in modo chiaro e netto di tutto
ci che era avvenuto e del pericolo cui era esposta.
Ebbe un istante di abbattimento fisico, ma
reag con forza e vinse la sua debolezza. Molto
lentamente alz la testa cessando di guardare
il cadavere che stava in mezzo a loro, e, avendo
incontrato lo sguardo di Ibraheim Omair che
la stava osservando, gli piant gli occhi in viso
e dette in una risata!
Se non avesse riso avrebbe urlato disperatamente.
Sentiva i riccioli inzuppati di sudore,
appiccicati alla fronte; si domandava se sarebbe
mai pi riuscita ad aprire i pugni stretti con
tutta l'energia di cui era capace. Non doveva
manifestare alcun sentimento, non doveva gridare,
non doveva svenirsi; doveva dominare i
suoi nervi fino a che Ahmed arrivasse! Buon
Dio! Fate che arrivi presto! Non poteva frenare
il riso nervoso che l'agitava e allora si
strinse il labbro tra i denti. Era necessario che
facesse qualche cosa per distrarre l'attenzione
da quel corpo immobile ai suoi piedi.
Quasi senza accorgersi di ci che faceva,
estrasse dalla tasca il portasigarette, scelse una
sigaretta, l'accese accuratamente e gett il fiammifero
ancora acceso sul tappeto ai piedi del
negro che le stava vicino. Questi, dal momento
in cui aveva tentato di impedire l'ingresso dell'araba,
non si era pi mosso; anche gli altri
due che stavano dietro al mucchio dei cuscini
erano rimasti perfettamente immobili, seguendo
appena la tragedia che si era svolta sotto i loro
occhi. A un cenno del vecchio capo, si fecero
avanti e portarono via il cadavere. Uno torn
dopo un momento portando il caff e poi disparve
di nuovo senza far rumore.
Ibraheim Omair si pieg di nuovo in avanti
e con una sbirciata orribile fece cenno a Diana
di andarsi a sedere al suo fianco; batteva la
mano sul cuscino con un gesto d'invito. Vincendo
il proprio disgusto, Diana si sedette con
l'aria pi disinvolta che le fu possibile assumere.
La vicinanza di quell'uomo le dava nausea.
Puzzava di unto, di sudore, di cavallo mal
pulito; il puzzo caratteristico degli indigeni.
Le venne in mente l'altro arabo col quale era
stata obbligata a vivere in un'intimit cos
stretta. Ricordando tutto ci che aveva sentito
dire circa gli abitanti del deserto, era rimasta
meravigliata, dalla cura meticolosa che egli aveva
della sua persona, dai suoi frequenti bagni, dalla
immacolata nettezza delle sue vesti, dal suo
aspetto fresco e sano, dal profumo indefinito,
un misto di sapone da barba e di tabacco turco,
che esalava da tutta la sua persona.
Il contrasto era realmente ributtante.
Rifiut il caff che le era offerto, con una
scossa, del capo, senza curarsi del suo brontolio
di protesta, senza nemmeno comprendere perch
aveva parlato in arabo. Mentre deponeva il
mozzicone della sigaretta con lo stesso sentimento
col quale avrebbe gettato l'ultima ancora di salvezza
(perch almeno quella sigaretta impediva
alle sue labbra di tremare), lo sceicco le afferr
il polso con la sua mano grassa e l'attir con
violenza verso di s.
- Quanti fucili ha portato il francese a quel
figlio delle tenebre? - disse con voce aspra.
Ella volt la testa sorpresa da quella domanda,
ma avendo incontrato i suoi occhi iniettati
di sangue che la fissavano con un'aria di
minaccia e insieme di ammirazione, si affrett
a guardare altrove.
- Non lo so. -
Le dita del vecchio strinsero il polso con maggior
forza.
- Quanti uomini ha Ahmed Ben Hassan nell'accampamento
in cui vi ha tenuta?
- Non lo so.
- Non lo so! Non lo so! - ripet egli improvvisamente
con una risata selvaggia. - Lo
saprete quando vi avr trattata come intendo
io! -
E le serr il polso con tanta forza che essa
si contorse per il dolore e volt la testa per non
lasciargli scorgere il viso. Le fece rapidamente,
una dopo l'altra, una quantit di domande concernenti
lo sceicco e la sua trib; Diana non
rispose mai una parola, continuando a tenere la
testa voltata e le labbra serrate. Non avrebbe
saputo da lei niente che potesse nuocere all'uomo
che amava! Niente, nemmeno se l'avesse torturata,
nemmeno se avesse dovuto pagare con la
vita, com'era probabile, il proprio silenzio.
Rabbrivid senza volerlo. Debbo dirvi che
cosa gli farebbero? Le pareva di udire nettamente
la voce dello sceicco quella sera in cui
gli aveva domandato quale sarebbe stata la sorte
di Gastone se fosse caduto, nelle mani di Ibraheim
Omair. Le pareva di udire di nuovo quelle
parole in cui egli aveva posto un significato cos
orribile, le pareva di vedere il terribile sorriso
col quale le aveva accompagnate. Il suo respiro
si fece affannoso, ma il coraggio non le venne
meno. Si aggrapp disperatamente alla speranza
che la sosteneva. Ahmed doveva arrivare
a tempo! Represse il dubbio che la torturava,
il dubbio atroce che egli non riuscisse a trovarla,
che arrivasse troppo tardi, che quando egli giungesse
il vecchio predone non avesse pi nulla da
desiderare.
Ibraheim Omair non cred di rivolgerle altre
domande.
- Parlerete pi tardi! - le disse in tono significativo,
e bevve ancora del caff.
Le sue parole risvegliarono in lei i tristi pensieri
che era riuscita a scacciare. La sua vivace
immaginazione le faceva vedere dei quadri terribili
che l'avevano tanto spaventata allorch si
trattava di Gastone; ma adesso in quei quadri
orribili creati dalla sua mente vedeva se stessa
e fu presa da un tremito cos forte che dovette
stringere energicamente la bocca per non battere
i denti.
Ibraheim Omair continuava a tenerla stretta
per il polso. Diana con orribile disgusto sent
la mano di lui sfiorarle il braccio, il collo e poi
le morbide curve del seno giovanile. Quindi,
borbottando concitatamente qualche cosa, la obblig
a voltarsi verso di lui.
- Che cosa state ascoltando? Credete che
Ahmed Ben Hassan venga qui? Scioccherella!
Si  gi dimenticato di voi. A Orano e ad Algeri
c' una quantit di donne bianche che pu
comprare col suo denaro e con la sua faccia di
demonio. Gli amori di Ahmed Ben Hassan sono
numerosi come le stelle. Passano come il vento
rapido del deserto; un soffio caldo... ed  finito.
Egli non verr, e se anche viene non vi trover,
perch tra un'ora saremo partiti di qui. -
Diana si contorceva sotto la sua stretta.
Quelle parole odiose pronunziate con voce gutturale
in un francese volgarissimo, quella faccia
maliziosa e viziosa, quello sguardo di crescente
ammirazione, quegli occhi iniettati di
sangue, le davano l'impressione di un incubo
orrendo. Divincolandosi disperatamente riusc,
con uno sforzo improvviso, a liberarsi e, presa
finalmente dal terrore, attravers correndo la
tenda. Ma nella sua corsa impetuosa e cieca inciamp,
e Ibraheim Omair con una sveltezza che
sembrava inconciliabile con la pesantezza del
suo corpo, le fu sopra e la prese tra le braccia.
La port sul divano mentre continuava a dibattersi.
Si ferm un istante, e anche Diana istintivamente
rimase immobile riserbando tutte le
forze per la lotta finale.
- Un'ora, mia piccola gazzella, un'ora... -
borbott egli con voce soffocata piegando il viso
verso di lei.
Diana emise un grido, scost la testa da una
parte e cominci a lottare con una energia folle.
Lottava come avrebbe potuto fare un giovanotto
e intanto pensava con gratitudine all'educazione
che le aveva fatto dare suo fratello, sir Aubrey.
A forza di divincolarsi e di contorcersi, riusc,
nonostante la stretta del vecchio predone, a mettere
i piedi in terra. Ma nonostante questo egli
continu a dominarla, e sebbene resistesse disperatamente
l'attir verso di s; la camicia lacerata
le cadde dalle spalle scoprendole il candido
seno. Anelante, continu a lottare; ma, a poco
a poco, si trov di nuovo stretta nelle braccia
di lui, e allora gli piant le mani contro il petto
tendendo i muscoli in uno sforzo disperato, finch
cedendo al peso del suo corpo che gravava
tutto su di lei fu costretta a indietreggiare e rovesciarsi
sui cuscini. Sentiva l'alito di lui sul
suo viso, il lezzo delle sue vesti nelle sue narici.
La sua resistenza si indeboliva, il cuore le batteva
selvaggiamente, le braccia non avevano pi
forza; ancora un istante e avrebbe dovuto cedere.
Si sentiva stordita come quando l'uomo che
la stringeva tra le braccia aveva ucciso dinanzi
ai suoi occhi l'araba che lo supplicava. Se almeno
uccidesse anche lei! La morte sarebbe
stata meno penosa in confronto di ci che soffriva.
La debole speranza che aveva nutrito fino
ad allora, si era quasi spenta. Ahmed non era
venuto, e nella sua disperazione il pensiero di
lui rendeva pi atroce la sua tortura. Le parole
beffarde di Ibraheim Omair non avevano
scosso la sua fiducia. Egli sarebbe venuto, ma
troppo tardi! Non avrebbe mai saputo quanto
lo amava! Oh, Dio! Come lo amava! Ahmed!
Ahmed!
Mentre tentava di gridare, le forze l'abbandonarono
e cadde esausta contro il vecchio capo.
Ibraheim Omair la costrinse a inginocchiarsi, e
afferrandola brutalmente per i capelli ricciuti
le rovesci indietro la testa. Aveva negli occhi
il lampo della follia e la bava alla bocca quando
estrasse il coltello dalla cintura e ne appoggi
il filo tagliente alla gola della fanciulla. Ella
rimase impassibile; ma dopo un momento il vecchio
lasci cadere il coltello con una risata orribile.
- No; dopo, - disse, e la sollev da terra
senza che facesse alcuna resistenza.
La gett sul divano e sent per un istante, un
istante orribile, le mani di lui sul proprio corpo.
Proprio in quel momento si ud fuori della
tenda un clamore confuso e il crepitio delle fucilate.
Poi, in un momento di calma, la voce
possente dello sceicco:
- Diana! Diana! -
La sua voce e la sua vicinanza le fecero tornare
le forze. Balz in piedi nonostante gli sforzi
di Ibraheim Omair per tenerla e riusc a gridare:
- Ahmed! -
Allora egli le chiuse la bocca con la mano,
ma ella l'afferr con i denti mordendola con
quanta forza aveva, e appena egli l'ebbe ritirata
grid di nuovo:
- Ahmed! Ahmed! -
Ma era impossibile che la sua voce potesse essere
udita in quell'infernale frastuono che circondava
la tenda; n poteva gridar di nuovo,
perch il vecchio capo, con un brontolio di rabbia,
l'aveva afferrata alla gola, come aveva
afferrato la donna araba. E le mani di Diana,
come quelle dell'araba, tentarono invano di
strappare dalla gola quelle dita che stringevano
come una morsa. Soffocava, le pareva che i polmoni
le scoppiassero, sentiva negli orecchi come
il muggito assordante delle onde, le si annebbiava
la vista. Le mani ricaddero inerti lungo
i fianchi; si abbandon ginocchioni e sarebbe
caduta riversa, se non fosse stata trattenuta
dalla mano che la stringeva alla gola. Il battito
degli orecchi si faceva pi cupo; vedeva
tutto nero. Mezza svenuta, si rese conto ch'egli
la soffocava, la costringeva a morire, e sent che
diceva, con una voce che le parve venisse da una
distanza enorme:
- Non rimarrai un pezzo all'inferno a languire
senza il tuo amante. Te lo mander presto! -
Aveva quasi perduto la conoscenza, quando
quella voce beffarda tacque improvvisamente.
Sollev la testa con una sofferenza atroce e lo
sforzo fu tale che per un istante le si oscur di
nuovo la vista; ma poi riusc a vedere, come avvolta
nella nebbia, una figura alta che in piedi,
presso l'ingresso, le stava di fronte.
Segu un momento di sosta e di silenzio che
contrastava stranamente col tumulto che si
udiva fuori della tenda, e Diana si domand
perch lo sceicco non faceva nulla, perch non
si serviva della rivoltella che stringeva in pugno.
Poi, a poco a poco, comprese che egli non
osava far fuoco, che il vecchio capo la teneva
davanti a s come uno scudo vivente, proteggendosi
cos dietro alla sola cosa che poteva risparmiargli
i colpi infallibili di Ahmed Ben
Hassan.
Adagio, cautamente, Ibraheim Omair fece
qualche passo indietro, sempre tenendo Diana
avanti a s, sperando di poter raggiungere la
stanza retrostante. Ma l'improvviso apparire
del suo nemico gli aveva fatto una tale impressione
che calcol male la posizione del divano
e inciamp contro di esso perdendo cos l'equilibrio
solo per un momento. Bast quell'attimo
per offrire allo sceicco, che teneva la rivoltella
continuamente puntata su di lui, l'occasione che
cercava. Quando il vecchio capo sent appoggiarsi
contro la fronte la bocca fredda dell'arme,
apr le mani; e Diana, esausta, tremante, si accasci
sul tappeto, stringendosi la gola che le
pulsava violentemente, emettendo dei gemiti soffocati.
I due uomini si guardarono negli occhi per un
istante e Ibraheim Omair lesse in quelli del suo
avversario che doveva morire. Col fatalismo
della sua religione non fece alcuna resistenza
quando la mano sinistra dello sceicco lo afferr
alla gola mentre atteggiava le labbra a un sorriso
terribile. L'avrebbe finito pi rapidamente
con un colpo di rivoltella, ma l'aguzzino di
Diana doveva soffrire come lei.
Tutta la ferocia dello sceicco prorompeva con
estrema violenza. Oltre quella fanciulla ridotta
in uno stato da far compassione, ansante, accasciata
sul tappeto ai suoi piedi, egli doveva vendicare
i sei corpi mutilati, i suoi fedeli seguaci,
uomini della sua et, cresciuti con lui, scelti da
lui a costituire la sua guardia del corpo, che
avevano preso parte a tutte le vicende della sua
vita e l'avevano servito con assoluta, inalterabile
obbedienza; quelli e tutti coloro che di tanto
in tanto erano caduti vittime dell'odio che Ibraheim
Omair nutriva per il suo potente nemico.
Finalmente l'uomo che era responsabile della
loro morte, l'uomo la cui esistenza era una minaccia
e un'offesa, era caduto nelle sue mani!
Era ancora fanciullo quando il vecchio Ahmed
Ben Hassan, il suo predecessore, gli aveva insegnato
a guardarsi dalle astuzie di quel ladrone!
E pi tardi, prima di morire, gli aveva
lasciato in eredit l'odio per la razza di cui
Ibraheim Omair era il capo, con l'augurio di potere,
un giorno, sterminare quel potente nemico.
Ma assai pi di quel sentimento di odio di
razza, assai pi del ricordo del voto fatto cinque
anni avanti al letto di morte del vecchio
sceicco, suo predecessore, assai pi della morte
dei suoi seguaci, ci che in quel momento lo dominava
tutto era il desiderio di uccidere con le
sue mani, senza bisogno di armi, colui che aveva
torturato la donna che amava. Il saperla in pericolo
l'aveva fatto accorrere precipitosamente
nella notte buia, il vederla agonizzante, esausta,
nelle mani del capo brigante, lo rendeva
pazzo, di una pazzia che solo la gioia feroce di
uccidere avrebbe potuto guarire. Prima ancora
di dare ascolto all'amore che si sentiva in cuore,
prima di prendere tra le braccia quel piccolo
corpo dolorante, doveva annientare l'uomo i cui
assassinii erano innumerevoli e che finalmente
era caduto nelle sue mani.
Quanto pi le sue dita stringevano la gola del
vecchio predone, tanto pi il suo sorriso si faceva
espressivo. Ma sotto quella stretta mortale
Ibraheim Omair si sent tornare il desiderio di
vivere ancora e si mise a lottare con energia selvaggia.
Curva sul pavimento, Diana osservava
quei due uomini, tutti e due grandi e robusti,
stretti in un abbraccio mortale; aveva ancora
negli occhi una profonda espressione di terrore
e si comprimeva con le mani la gola indolenzita.
Ibraheim Omair lottava per la vita, conscio
della propria forza ma conscio anche del maggior
vigore del suo avversario. Lo sceicco lasci
libera la gola del suo nemico e ne serr il corpo
tra le braccia spostandosi e indietreggiando fino
al divano in modo da raggiungere la posizione
che desiderava. Allora, con un abile sgambetto,
lo fece precipitare sui cuscini e gli fu sopra di
un balzo, puntandogli un ginocchio sul petto e
serrandogli la gola tra le mani. Abbandonato
con tutto il suo peso sul petto di Ibraheim, con
le labbra sempre atteggiate al sorriso, lo soffoc
lentamente senza allentare la stretta, fino
a che non vide il corpo contorcersi nelle convulsioni
dell'agonia e un fiotto di sangue, sgorgando
impetuoso dalla bocca e dal naso del vecchio
predone, non cadde violento sulle mani che
lo serravano come una morsa.
Gli occhi di Diana non lasciarono neppure per
un momento il viso dello sceicco; si sentiva
invasa dal terrore, il terrore che aveva sempre
avuto di lui, cos intenso che perfino il suo
amore ne era soffocato. Le era accaduto di vederlo
in qualche momento di passione selvaggia
e crudele, ma nulla si avvicinava neppure lontanamente
a quel lampo di orribile soddisfazione
che gli brillava negli occhi. Lo vedeva quale era
realmente, cio il selvaggio primitivo, spogliato
della vernice di civilt, ubriacato dalla smania
di uccidere. E fu presa da un brivido di orrore
alla vista di quelle mani spietate, macchiate di
sangue, che l'avrebbero toccata, di quella bocca
sorridente e crudele che si sarebbe appoggiata
sulle sue labbra, di quello sguardo truce che
brillava nei suoi occhi feroci.
Ma per quel miserabile che stava morendo non
sent alcuna piet; non meritava alcun compianto.
Lo aveva visto commettere di proposito
un assassinio atroce, e sapeva quale sarebbe
stata la propria sorte se Ahmed Ben Hassan
non fosse arrivato. Ibraheim Omair aveva avuto
subito ci che gli spettava; ma lo sceicco si mostrava
pi misericordioso di quanto fosse stato,
in molte occasioni, il vecchio predone; pochi momenti
di agonia invece di lunghe ore di lenta
tortura.
Fuori della tenda, il fracasso si faceva sempre
pi intenso a mano a mano che il combattimento
si spostava da quella parte; una o due
volte si ud il sibilo di una palla che attraversava
la tenda. Una di queste pass cos rasente
a Diana, che volse involontariamente la testa
e vide ci cui Ahmed Ben Hassan, assorto nella
sua terribile bisogna, non aveva neppure pensato...
i tre negri giganteschi e una dozzina di
arabi che, silenziosamente, erano entrati nella
stanza dal passaggio che comunicava con la
stanza interna. Lo sceicco, nella terribile eccitazione
del momento, aveva dimenticato ogni
precauzione e stava per essere colto alla sprovvista.
Gli occhi di Diana si riempirono di disperazione;
scomparve la paura di lui e subentr
la paura per lui. Tent di avvertirlo ma non riusc
ad articolare parola e allora si trascin vicino
a lui e lo tocc.
Lo sceicco abbandon il cadavere del capo e
alz la testa proprio nel momento in cui gli uomini
di Ibraheim Omair si precipitavano avanti.
Senza far parola, spinse Diana dietro al divano
e si volt per far fronte agli assalitori. Davanti
alla rivoltella essi arretrarono un istante; ma
i robusti nubiani cacciarono avanti gli arabi.
Egli fece fuoco tre volte, uno dei negri e due
arabi caddero; ma gli altri lo serrarono da vicino
fino a circondarlo. Per alcuni minuti la
sua forza eccezionale riusc ad aver ragione di
tutti quegli uomini. Diana si era levata in piedi;
barcollava stordita e non aveva la forza di aiutarlo;
era terrorizzata.
In quel momento ud la voce di Saint-Hubert
che dominava il tumulto e con un grido acutissimo
che sembr lacerarle la gola indolenzita,
lo chiam a s. Anche lo sceicco aveva udito, e
con uno sforzo disperato era riuscito per un
istante a farsi largo, quando uno dei negri che
stava dietro a lui, proprio nel momento in cui
Saint-Hubert e una folla di uomini dello sceicco
si precipitavano nella tenda, gli assest un violento
colpo di mazza sulla testa. Mentre cadeva,
un altro gli piant un coltello nella schiena.
Per alcuni minuti continu la lotta intorno al
corpo di Ahmed Ben Hassan che Diana, debole
e barcollante, cerc inutilmente di raggiungere
tra gli urti e le spinte dei combattenti, finch
un braccio robusto l'afferr e la costrinse ad allontanarsi.
Tent di lottare contro quel braccio
che la serrava, ma poi riconobbe che colui che
la tratteneva era uno dei seguaci di Ahmed Ben
Hassan e cess di opporre resistenza; si sentiva
venir meno. Vide come in mezzo a una
nebbia Saint-Hubert che si apriva la strada per
giungere presso al suo amico, e svenne.
Quando riapr gli occhi, Saint-Hubert stava
ancora inginocchiato vicino allo sceicco, e la
tenda era piena di uomini, che attendevano in
uno stoico silenzio. L'accampamento di Ibraheim
Omair era stato distrutto, ma gli uomini di
Ahmed Ben Hassan non avevano occhi che per
il corpo inerte del loro duce.
Saint-Hubert le dette una rapida occhiata
quando gli si avvicin.
- Come state? Non avete nulla? - le domand
ansiosamente.
Ma Diana non rispose. Che cosa importava che
fosse sana e salva?
- Morir? - disse con voce fioca, perch la
gola le faceva male quando parlava.
- Non lo so. Ma dobbiamo andarcene di qui.
Mi occorrono medicamenti che non ho con me,
e poi siamo troppo pochi, e corriamo il rischio
di un attacco degli uomini di Ibraheim Omair
che possono trovarsi nelle vicinanze. -
Diana guard preoccupata il ferito.
- Ma come si potr trasportarlo a cavallo?
Le scosse... - disse poi ansante.
-  un rischio che bisogna correre, - rispose
seccamente Saint-Hubert.
Del lungo, terribile percorso per tornare al
campo di Ahmed Ben Hassan, Diana non ricord
mai gran cosa. Fu una tortura continua;
ogni momento ella si aspettava di udire dal robusto
arabo che portava lo sceicco, o da Saint-Hubert
che cavalcava al suo fianco, una parola,
un'esclamazione indicante che tutto era finito,
che egli era morto; poi la speranza rinasceva a
mano a mano che il tempo passava e non udiva
il temuto annunzio.
Una volta credette addirittura di morire, perch
l'arabo che sosteneva lo sceicco si era improvvisamente
fermato; ma si trattava di una
sosta necessaria per dare un po' di riposo a quel
robusto giovanotto, che per sorreggere il corpo
inerte del suo signore stava compiendo uno
sforzo davvero straordinario e non voleva assolutamente
cedere a nessun altro il suo onorifico
privilegio. Di tanto in tanto semisvenuta,
Diana si abbandonava sulla sella, sorretta in
tempo da un arabo premuroso che cavalcava al
suo fianco; e quando lo udiva invocare Allah,
rivolgeva anch'ella una muta preghiera a quel
Dio che entrambi onoravano in una maniera cos
differente. Ahmed Ben Hassan non doveva morire!
Dio non poteva essere cos crudele!
Di tanto in tanto, Saint-Hubert le diceva qualche
parola, e il coraggio tranquillo che risonava
nella sua voce le dava la forza di vincere la
propria tensione nervosa. Quando passarono per
il luogo dove era avvenuta l'imboscata, il visconte
le disse ci che era avvenuto di Gastone.
Nello stesso luogo incontrarono un primo drappello
di uomini dello sceicco, che, tempestivamente
avvertiti da Saint-Hubert, erano venuti
ad aspettarli.
Quando arrivarono all'accampamento, stava
spuntando l'aurora. Diana vide dei gruppi di
uomini, insolitamente silenziosi, riuniti intorno
alla tenda; ma tutta la sua attenzione era concentrata
su quel corpo inerte che fu calato lentamente
e con ogni precauzione dal cavallo che
lo aveva trasportato. Lo portarono nella tenda
e lo coricarono sul divano, presso al quale Enrico
aveva gi preparato tutti i medicamenti che
potevano occorrere al suo padrone.
Mentre Saint-Hubert riusciva con difficolt a
far sgombrare la tenda dove erano entrati molti
uomini di Ahmed Ben Hassan, Diana stava in
piedi presso al divano e guardava il ferito. Era
tutto intriso di sangue che aveva inzuppato la
fasciatura provvisoria; sul suo corpo erano numerosi
segni del terribile combattimento che
aveva sostenuto prima di cadere. Una mano
macchiata di sangue pendeva abbandonata toccando
quasi il tappeto. Diana la prese tra le
sue, singhiozzando al contatto di quelle dita
inerti, e mentre la posava delicatamente sul divano,
dovette stringersi le labbra tra i denti perch
non tremassero. Saint-Hubert le si avvicin
tirandosi su le maniche della camicia e preparandosi
a eseguire la medicazione del ferito.
- Diana, - le disse gentilmente - avete
fatto anche troppo. Andate a prendere un po' di
riposo, mentre io far ci che posso per Ahmed.
Appena avr finito verr a dirvelo.
-  inutile dirmi di andarmene, perch non
voglio allontanarmi, - gli rispose alzando energicamente
la testa. - Debbo aiutarvi. Posso
aiutarvi. Se non mi lasciate fare qualche cosa
divento pazza. Vedete? Le mie mani non tremano
affatto! -
E in cos dire tese le braccia verso Saint-Hubert,
che cedette senza opporsi.
Quella debolezza che il giorno innanzi l'aveva
costretta ad abbandonarsi tremante tra le sue
braccia era stata prodotta dal timore che l'uomo
che amava corresse qualche pericolo; ma ora,
nel momento del bisogno, si sentiva animata- di
tutto il suo consueto coraggio.
Saint-Hubert non fece altre rimostranze e si
mise tranquillamente al lavoro. Durante gli
atroci momenti che seguirono, Diana non ebbe
un attimo di debolezza; era pallida come una
morta, aveva gli occhi cerchiati di nero, ma la
sua mano non tremava e la sua voce, piana e
bassa, non manifestava alcun segno di agitazione.
Soffriva terribilmente; l'orribile ferita
prodotta dal coltello del nubiano era come una
ferita inferta nel suo cuore.
Quando le dita abili di Saint-Hubert toccarono
delicatamente la testa contusa dello sceicco,
il dolore la fece arretrare, tutta contratta in
uno spasimo, come se fosse stata ferita ella
stessa. E quando Raoul ebbe finito e si allontan
per lavarsi le mani, cadde ginocchioni accanto
allo sceicco. Sarebbe vissuto? Il coraggio
che l'aveva sostenuta fino allora non le bast
per domandare di nuovo a Saint-Hubert la sua
opinione; aveva veduto che egli aveva risposto
a una domanda rivoltagli da Enrico stringendosi
nelle spalle, ed era rimasta senza fiato. Si
limit a guardarlo con un'espressione di profonda
disperazione negli occhi.
Soltanto poche ore prima, Ahmed Ben Hassan
era venuto da lei nella pienezza della forza e
della potenza; e adesso giaceva immobile, cos
terribilmente e suggestivamente immobile! Le
labbra cominciarono a tremarle di nuovo, ma
dai suoi occhi pieni di dolore non cadde neppure
una lacrima. Non poteva piangere; la gola le faceva
male ed era scossa da continui singulti. Si
curv su lui e improvvisamente sent il bisogno
irresistibile di toccarlo, di convincersi che non
era morto.
Dette un'occhiata a Saint-Hubert, ma questi
era andato sotto la tettoia e stava parlando con
Yusef. Si curv ancora di pi sul corpo inerte
dello sceicco; egli teneva le labbra socchiuse e la
bocca non aveva la consueta espressione di durezza.
- Ahmed caro! - mormor con voce incerta,
e pos le labbra tremanti su quelle di lui immobili
e irrigidite.
Poi, per un momento, appoggi la sua testa
dai capelli d'oro accanto a quella dello sceicco
avvolta nelle bende; ma quando il visconte torn
presso di lei, la trov inginocchiata, con una
mano dello sceicco tra le sue, e la faccia nascosta
tra i cuscini.
Saint-Hubert le pose una mano sulla spalla.
- Vi state torturando senza necessit, Diana.
Per qualche tempo non potremo sapere come andranno
le cose. Cercate di dormire per qualche
ora. Non potete rimanere ancora qui. Ci rimarremo
Enrico ed io. Vi chiamer, se ci sar qualche
cosa di nuovo; ve ne do la mia parola
d'onore. -
Essa scosse la testa senza neppure alzare gli
occhi.
- Non posso andarmene. Non sarei capace di
dormire. -
Saint-Hubert non insistette.
- Benissimo, - le disse con calma - ma se
volete rimanere, toglietevi almeno gli stivaloni
e mettetevi addosso qualche cosa di pi comodo
del vostro vestito da amazzone. -
Diana comprese che aveva ragione, e obbed
senza far parola. Dovette ammettere di sentirsi
un po'meglio dopo essersi bagnata la gola e la
testa, e aver sostituito con una veste da camera
di seta il vestito lacero e macchiato.
Enrico stava versando il caff quando rientr
nella stanza, e Saint-Hubert si volt verso di
lei e le porse una tazza.
- Fatemi la gentilezza di bere questo caff.
Vi far bene, - le disse con un lieve sorriso,
mentre la osservava ansiosamente.
Ella prese la tazza senza badarci, trangugi
in fretta il caff e torn presso il divano
inginocchiandosi nello stesso posto di prima. Lo
sceicco era sempre immobile, nella stessa posizione
in cui lo aveva lasciato. Per alcuni momenti
essa continu a guardarlo, poi, presa dal
sonno, chiuse gli occhi e abbandon la testa sui
cuscini. Saint-Hubert, con un malinconico sorriso
di soddisfazione, la prese tra le braccia e
la port nella stanza da letto.
Prima di deporla sul letto, esit un istante;
un attimo di amara soddisfazione di fronte alla
rinunzia di tutta la vita! Non avrebbe mai pi
avuto la felicit, che era insieme tortura, di
stringerla tra le braccia, non l'avrebbe mai pi
serrata contro il cuore che ardeva per lei, abitato
da quell'insana passione che il giorno innanzi
lo aveva travolto. Guard con ardente desiderio
il pallido viso appoggiato sul suo braccio,
e i suoi lineamenti si contrassero alla vista
dei segni crudelmente impressi sulla candida
gola delicata. L'amore per il quale aveva sospirato
durante tutta la vita, l'amore che aveva
cercato inutilmente in tante parti del mondo,
era alla fine venuto, ma era venuto troppo
tardi. Quella graziosa figurina inerte, abbandonata
tra le sue braccia, non era per lui. Era
Ahmed che amava, Ahmed che aveva reso consapevole,
per quanto tardivamente, del dono
prezioso che gli aveva fatto, Ahmed che doveva
essere strappato alla morte aleggiante su di lui
per evitare che la luce dei suoi occhi si cambiasse
nel buio profondo della disperazione!
Eppure, mentre la guardava tutto preso da
uno sconforto smisurato, cedette per un momento
alla tentazione. Nessuno meglio di lui conosceva
il suo amico. Quale probabilit di felicit
poteva avere una donna con un uomo come
Ahmed Ben Hassan, completamente alla merc
di quel carattere fiero e di un umore violento e
mutevole? Come si poteva supporre che l'amore,
sorto in lui al pensiero di aver perduto Diana,
avrebbe continuato a infiammarlo quando fosse
novamente sicuro di averla in suo possesso?
Per lui, durante tutta la sua vita, le cose che
aveva posseduto avevano sempre perduto ogni
valore. Il possesso gli faceva perdere ogni interessamento.
Il piacere che provava nel procacciarsi
una cosa svaniva quando ne diveniva proprietario.
Quell' infelice fanciulla, che aveva versato
un tesoro di amore ai piedi dell'uomo che
l'aveva trattata con tanta brutalit, avrebbe potuto
resistere a vivere con lui? La cosa era poco,
per non dir punto probabile. Ahmed, quando
fosse tornato nel vigore delle sue forze, sarebbe
stato, come sempre, implacabile, crudele.
Il desiderio disperato che torturava Saint-Hubert
e il suo carattere appassionato di francese
suscitavano nella sua mente gli stessi pensieri
del giorno innanzi. Il desiderio acuiva in lui la
passione e la brama di salvarla dall'infelicit.
Ma poi cominci a tremare e si sent invadere
da una paura atroce. Ahmed era suo amico. Doveva
almeno essere onesto e sincero con se
stesso, doveva riconoscere la verit. Si stava
struggendo per una cosa che non era sua, e mascherava
il proprio desiderio con un'ipocrisia
che, ora, gli appariva meritevole del pi profondo
disprezzo. Stringere ancora quel corpo tra
le braccia gli sembr una profanazione; e allora
lo depose dolcemente sul letto, lo copr con una
leggera coperta e se ne torn lentamente nell'altra
stanza.
Mand via Enrico e si sedette presso il divano;
si sentiva moralmente stanco. C'era nella
tenda una quiete assoluta; tutto taceva; un
senso di profonda oppressione agiva sui nervi
gi affaticati di Saint-Hubert. Ma egli aveva
bisogno di tutta la sua calma e reag risolutamente
contro la propria debolezza.
Ahmed Ben Hassan era sempre immobile; ma,
quando si fece giorno e i primi raggi del sole
riempirono di luce la tenda, cominci a fare
stentatamente qualche piccolo movimento e a
balbettare delle parole confuse in arabo e in
francese.
Da principio le parole, rapide, indistinte,
erano quasi inintelligibili; poi, a poco a poco,
la voce si fece pi lenta; intere frasi, per quanto
sconnesse ed esitanti, si succedettero distintamente.
Le prime parole furono pronunziate in arabo,
in seguito la sua voce lenta e dolce continu in
francese, un francese perfetto come quello del
visconte.
- Due ore a sud dell'oasi delle tre palme
rotte presso il pozzo... State buona, scioccherella,
 inutile lottare. Non potete fuggirvene,
io non vi lascer andare... Perch vi ho portata
qui? Mi domandate perch? Mon Dieu! Non
siete donna abbastanza per capirlo? No! Non vi
risparmier! Datemi ci che desidero volenterosamente,
e io sar buono con voi, ma se resistete...
per Allah!, me la pagherete! Lo so
che mi odiate, me lo avete gi detto. Far in
modo che mi amiate... Ancora disobbediente?
Quando lo capirete che qui comando io? Non
sono ancora stanco di voi, piccola selvaggia graziosa,
garon manqu... Tu dici che  spaventata;
io dico che  contenta di darmi tutto ci
che le chiedo. Per quattro mesi ha lottato contro
di me. Perch non provo nessuna soddisfazione
per averla finalmente domata? Perch la
voglio ancora?  inglese, e io ho sfogato su di
lei l'odio che porto a quella razza maledetta.
L'ho torturata per rispettare il mio voto e ancora
la desidero... Diana, Diana, come sei
bella! Ma che diavolo c' che mi fa odiare
Raoul da una ventina di giorni? La sera scorsa
essa gli ha appena parlato, e quando egli se
n' andato ho inveito contro di lei finch non
ho visto i suoi occhi riempirsi di terrore. Ha
paura di me. Perch mai dovrebbe importarmi
che lo ami o no? Avrei voluto uccidere Raoul
quando non volle venire con me... ma per questo
sarei dovuto tornar di nuovo da lei... Allah!
Com' stata lunga la giornata!  stata
lunga anche per lei?... Sorrider o tremer
quando arriver? Dov' Diana? Diana, Diana,
come potevo sapere tutto ci che tu significavi
per me? Diana, Diana, sole mio... La tenda,
senza di te,  fredda e buia... Ibraheim Omair!
Quel demonio e Diana! Oh, Allah! Fammi arrivare
in tempo da lei... come ululano gli sciacalli!
Guarda, Raoul, ecco le tende... Diana,
dove sei? Grand Dieu! L'ha torturata! Lo sapevi
che sarei venuto, ma bien aime; aspetta
solo un momento che lo ammazzi, e poi ti prender
tra le mie braccia. Dieu! Se tu sapessi
quanto ti ho amata... Diana, Diana,  tutto
nero... Non posso vederti... Diana, Diana... -
E mentre passavano le ore piene di profondo
sconforto, la sua voce stanca ripeteva continuamente:
Diana, Diana.....


Capitolo 9.

Era sera quando Diana apr gli occhi assonnati;
sentiva in bocca il gusto amaro del sonnifero
che Saint-Hubert le aveva fatto prendere
col caff. Tutta la sua roba era gi preparata
presso di lei con la consueta caratteristica abilit
di Zilah; ma la fanciulla araba non era
nella stanza. La lampada era accesa e Diana,
non del tutto sveglia, volt languidamente la testa
per guardare l'orologio che era sullo sgabello
vicino a lei. Erano passate pi di dodici
ore dal momento in cui, dopo aver bevuto il caff
datole da Raoul, si era inginocchiata vicino allo
sceicco.
Il piccolo orologio son le sette e Diana completamente
sveglia, assalita dai ricordi, balz in
piedi. Aveva subito indovinato che il visconte
le aveva somministrato un sonnifero e cerc di
essergliene grata; ma pensando a ci che poteva
essere successo durante il tempo in cui era rimasta
sdraiata e immobile come un pezzo di legno,
si sent invadere dallo spavento. Si vest
in fretta e pass nell'altra stanza.
Era piena di arabi, molti dei quali le erano
sconosciuti perch facevano parte dei rinforzi
che Ahmed Ben Hassan aveva mandato a chiedere.
Due di loro, che dall'aspetto sembravano
essere di classe superiore agli altri, due capi,
parlavano a bassa voce con Saint-Hubert che
appariva stanchissimo. Gli altri erano riuniti in
silenzio presso il divano, e guardavano lo sceicco
che ancora non aveva ripreso conoscenza. L'agitazione
e il delirio del mattino erano passati per
dar luogo a uno stato d'insensibilit simile alla
morte. Yusef, che si era avvicinato allo sceicco
pi di tutti gli altri, lo fissava in viso con occhi
che parevano quelli di un cane frustato; la sua
aria di bravaccio pieno di s era scomparsa, cambiandosi
in un atteggiamento di profondo sconforto.
La tenda a poco a poco si vuot; rimase solo
Yusef, e poi anch'egli a malincuore si decise ad
andarsene, fermandosi a parlare sull'ingresso
con Saint-Hubert che proprio in quel momento
aveva congedato i due capi.
Il visconte torn nell' interno della tenda,
port una sedia a Diana e la obblig a sedersi
con brusca autorevolezza.
- Sedetevi; - le disse in tono burbero
- sembrate uno spettro. -
Diana lo guard con aria di rimprovero.
- Avevate messo un narcotico nel caff,
Raoul. Se fosse morto oggi mentre dormivo,
credo che non vi avrei mai perdonato.
- Mia cara bambina, - rispose gravemente
Saint-Hubert - non sapete che stavate proprio
per avere un collasso. Se non vi avessi fatta dormire,
mi sarei trovato sulle braccia tre persone
da curare invece di due.
- Sono davvero ingrata, - mormor Diana
con un timido sorriso.
Saint-Hubert prese una sedia e vi si lasci
cadere pesantemente. Si sentiva proprio stanco;
per ventiquattr'ore aveva sostenuto uno sforzo
tremendo. Aveva paura di non essere in grado
di salvare il suo amico, anzi questo dubbio stava
trasformandosi nella vera e propria convinzione
di essere impari a quel compito che l'aveva
messo in uno stato di profonda ansiet. Ma oltre
questo fatto, oltre la stanchezza fisica, un'altra
ragione aveva contribuito potentemente a logorarne
la forza; tutto il giorno aveva lottato
aspramente con se stesso per strapparsi dal
cuore la gelosia e l'invidia che l'avevano invaso,
per seppellirvi il suo amore come un tesoro
segreto che doveva rimanere nascosto per
sempre.
La sua devozione per Ahmed Ben Hassan aveva
superato la prova pi dura che poteva esserle
imposta, anzi ne era venuta fuori rafforzata e
purificata, mondata da ogni traccia di egoismo.
Era stata la lotta pi aspra di tutta la sua vita,
ma ormai era terminata; non gli aveva lasciato
che una brama appassionata, pi forte di ogni
altra: render felice Diana.
Gli rimaneva anche un lievissimo motivo di
conforto: non sarebbe stato addirittura inutile;
il suo aiuto; la sua simpatia sarebbero stati necessari
a Diana, e anche per questo egli si sentiva
pieno di riconoscenza verso di lei.
La guard e fu colpito dolorosamente dal cambiamento
che era avvenuto nella sua fisonomia
nelle ultime poche ore. L'aspetto fanciullesco,
vivace e vigoroso, che era stato caratteristico
in lei, era scomparso. Quel corpo esile, abbandonato
sulla sedia in un atteggiamento d'insolita
rilassatezza, quel viso pallido che portava
nuove tracce di sofferenze, quei grandi occhi ardenti
pieni di muto sconforto, non avevano pi
nulla di fanciullesco; era ormai una donna. Eppure
Saint-Hubert avrebbe desiderato che quel
cambiamento, per quanto doloroso, fosse ancora
pi sensibile. Lo sforzo che faceva per contenersi
non era naturale; non domandava nulla e
non piangeva. Egli avrebbe sopportato pi facilmente
le sue lacrime e le sue domande, che
non la muta disperazione dipinta sul suo viso.
Temeva le conseguenze dell'emozione che stava
reprimendo con tanta energia.
Rimasero lungamente in silenzio.
Enrico entr una volta nella stanza, e Diana
gli domand notizie di Gastone; poi ricadde nel
suo mutismo senza mai distogliere lo sguardo
dallo sceicco. Le sfugg un sospiro, un lungo
doloroso sospiro, e Saint-Hubert sent spezzarsi
il cuore. Si alz, e avvicinatosi allo sceicco gli
tast il polso; poi dolcemente lasci ricadere la
mano inerte. Anche Diana si avvicin al ferito
e pose la sua mano su quella di Ahmed, che il
visconte aveva allora abbandonata.
- Ha una mano assai grande per un arabo, -
disse, come se esprimesse, ad alta voce, senza
accorgersene, i propri pensieri.
- Non  arabo, - rispose con improvvisa violenza
Saint-Hubert. -  inglese. -
Diana lo guard con una espressione di profonda
meraviglia negli occhi attoniti.
- Non capisco; - balbett - odia gli Inglesi.
- Quand-mme  figlio di uno dei vostri Pari.
Sua madre era una signora spagnola; parecchie
famiglie dell'antica nobilt spagnola hanno del
sangue moresco nelle vene e talvolta le caratteristiche
della razza vengono fuori improvvisamente
anche a distanza di secoli. Questo  appunto
il caso di Ahmed, e la vita nel deserto ha
accentuato le sue caratteristiche. Non vi ha mai
detto nulla di s e della sua vita? -
Diana scosse la testa.
- Qualche volta rimanevo stupita... - disse,
assorta nelle sue riflessioni. - Sembrava cos
differente dagli altri, e ci sono state tante cose
che non sono riuscita a comprendere. Per a
volte sembrava proprio un vero arabo, - aggiunse
con voce pi bassa mentre era scossa da
un brivido involontario.
- Dovete sapere la verit! - esclam Saint-
Hubert. - S. Ne avete il diritto, - continu
risolutamente, mentre ella cercava d'interromperlo.
- Cos potrete comprendere tante cose.
Mi assumo io la responsabilit. Suo padre  il
conte di Glencaryll.
- Ma io lo conosco! - disse Diana stupita.
- Era un amico di mio padre. L'ho visto pochi
mesi fa, quando Aubrey ed io siamo passati
da Parigi.  un bel vecchio dall'aspetto fiero e
triste. Ora comprendo perch il terribile cipiglio
di Ahmed mi faceva l'impressione di qualche
cosa che conoscevo gi. Lord Glencaryll
aggrotta la fronte proprio nello stesso modo.  il
famoso cipiglio dei Caryll. Per non riesco ancora
a comprendere... -
E i suoi occhi andavano dal ferito a Saint-Hubert,
con una espressione di turbamento sempre
pi viva.
-  meglio che vi racconti tutta la storia, -
soggiunse Saint-Hubert lasciandosi cadere
sulla sedia. - Trentasei anni fa, mio padre, che
era un viaggiatore appassionato quanto me, si
trovava qui nel deserto col suo amico lo sceicco
Ahmed Ben Hassan. Una relazione nata per caso
in occasione dell'acquisto di alcuni cavalli si era
convertita in intima amicizia, insolita tra un
francese e un arabo.
Lo sceicco era un uomo meraviglioso, una
mente superiore con tendenze europee assai sviluppate.
In realt egli non vedeva di buon occhio
il tipo di governo che i Francesi avevano
adottato in Algeria, ma non si risentiva al punto
da essere indotto ad assumere un atteggiamento
nettamente contrario alla Francia. Il territorio
che egli considerava come sua propriet era
troppo lontano e troppo a sud, la sua trib,
grande e largamente distribuita, troppo ben amministrata
perch fosse possibile ai Francesi immischiarsi
nelle sue faccende. Era celibe; sembrava
che le donne della sua razza non l'attraessero
affatto. Non si occupava che della sua trib
e dei suoi cavalli.
Mio padre si era recato da lui per un soggiorno
di qualche mese, perch mia madre era
morta da poco ed egli voleva star lontano da
tutto ci che poteva ricordargliela. Una sera,
poco dopo il suo arrivo, giunse all'accampamento
un drappello di uomini dello sceicco, che erano
stati per qualche giorno a sbrigare alcune faccende
del loro capo nella parte settentrionale
del territorio; portavano con s una donna che
avevano trovata sperduta nel deserto. Non sapevano
dire n come fosse arrivata l dove l'avevano
trovata, n da quale direzione fosse venuta.
Quel luogo era per assai pi vicino alla
zona effettivamente sottoposta alla giurisdizione
del Governo francese di quanto fosse il campo
di Ahmed Ben Hassan; ma, con quella naturale
tendenza che hanno gli indigeni a evitare le responsabilit,
avevano pensato che toccasse allo
sceicco piuttosto che a loro, prendere una qualsiasi
decisione circa quella donna. Ella non era
in grado di dare informazioni sul conto proprio
perch, sia che fosse colpita da un principio
di insolazione, sia per altre cause, era come
fuori di senno. Gli arabi sono di solito pieni di
riguardi per i pazzi.  Allah li ha toccati!  sogliono
dire, e usano loro ogni sorta di gentilezze.
La donna fu condotta alla tenda di uno dei
capi e affidata alle cure della moglie di questo.
Rimase qualche giorno tra la vita e la morte, e
la sua condizione era resa pi grave dal fatto
che stava per divenir madre. Tuttavia, dopo
qualche tempo riacquist la ragione, ma non fu
possibile indurla a dire chi fosse e da dove venisse;
le domande le producevano delle terribili
crisi isteriche molto pericolose date le sue
condizioni di salute. Quando la lasciavano assolutamente
sola, sembrava calmissima, ma anche
allora trasaliva a ogni pi piccolo rumore
e la moglie del capo riferiva spesso che passava
delle ore a piangere sdraiata sul letto. Era giovanissima;
a giudicare dall'aspetto doveva avere
diciannove o venti anni. Dal suo accento mio
padre stim che dovesse essere spagnola, ma ella
non volle mai dir nulla, nemmeno di che nazionalit
fosse. A suo tempo le nacque un bambino. -
Saint-Hubert si ferm un momento e Indic
lo sceicco con un cenno del capo.
- Anche dopo la nascita del bambino, rifiut
di dare informazioni sul conto suo. In ci mostr
sempre una fermezza irremovibile; per tutto
il resto era la creatura pi delicata e pi gentile
che si possa immaginare. Era piccola ed esile,
con una quantit di capelli neri e un paio d'occhi
scuri, grandi e belli, che guardavano come
quelli di un daino spaventato. Ho sentito mio
padre descriverla molte volte e ho anche veduto
un suo ritratto, uno schizzo all'acquerello che
egli, dilettandosi di pittura, le aveva fatto. Ahmed
lo conserva chiuso in qualche posto. Quando
nacque il bambino, stette quasi per morire e non
riusc mai pi a rimettersi in forze. Non si lagnava
mai e non parlava mai di s; quando era
insieme al bimbo sembrava perfettamente felice.
Sotto molti aspetti era anche lei come una bambina.
Non parve mai riflettere alla stranezza della
sua condizione di ospite, per tanto tempo, nell'accampamento
dello sceicco. Aveva una tenda
e dei domestici assegnati personalmente a lei,
e la moglie del capo le era assai devota. Ed
ugualmente devoti e affezionati le erano tutti
gli altri arabi. C'era stato, nel suo arrivo al
campo, qualche cosa di misterioso che aveva
fatto impressione sulle menti superstiziose degli
arabi, sicch anche il bambino era considerato
come un essere sovrumano e adorato da
tutta la trib. Lo stesso sceicco, che in vita sua
non aveva mai guardato due volte una donna,
le si affezion con tutto il cuore.
Mio padre dice che non ha mai visto un uomo
innamorato pi pazzamente di Ahmed Ben Hassan.
Adorava addirittura quella bianca giovane
straniera che era entrata nella sua vita in un
modo cos strano. La scongiur pi volte di divenire
sua moglie, e perfino mio padre, nonostante
il suo orrore per i matrimoni misti, era
costretto ad ammettere che qualunque donna
avrebbe potuto essere felice con Ahmed Ben Hassan.
Non volle acconsentire, sebbene non volesse
giustificare in alcun modo il suo rifiuto, e il mistero
che la circondava continu a rimanere impenetrabile
durante i due anni che rimase in vita
dopo la nascita del bambino.
Ma il suo rifiuto non fece affatto cambiare
il contegno dello sceicco verso di lei. La sua devozione
era veramente ammirevole. Quando mor,
mio padre si trovava di nuovo presso lo sceicco.
Ella sapeva di morire e pochi giorni prima della
fine raccont loro la sua storia dolorosa. Era
l'unica erede di una delle pi antiche famiglie
nobili della Spagna, tanto povera quanto nobile,
e quando aveva diciassette anni aveva sposato
lord Glencaryll, che l'aveva veduta a Nizza
dove si era recata con i suoi genitori. L'avevano
maritata senza alcun riguardo ai suoi desideri,
e sebbene a poco a poco si fosse affezionata a
suo marito, pure ne aveva sempre paura.
Egli aveva un carattere terribile; andava facilmente
in collera e, in quel tempo, aveva anche
l'abitudine di bere smoderatamente; sicch,
quando si trovava sotto l'effetto dell'alcool, si
comportava come un demonio piuttosto che come
un uomo. Lei era giovanissima e timida, e spesso
i nervi le impedivano di fare ci che, in quei
casi, sarebbe stato opportuno.
Lord Glencaryll era molto esigente e non
perdonava nulla alla giovent e all' inesperienza
della moglie, che faceva una vita d'inferno. Ma
ci nonostante ella lo amava. Perfino allora, narrando
della sua vita di continue torture, la poveretta
insisteva nell'asserire che la colpa era
stata sua, che ogni guaio era avvenuto a causa
della propria stupidaggine, e sorvolava sulla
brutalit del marito cercando di giustificarla;
difatti, non da lei ma da informazioni assunte
dopo la sua morte, mio padre pot sapere quanto
avesse sofferto.
Pare che lord Glencaryll l'avesse condotta
con s ad Algeri, dove aveva manifestato l'intenzione
di fare un viaggio nel deserto. Spaventata
perch egli era sovreccitato dall'alcool, non
aveva avuto il coraggio di contrariare i suoi
progetti rifiutandosi di accompagnarlo o anche
dicendogli che il suo bambino stava per nascere.
Cos lo accompagn; e una sera avvenne qualche
cosa, qualche cosa di terribile certamente,
che per non ha mai voluto rivelare, perch mio
padre dice che non ha mai visto un'espressione
di terrore pari a quella che c'era sul suo viso
quando raccontava in fretta questa parte della
sua storia. Ad ogni modo sta il fatto che attese
che tutti fossero addormentati nell'accampamento,
e poi se ne fugg nel deserto, pazza dalla
paura, senz'altro pensiero che quello di fuggire,
pronta ad affrontare qualsiasi pericolo piuttosto
che rimanere presso il marito e continuare la
vita infelice che aveva vissuto fino allora.
Ricordava di essersi allontanata quanto pi
in fretta aveva potuto, tremando a ogni rumore
che udiva e a ogni ombra che vedeva, spaventata
perfino delle stelle che splendevano in cielo
e che sembravano osservarla per additare agli
inseguitori la via che aveva preso. Finalmente
la sua mente si era intorpidita e non ricordava
altro che di essersi svegliata nella tenda del
capo. Aveva avuto paura di dire chi era, per
timore di essere rimandata da suo marito.
E quando era nato il bambino, la sua decisione
di conservare il segreto si era rafforzata ancora
di pi. Bisognava evitare al fanciullo le sofferenze
che aveva dovuto sopportare ella stessa,
e impedire che egli cadesse nelle mani del padre
per essere esposto ai suoi accessi di alcoolismo
che lo rendevano crudele come un demonio.
Fece giurare a mio padre e allo sceicco che
non avrebbero rivelato a lord Glencaryll l'esistenza
del figlio finch questi non fosse divenuto
uomo. Scrisse una lettera per suo marito, che
affid a mio padre insieme all'anello matrimoniale,
nell'interno del quale c'era un'iscrizione,
e a una miniatura di lord Glencaryll che aveva
sempre portata addosso senza mai farla vedere.
Chiese perdono allo sceicco di essergli stata
causa di un cos grave dolore e di avergli tenuto
nascosto che non era libera. Am suo marito
lealmente e onestamente sino alla fine, ma
negli ultimissimi giorni della sua vita parve che
la devozione dello sceicco avesse risvegliato nel
suo cuore un sentimento di tenerezza.
La sua felicit era al colmo quando egli era
presso di lei e mor tra le sue braccia. Gli affid
suo figlio, e Ahmed Ben Hassan lo adott
regolarmente e lo fece suo erede dandogli il suo
nome, il nome ereditario che lo sceicco della
trib porta da parecchie generazioni. La sua parola
era legge per il suo popolo, e nessuno pens
a opporsi ai suoi voleri, tanto pi che il fanciullo
era considerato come un essere favorito
dalla sorte; pertanto la sua designazione alla
successione fu accolta con unanime soddisfazione.
Lo sceicco dedic al figlio lo stesso culto appassionato
che aveva avuto per la madre. Lo
idolatrava addirittura, e il ragazzo cresceva fermamente
convinto che Ahmed Ben Hassan fosse
suo padre. Le sembianze che aveva ereditate
dalla famiglia di sua madre e la vita nel deserto
gli davano l'aspetto, che ha anche adesso, di
un vero arabo. Quando ebbe quindici anni, mio
padre indusse lo sceicco a mandarlo a Parigi a
compiervi la sua educazione. Anche lo sceicco,
date le sue tendenze europee, desiderava vivamente
che il figlio adottivo compisse i suoi studi
in Francia, ma non aveva potuto rassegnarsi a
separarsene prima di allora, e quando il ragazzo
part ne prov un dolore fortissimo.
In quell'occasione io lo vidi per la prima
volta; avevo allora diciotto anni e avevo cominciato
il mio servizio militare, ma poich il mio
reggimento era di guarnigione a Parigi, potevo
passare gran parte della giornata a casa mia.
Era un bel ragazzo, dotato di sentimenti elevati.
Nel deserto si diventa uomini assai presto, e
perci, sotto molti aspetti, era assai pi vecchio
di me, sebbene fossi pi anziano di tre
anni. Ma, naturalmente, in certe cose, era proprio
un fanciullo. Aveva un carattere fierissimo,
insofferente di tutto ci che si opponeva alle sue
inclinazioni naturali, nemiche di ogni convenzione
e di ogni legge. Odiava le restrizioni che
doveva imporsi e la mancanza di libert della
vita cittadina. Era stato abituato ad aver libert
d'azione pressoch in tutto e ad essere costantemente
adulato dagli appartenenti alla sua trib,
e non era affatto preparato a obbedire a nessuno
tranne che allo sceicco.
Ci furono dei giorni veramente difficili, e
non ho mai ammirato tanto mio padre quanto
l'ho ammirato allora per il modo col quale trattava
quel giovane selvaggio. Le sue scappate
erano tali da preoccupare, e i suoi begli occhi
lo mettevano spesso in una serie infinita di guai.
L'unica minaccia che lo teneva a freno era quella
di rimandarlo a casa a subire gli effetti della
collera dello sceicco. Allora prometteva di emendarsi
e passava la giornata al Bosco a stancarsi
sui cavalli di mio padre per consumare la sua
esuberante energia, finch non ricominciava di
nuovo a farne delle sue. Ma nonostante il suo
carattere e le sue diavolerie, era veramente simpatico
e tutti gli volevano bene.
Dopo che ebbe trascorso un anno con noi a
Parigi, mio padre, avendo sempre presente il
fatto che era inglese, lo mand per due anni
presso un precettore in Inghilterra, dove io
stesso avevo passato qualche tempo. Quel precettore
era un uomo straordinario, abituato ad aver
a che fare con ragazzi differenti dagli altri per
carattere e mentalit, e Ahmed alla sua scuola
fece molti progressi. Non voglio dire che lavorasse
molto, perch sapeva evitare abilmente ci
che non gli andava a genio e passava gran parte
del suo tempo a caccia. La sola cosa che studi
seriamente, incoraggiato con molto buon senso
dal suo precettore, fu la chirurgia veterinaria
che sapeva gli sarebbe stata utile per i suoi cavalli.
Alla fine dei due anni torn da noi per passare
un altro anno in casa nostra. Ogni anno,
durante Pestate, si era recato nel deserto a passare
le vacanze, e ogni volta lo sceicco lo aveva
lasciato tornare in Europa pi malvolentieri,
perch temeva sempre che col passare degli anni,
la civilt esercitasse su lui un'attrazione sempre
pi forte. Ma sebbene Ahmed non fosse pi
quel ragazzo selvaggio che era al suo arrivo da
noi e si fosse trasformato in un raffinato uomo
di mondo che parlava il francese e l'inglese bene
come l'arabo, provvisto di ogni mezzo per divertirsi
(perch lo sceicco era ricchissimo e lo
forniva abbondantemente di denaro), e sebbene
durante l'ultimo anno passato con noi fosse
stato corteggiato e festeggiato in modo da far
girar la testa a chiunque altro, pure dentro di
s non faceva che sospirare il momento in cui
avrebbe potuto tornarsene nel deserto.
Era il deserto che esercitava su lui l'attrazione
pi forte, non la civilt. Egli amava
quel genere di vita e adorava l'uomo che riteneva
fosse suo padre. Esser figlio ed erede di
Ahmed Ben Hassan gli sembrava la condizione
pi elevata cui ambizione umana potesse aspirare.
Era del tutto indifferente alle adulazioni
e alle attenzioni che venivano tributate alla sua
ricchezza e al suo aspetto piacevole. Mio padre
viveva assai signorilmente e riceveva molta
gente, sicch Ahmed era diventato il favorito
della societ. Lo chiamavano le bel arabe e aveva
sempre un successo che l'annoiava a morte.
Alla fine dell'anno, ottenuto dallo sceicco il
permesso di tornare a casa, salut Parigi e riprese
la via del deserto. Io lo accompagnai.
Quella fu la mia prima visita al suo paese e la
prima volta che ebbi l'occasione di vedere Ahmed
en prince. Lo avevo sempre veduto vestito all'europea,
e rimasi molto sorpreso, al mattino del nostro
arrivo a Orano, quando, salendo sul ponte
del piroscafo, mi trovai davanti un arabo puro
sangue che mi aspettava. Aveva cambiato abiti,
non solo, ma anche espressione e portamento, assumendo
un aspetto nuovo che lo modificava cos
profondamente che durai fatica a riconoscerlo.
Sulla banchina c'erano parecchi uomini della
sua trib che stavano attendendolo in preda a
una grande eccitazione. Mi resi conto, dalla deferenza
che i funzionari francesi avevano per
Ahmed, di quanto dovesse essere importante la
condizione dello sceicco e quanto la stima di cui
godeva. Passammo il resto della giornata occupandoci
dei numerosi bagagli che aveva portati
con s e che dovevano essere spediti per mezzo
di una carovana di cammelli espressamente inviata,
e anche di alcune faccende da sbrigare a
Orano per conto dello sceicco.
Alla sera andammo in una villa nei dintorni
della citt che apparteneva a un vecchio arabo,
che ci fece un'accoglienza splendida e si congratul
di cuore e ripetutamente con Ahmed vedendolo
scampato dalle grinfie di quegli odiosissimi
francesi! E non si sent affatto confuso
quando Ahmed gli fece rilevare che uno di quegli
odiosi francesi si trovava appunto davanti
a lui! Anzi si accomiat da me con un gesto
col quale voleva farmi comprendere che la mia
nazionalit era per me una disgrazia e non una
colpa! Poi insistette con Ahmed perch comprasse
subito una o due mogli e mettesse su famiglia
per il bene della sua trib.
Tutto questo mentre continuava a sorbire dei
caff al suono di una musica indigena eccezionalmente
monotona, e a osservare alcune danzatrici
arabe. Il vecchio tent specialmente di indurre
Ahmed a comprare una di quelle ballerine,
una ragazza di forme splendide, e fece mostra
di volerla contrattare non tanto perch la
ragazza lo interessasse realmente quanto per vedere
l'effetto che la cosa produceva su di me.
Ma io non mi lasciai prendere al giuoco, e siccome
la testa mi girava in quell'atmosfera, me
ne andai a letto lasciandolo l a discutere.
La mattina dopo partimmo di buon'ora e
dopo poche miglia fummo raggiunti da un forte
distaccamento di seguaci dello sceicco. Le stesse
manifestazioni di gioia del giorno precedente si
rinnovarono, ma ancora pi vivaci e rumorose.
Era la prima volta che assistevo a una scena simile
e mi riesce difficile dire quali fossero i
miei sentimenti in mezzo a quell'orda di uomini
che urlavano e galoppavano selvaggiamente intorno
a noi, sparando continuamente colpi di
fucile in modo che pareva impossibile non dovesse
accadere qualche disgrazia. Ma soprattutto
fui colpito dall'atteggiamento di Ahmed. Ricevette
tutti quegli onori come uno che sa di averne
diritto, e quando ne ebbe abbastanza fece cessare
tutte le manifestazioni con un gesto autorevole
e imperioso che fu immediatamente obbedito;
poi mi chiese scusa per il contegno esuberante
dei suoi ragazzi.
Avevo vicino un Ahmed completamente sconosciuto;
il ragazzo con cui avevo vissuto per
quattro anni si era cambiato in un uomo, rispetto
al quale mi sentivo giovanissimo. In Francia
io, naturalmente, avevo sempre fatto la parte
del fratello maggiore, ma qui Ahmed si sentiva
sul suo terreno e pareva proprio che le parti si
dovessero invertire. L'arrivo all'accampamento
dello sceicco fu quanto di pi sfarzoso e splendido
avrebbe potuto desiderare un impresario
teatrale. Sebbene ne avessi sentito parlare da
mio padre e da Ahmed, non avevo idea dello
sfarzo di cui si circondava lo sceicco. Il lusso
orientale era commisto a molti accessori e ritrovati
europei che rendevano assai pi comoda la
vita all'accampamento.
L'incontro tra lo sceicco e Ahmed fu quanto
mai commovente. Passai con loro un periodo veramente
lieto e li lasciai con vivo rincrescimento.
Il fascino del deserto mi avvinse allora
e non me ne sono mai pi potuto liberare. Ma
dovevo tornare ai miei studi di medicina. Lasciai
Ahmed pi felice di quanto lo avessi mai
visto a Parigi; aveva allora diciannove anni, e
quando ne ebbe ventuno mio padre dovette assumersi
il poco gradevole incarico di esaudire
il desiderio di lady Glencaryll. Scrisse a lord
Glencaryll chiedendogli di venire a Parigi per
trattare di affari concernenti la sua defunta moglie,
e durante un colloquio veramente penoso,
gli raccont tutto quello che era accaduto.
La lettera che la povera donna aveva scritto
al marito, l'anello matrimoniale, il medaglione
e il ritratto all'acquerello erano tali prove, che
lord Glencaryll non pot avere neppure un momento
di dubbio e perse subito ogni velleit di
resistere. Ammise che la moglie aveva avuto perfettamente
ragione di abbandonarlo, e riconobbe
tutto il suo torto. Non nascose affatto l'orribile
vizio di cui era stato schiavo per tanto tempo e
che gli aveva fatto commettere delle azioni delle
quali non si rendeva conto. Egli stesso non sapeva
che cosa fosse accaduto in quella terribile
notte, ma la tragedia della scomparsa della moglie
lo aveva guarito del suo vizio. Aveva fatto
tutto il possibile per ritrovarla e da parecchi
anni aveva perduto ogni speranza. La piangeva
amaramente e ne venerava la memoria.
Era impossibile non aver compassione di lui,
perch aveva espiato la sua colpa in un modo
atroce. L'idea di avere un figlio, un figlio di
lei, gli faceva quasi perdere la testa. Aveva sempre
desiderato ardentemente un erede e, credendo
di non aver figli, aveva sofferto molto al
pensiero che il titolo e l'antico nome, del quale
era assai orgoglioso, sarebbero morti con lui.
Quando seppe dell'esistenza di Ahmed, manifest
una gioia commovente consumandosi nell' impazienza
di vederlo arrivare.
Ahmed era stato tenuto all'oscuro di questo
passo presso il padre, per evitare difficolt nel
caso che lord Glencaryll non avesse voluto riconoscere
per vero il racconto che gli doveva esser
fatto; ma la immediata accettazione, e la
sua impazienza di vedere suo figlio resero inutile
differire ancora il loro incontro. Mio padre
fece venire Ahmed a Parigi. Il vecchio sceicco lo
lasci partire senza fargli sapere ci che doveva
accadere. Aveva sempre paventato il momento
in cui sarebbe stato necessario informare il figliuolo
adottivo della sua nascita e della sua
famiglia, temendo di perderlo, di doverne dividere
l'affetto, soffrendo che qualcuno potesse
vantare su di lui dei diritti maggiori dei suoi.
E cos, dimostrando una volta tanto in vita sua
mancanza di coraggio mand Ahmed a Parigi
senza dargli alcuna spiegazione, affidando a mio
padre il compito d'informarlo.
Non dimenticher mai quel giorno. Era stato
combinato che prima si dovesse informare di
tutto Ahmed, e poi padre e figlio si sarebbero
incontrati. Ahmed arriv al mattino in tempo
per far colazione con noi; poi ci recammo nello
studio di mio padre ed egli gli raccont la storia
con tutta la dolcezza e tutti i riguardi possibili.
Ahmed non disse una parola finch mio padre
continu a parlare; quando ebbe finito, rimase
zitto per un momento con gli occhi fissi
in quelli di mio padre e sul viso un pallore cadaverico;
poi il suo carattere eccezionalmente
violento si manifest in un modo brutale e spaventoso.
Fu una scena terribile! Maledisse suo
padre con una valanga d'improperii da far gelare
il sangue nelle vene, un po' in arabo e un
po' in francese. Maledisse tutti gli inglesi senza
distinzione di sorta. Maledisse mio padre perch
aveva avuto il coraggio di mandarlo in Inghilterra.
Maledisse me perch in qualche modo
ero entrato anch'io in quella faccenda, e ne ero
informato. La sola persona che risparmi fu il
vecchio sceicco, il quale dopo tutto era molto pi
responsabile di noi in quell'affare; non lo nomin
neppure una volta. Rifiut di vedere suo
padre, rifiut anzi di riconoscerlo per padre, se
ne and da casa nostra nel pomeriggio e lasci
Parigi la sera per tornarsene direttamente nel
deserto, accompagnato da Gastone, che gi da
qualche tempo aveva combinato con lui di entrare
al suo servizio appena terminata la ferma
militare in cavalleria.
Lord Glencaryll gli scrisse una lettera indirizzata
al visconte Glencaryll che, naturalmente,
 il titolo che gli spetta come figlio di
un Pari, e la consegn a noi perch gliela spedissimo;
egli la respinse, senza neppure averla
aperta, dopo avere scarabocchiato sulla busta:
Inconnu. Ahmed Ben Hassan. E da quel
giorno il suo odio per gli Inglesi 'divenuto una
mania, e non ha mai pi pronunziato una parola
d'inglese. In seguito, quando viaggiavamo
insieme, la cura che metteva nell'evitare gli Inglesi
ci poneva in situazioni che erano goffe e,
al tempo stesso, imbarazzanti; spesso ho dovuto
adattarmi alla commedia di tradurre in francese
o in arabo quello che gli dicevano i nostri compagni
di viaggio di nazionalit inglese; quando
per si degnava di dar loro ascolto, ci che non
accadeva spesso.
Dal giorno in cui era venuto a conoscenza
della sua storia, passarono due anni prima che
ci desse sue notizie. Poi il vecchio sceicco ci
domand di recarci da lui. Ci andammo con
qualche preoccupazione per l'accoglienza che
avremmo avuta da Ahmed, ma egli ci ricevette
come se non fosse mai avvenuto nulla. Quell'episodio,
per lui, non era mai avvenuto e non vi
fece mai il pi piccolo accenno. L'incidente era
chiuso definitivamente. Lo sceicco ci avvert che
Ahmed gli aveva detto che se vi avessimo fatto
la minima allusione, le nostre relazioni d'amicizia
sarebbero senz'altro cessate.
Ma Ahmed stesso era cambiato in modo incredibile.
Tutte le qualit che lo avevano reso
cos simpatico e accetto alla societ parigina
erano scomparse ed era divenuto l'essere crudele
e spietato che  sempre stato da allora in
poi. Non gli era rimasto che un solo affetto:
quello per il padre adottivo, che venerava addirittura.
In seguito torn a essere con me come
prima, e anche con Gastone  sempre stato
buono; ma salvo queste tre eccezioni, non ha risparmiato
nessuno e nessuna cosa. Dio sa che io
non voglio certo erigermi a giudice delle sue
azioni; quello che vi dico, lo sapete gi. -
Saint-Hubert si interruppe e guard ansiosamente
Diana, la quale n si mosse n volse gli
occhi verso di lui. Continuava a starsene seduta
con una mano posata su quella dello sceicco,
mentre con l'altra si nascondeva il viso. Il visconte
continu:
-  facile giudicare ed  difficile comprendere
le tentazioni altrui. La condizione di Ahmed 
sempre stata curiosissima. Ha sempre avuto
delle tentazioni pi uniche che rare ed  sempre
stato in grado di levarsi tutti i capricci e di
cedere a tutti gli allettamenti. -
Ci fu un'altra interruzione pi lunga, ma
Diana non si mosse n pronunzi una parola.
- Da allora la maledizione di Isumele pesa
su di me e non ho fatto che viaggiare continuamente.
Qualche volta Ahmed veniva con me;
siamo stati insieme in gran parte dei paesi del
mondo per delle partite di caccia grossa. Talvolta
 rimasto qualche tempo da noi a Parigi,
ma mai a lungo; ardeva sempre dal desiderio
di tornarsene nel deserto. Cinque anni fa mor
il vecchio sceicco; era un uomo di una robustezza
eccezionale e avrebbe potuto vivere ancora
molti anni se non gli fosse capitata una
disgrazia che lo immobilizz senza speranza di
guarigione e in seguito alla quale mor pochi
mesi dopo. Durante la malattia, Ahmed gli dimostr
una devozione ammirevole. Non lo lasci
mai, e da quando gli  successo come capo della
trib ha vissuto sempre in mezzo alle sue genti
occupandosi di loro e dei suoi cavalli, mantenendo
vive le tradizioni affidategli dal suo predecessore
e dedicando la propria vita alla sua
trib. I suoi seguaci sono come dei ragazzi, eccitabili,
appassionati, violenti, ostinati, ed egli
non si  mai azzardato a lasciarli soli per troppo
tempo, specialmente sotto la continua minaccia
di un attacco da parte di Ibraheim Omair.
Non gli  mai riuscito di andare a cercar distrazioni
pi lontano di Algeri o di Orano... -
Saint-Hubert si arrest bruscamente, maledicendosi
per aver commesso una indelicatezza.
Era impossibile che Diana non comprendesse
che cosa volessero dire quelle visite alle due piccole
e corrotte citt. Le deduzioni erano ovvie.
Le sue parole irriflessive non potevano che accrescere
il suo sentimento di sconforto. L'animo
di lei, cos sensibile, avrebbe certamente sofferto
per la contaminazione cui alludevano quelle parole.
Se Ahmed fosse morto, il suo dolore sarebbe
stato disperato e non era affatto necessario farle
sapere che l'uomo che amava non aveva sempre
tenuto una condotta degna di lui.
Saint-Hubert respinse la sedia con uno scatto
di impazienza e se ne and sull'ingresso della
tenda che era aperto. Sentiva che Diana desiderava
di esser sola. Ella lo guard allontanarsi;
poi si lasci cadere sulle ginocchia vicino al divano.
Aveva compreso il significato delle ultime parole
di Raoul e ne era stata atrocemente ferita,
ma non era un dolore nuovo quello che provava.
Lo sceicco stesso le aveva detto le stesse cose,
qualche mese prima rudemente, brutalmente,
senza nasconderle nulla, senza attenuare nulla.
Premette la guancia contro la mano di lui stretta
tra le sue. Non gliene faceva rimprovero; non
poteva far altro che amarlo qualunque fosse
stata la vita che aveva vissuto. Amava Ahmed
cos come era; le sue colpe, i suoi vizi erano
parte di lui, cos come il suo corpo magnifico e
il suo carattere cos variabile e cos difficile.
Lo aveva conosciuto sempre cos. Sembrava un
uomo differente da tutti gli altri, superiore alle
limitazioni e alle convenzioni che l'uomo ordinario
deve rispettare. La normalit, la regolarit
non erano adatte a un uomo che viveva nel
deserto, che non rispettava nessuna legge se non
quelle che s'imponeva egli stesso, che disprezzava
ogni critica e disdegnava ogni obbligo sociale.
Il carattere orgoglioso e fiero, l'indole
appassionata che aveva ereditata, la condizione
di signore assoluto alla quale era stato elevato,
l'adulazione dei suoi dipendenti, la vita selvaggia
nel deserto libera da ogni freno, avevano
avuto per risultato quell'altera mancanza di convenzionalismo
che ricusava di piegarsi alle ordinarie
regole della vita. Diana non poteva considerarlo
come inglese. Il solo fatto che egli
fosse figlio di un inglese era puro caso, non
aveva nessuna importanza. Era e sarebbe sempre
stato un arabo del deserto.
Oh, se egli vivesse! Ma s, egli doveva vivere
! Non era possibile che finisse in un modo
simile, che la sua superba vigoria e il suo indomito
coraggio perissero per effetto del colpo vibrato
da un vigliacco che, nonostante la superiorit
del numero, non aveva osato affrontarlo,
e l'aveva assalito alle spalle. Doveva vivere anche
se la sua vita volesse dire la morte di tutte
le speranze di felicit; esse non avevano nessun
valore rispetto all'esistenza di lui. Lo amava abbastanza
per sacrificargli qualunque cosa. Si sarebbe
anche rassegnata a scomparire dalla sua
vita purch egli vivesse. Solo questo importava:
che vivesse; il resto non contava.
Era cos giovane, cos forte, cos fatto per vivere!
E la sua vita era tanto necessaria! Era
necessaria al suo popolo; le sue genti avevano
bisogno di lui. Se potesse morire in vece sua!
Nei giorni in cui il mondo era giovane, gli di
erano benevoli per i mortali, davano ascolto alle
preghiere degli amanti infelici e accettavano la
vita che offrivano in cambio di quella della persona
amata. Se Dio ascoltasse adesso la sua
preghiera! Se volesse accettare la vita che offriva
in cambio di quella di lui! Se... se...!
Sfior lievemente con le dita il petto del ferito
temendo perfino che il suo tocco leggero
potesse farlo soffrire, e rimase lungamente a
guardarlo con una espressione di profondo affetto.
I suoi capelli neri e crespi erano nascosti
dalle bende che sembravano anche pi candide
per il contrasto col suo viso abbronzato. Le palpebre
chiuse e l'ombra delle lunghe ciglia brune,
che quasi sfioravano le guance, nascondeva
l'espressione di fierezza che di solito gli brillava
negli occhi; i tratti del viso, energici e accentuati,
si erano rilassati, sicch in quel momento
egli sembrava straordinariamente giovane.
Quell'aspetto fanciullesco Diana aveva potuto
scorgerlo spesso quando dormiva, e lo aveva
osservato domandandosi quale potesse essere il
carattere di Ahmed fanciullo, prima cio che
diventasse l'uomo spietato sotto il dominio del
quale aveva tanto sofferto.
E adesso che aveva saputo la storia della sua
fanciullezza, le era divenuto pi caro di prima.
Che uomo sarebbe diventato se sua madre, la
piccola spagnola dagli occhi neri, fosse vissuta
e lo avesse educato ai suoi sentimenti di gentilezza?
Povera piccola madre, debole e senza
aiuto! Pure aveva avuto la forza di salvare il
figlio dal pericolo che temeva per lui e aveva
pagato con la vita la sua sicurezza, lieta del
proprio sacrificio.
Diana pens a sua madre che era morta tra
le braccia di un marito che l'adorava, e poi alla
piccola spagnola che era volata al cielo, straniera
in terra straniera, col cuore pieno di desiderio
del marito che non aveva mai cessato di
amare, pur ignorando di esserne amata, e che
morente aveva domandato e ottenuto conforto
dall'uomo che la idolatrava e che aveva respinto.
Prov improvvisamente una viva gelosia per
quelle due morte. Erano state amate. Perch non
dovrebbe essere amata anche lei? In che aveva
mancato perch egli non dovesse amarla? Altri
uomini l'avevano amata; ma colui, per l'amore
del quale si struggeva, non l'amava. E il suo
amore era la sola cosa al mondo per la quale
ardesse di desiderio. Sentirsi stretta amorosamente
ancora una volta tra le sue braccia, vedere
ancora una volta i suoi occhi accendersi di
passione, brillare pieni di vita; questo era il
suo voto ardente. Un lungo, affannoso, singhiozzo
le agit il petto e mormor con desiderio
intenso:
- Ahmed, mon bel arabe! -
Si alz in piedi. Temeva di perder completamente le forze, di lasciarsi
dominare dalla paura
e dall'ansiet che l'angustiavano, e si volse istintivamente
verso chi le offriva aiuto e simpatia.
Si avvicin a Saint-Hubert che stava sotto la
tettoia. Normalmente, di notte, gli uomini della
trib non dovevano avvicinarsi alla tenda dello
sceicco, e perfino la sentinella ne stava a una
certa distanza. Kopec, che si accucciava fuori
e davanti all'ingresso, era guardia pi che sufficiente.
Ma quella sera il piazzale davanti alla
tenda brulicava di uomini, alcuni accoccolati in
circolo, altri riuniti in gruppi, che parlavano
con aria preoccupata. Lontano, attraverso alle
palme, si scorgevano ogni tanto le vedette a cavallo.
Yusef e i capi ai suoi ordini avevano preso
tutte le precauzioni; non v'era alcun pericolo
di un attacco di sorpresa.
- Dovete essere assai stanco, Raoul, - disse
Diana passando il proprio braccio sotto quello
di lui poich sentiva bisogno non solo di un sostegno
morale ma anche di un appoggio fisico.
La decisa pressione della mano di lei lo fece
fremere, ma riusc a dominarsi e prese tra le
sue le dita fredde della fanciulla.
- Non debbo ancora pensare alla mia stanchezza.
Pi tardi, forse, potr riposarmi un
poco. Enrico rimarr a sorvegliare il ferito; 
un medico valente quasi quanto lo sono io, questo
incomparabile Enrico! Ahmed e io abbiamo
avuto spesso delle discussioni sui rispettivi meriti
dei nostri domestici. -
Saint-Hubert sent che al nome dello sceicco
la mano di'Diana si contraeva sul suo braccio,
mentre un profondo sospiro le usciva dal petto
per quanto cercasse di frenarsi. Rimasero per
qualche tempo in silenzio a osservare gli arabi
che andavano di gruppo in gruppo. Da uno di
questi pi vicino a loro un uomo si appress al
visconte facendogli delle domande.
- Sono molto inquieti, - disse Raoul quando
l'arabo, che egli aveva confortato come meglio
aveva potuto, fu rientrato nel gruppo dei compagni.
- Sono profondamente devoti ad Ahmed,
che  un dio per loro. La loro ansiet si manifesta
in mille modi differenti. Yusef, che ha passato
la maggior parte della giornata occupato
in cose che riguardano i suoi doveri di capo in
sostituzione dello sceicco, per la prima volta
nella sua vita si  dato alle pratiche religiose
ed  andato a dire le sue preghiere insieme con
Abdul, che  molto devoto, perch ritiene che
le sue preghiere riescano pi accette ad Allah se
salgono al Cielo accompagnate da quelle di un
sant'uomo. -
Diana stava pensando alla storia che Saint-
Hubert le aveva poco prima raccontato, e gli
domand a un tratto:
- Lord Glencaryll sa che voi vedete Ahmed?
- Certamente. Lui e mio padre sono divenuti
ottimi amici. Spesso viene a passare qualche
tempo da noi a Parigi. Siamo come un legame
tra lui e Ahmed.  sempre ansioso di notizie
del figlio e spera ancora che un giorno voglia
recedere dal suo atteggiamento. Non ha pi fatto
alcun tentativo per entrare in relazione con lui,
perch sa che sarebbe inutile. Se ci sar tra loro
un ravvicinamento, dovr avvenire per opera di
Ahmed. Si sono incontrati per caso una o due
volte, e una volta Glencaryll lo ha veduto. Fu
una sera, all' Opra. Doveva trattenersi a Parigi
per qualche mese e aveva preso un palco per
la stagione. Io, dal nostro palco che si trovava
di fronte al suo, avevo attraversato tutta la sala
per andare a far due chiacchiere con lui. C'era
parecchia gente nel suo palco; mi posi vicino
a lui e cominciammo a parlare insieme. Proprio
in quel momento, Ahmed entr nel nostro palco,
di fronte a noi, e si avvicin al parapetto rimanendo
in piedi a osservare il teatro. Qualche
cosa doveva averlo annoiato, perch aveva la
fronte aggrottata. La somiglianza con la madre
era tale che non era possibile sbagliarsi. Lord
Glencaryll emise come un gemito e si appoggi
a me preso da un tremito.
- Buon Dio! Chi  mai? - disse, e credo
che non si accorgesse nemmeno di parlare ad
alta voce.
Qualcuno che era vicino a lui guard nella direzione
verso la quale teneva fisso lo sguardo e
si mise a ridere.  il selvaggio dei Saint-Hubert.
Ha un aspetto fiero, non  vero? Le donne
lo chiamano le bel arabe. Certo veste all'europea
molto meglio di tanti europei. Si dice che
abbia un odio speciale per gli Inglesi, e perci,
Glencaryll, sar meglio che stiate lontano da
lui, se non volete che vi strangoli o vi tagli la
gola o vi faccia morire in uno dei tanti modi
che l'amico  solito adottare nel suo paese. Raoul
vi potr dare sul suo conto tutte le informazioni
possibili. Non ci fu bisogno che gli dessi spiegazioni.
Per fortuna cominci lo spettacolo, si
spensero le luci e io lo indussi ad andarsene
prima della fine. -
Diana rabbrivid un poco. Si sentiva nascere
in cuore una gran simpatia per quel vecchio solitario
che continuava a sperare nell' impossibile,
conservando una fede che lei, poco prima,
non aveva avuto la forza di nutrire. Anche lui
si logorava contro l'inflessibile volont di Ahmed
Ben Hassan.
Rabbrivid di nuovo e rientr nella tenda con
Saint-Hubert. Si fermarono presso al divano e
rimasero a lungo in silenzio. Poi Diana alz lentamente
la testa e fiss in viso Raoul. Egli lesse
nei suoi occhi la domanda terribile.
- Non lo so, - disse dolcemente. - Tutto
 nelle mani di Allah. -
 
Capitolo 10.

La notte si faceva sempre pi soffocante e
l'atmosfera sempre pi pesante. Diana, avvolta
in un leggero kimono di seta, se ne stava distesa
sul gran letto nella stanza interna, appoggiandosi
ai cuscini in modo che la tenue luce della
piccola lampada da tavolo che era presso di lei
cadesse sul libro che teneva in mano. Ma non
leggeva.
Era l'ultimo libro di Raoul che egli aveva portato
quando era venuto, ma Diana non riusciva
a concentrarvi la sua attenzione e il suo pensiero
correva lontano. Dalla notte in cui Saint-Hubert
aveva quasi rinunziato alla speranza di salvare
lo sceicco erano trascorsi tre mesi in cui molti
giorni di terribile ansia, succedendosi ininterrottamente,
avevano fatto di Diana l'ombra
della fanciulla vigorosa e vivace che era prima
e avevano lasciato in Raoul delle tracce che non
sarebbero mai pi scomparse. Ma grazie alla
sua vigoria e alla sua magnifica costituzione lo
sceicco si era ristabilito e, passate le prime settimane,
era entrato in piena convalescenza.
Allorch la terribile paura che potesse morire
era svanita, Diana aveva provato una felicit
immensa nell'occuparsi di lui. Decisa a vivere
senza curarsi dell'avvenire, aveva scacciato dalla
sua mente ogni pensiero, tranne il sentimento
di gioia che provava a essergli vicina e necessaria.
Lo aveva curato silenziosamente perch
egli rimaneva per delle ore intere sdraiato, con
gli occhi chiusi, senza parlare, e lei, dal canto
suo, non riusciva a vincere una strana impressione
che, anche quando era sola con lui, le
impediva di rivolgergli la parola. Solo una volta
egli aveva accennato alla scorreria contro Ibraheim
Omair. Ella si era curvata su di lui per
aggiustargli una benda ed egli con le sue dita
deboli le aveva preso il polso. Poi guardandola
negli occhi, con uno sguardo scrutatore e al
tempo stesso pieno di apprensione, come non
aveva pi fatto dalla sera in cui era fuggita da
lui, aveva sussurrato lentamente:
- Sono arrivato... in tempo? -
E quando Diana, con le guance rosse e gli
occhi bassi, aveva risposto con un cenno affermativo,
egli aveva voltato la testa senza aggiungere
una parola; ma era stato scosso da un fremito
che la debolezza non gli aveva consentito
di reprimere.
Ma la felicit di curarlo era passata ben presto.
A mano a mano che riacquistava le forze,
egli evitava sempre pi di rimanere solo con lei
e insisteva perch uscisse a cavallo due volte al
giorno talvolta con Saint-Hubert, talvolta con
Enrico, dichiarando freddamente che preferiva
restar solo oppure con Gastone che cominciava
gi ad andare di qua e di l in piena convalescenza.
In seguito cominci anche a essere occupatissimo
con i capi che venivano dai vari accampamenti
a conferire con lui; e cos, col passar
dei giorni, Diana si trov sempre pi esclusa
da quell'intimit alla quale teneva tanto.
Invece la sua intimit con Saint-Hubert si era
assai accresciuta. Tutti gli avvenimenti ai quali
avevano partecipato insieme li avevano necessariamente
ravvicinati, e Diana spesso si domandava
quale sarebbe stata la sua fanciullezza se
invece di essere affidata alle cure di sir Aubrey
Mayo, fosse stata affidata a quelle del visconte.
Cos Diana sent nascere per lui un affetto da
sorella che non aveva mai nutrito per il proprio
fratello; e il visconte, con quel dominio su se
stesso che non veniva mai meno, accett la parte
del fratello maggiore che gli imponeva senza
rendersene conto.
Talvolta la cosa gli riusciva straordinariamente
penosa; c'erano dei giorni in cui egli considerava
con terrore la prospettiva delle passeggiate
a cavallo insieme con lei, costretto a
uno sforzo che gli sembrava quasi superiore alle
sue forze. Appunto per questo cominci a parlare
dell' intenzione di riprendere al pi presto
le sue peregrinazioni. Ma lo sceicco insisteva
sempre perch rimanesse.
Ahmed Ben Hassan, una volta entrato in
convalescenza, si ristabil rapidamente e al campo
tutto riprese ben presto l'andamento normale.
I rinforzi furono rimandati ai rispettivi accampamenti
dai quali erano stati tratti. Non erano
pi necessari. La trib di Ibraheim Omair, dopo
la morte di questo, si era dispersa frazionandosi
in territori pi meridionali. Non c'era nessun
capo in sottordine capace di tenere insieme
i vari elementi, o cos forte e influente da assumere
l'atteggiamento di un nuovo capotrib,
perch Ibraheim Omair non aveva mai permesso
a nessuno dei suoi dipendenti di salire a un tal
grado di ricchezza o di potenza da consentirgli
di rivaleggiare con lui. Cos la trib si era suddivisa
in tante piccole frazioni prive di ogni
coesione. Sciogliendo il voto fatto al suo predecessore,
Ahmed Ben Hassan aveva sbarazzato il
deserto da una minaccia che pesava da lunghi
anni sopra di esso.
Le relazioni tra lo sceicco e Saint-Hubert
erano tornate quali erano alla sera in cui quest'ultimo
era arrivato all'accampamento, prima
che la sua franca critica avesse eccitato la collera
e la gelosia di Ahmed Ben Hassan. Il ricordo
di quella brutta settimana che aveva preceduto
la scorreria nel campo di Ibraheim Omair
era stato cancellato da tutti gli avvenimenti
posteriori. Non era possibile che alcuna ombra
sorgesse mai pi dal momento che Raoul aveva
spontaneamente sacrificato all'amico la propria
felicit.
Quando lo sceicco fu completamente ristabilito,
riprese verso Diana quell'atteggiamento di
fredda riservatezza che aveva prima, una riservatezza
cortese e, al tempo stesso, piena d'indifferenza.
Evitava Diana quanto pi poteva e,
del resto, la continua presenza di Saint-Hubert
costituiva come una barriera tra loro.
Senza lasciar trapelare le sue intenzioni, era
sempre riuscito a fare in modo che Raoul non li
lasciasse mai soli. Nella conversazione egli le
rivolgeva raramente la parola, e spesso Diana
coglieva il suo sguardo fisso su di lei con una
espressione che la contrariava; e quando ella
arrossiva, egli aggrottava la fronte con quel suo
caratteristico cipiglio. Durante i pasti, Raoul,
con molto tatto e facendo sfoggio di eloquenza,
teneva viva la conversazione trattando i pi svariati
argomenti.
Alla sera i due uomini si mettevano a discutere
su un nuovo libro che Saint-Hubert aveva
intenzione di scrivere, valendosi, per alcuni particolari,
delle cognizioni di Ahmed Ben Hassan,
e Diana, quando si ritirava nella stanza interna,
continuava per un pezzo a udire le loro voci
ugualmente profonde e armoniose. Discutevano
cos, talvolta accalorandosi talvolta con grande
calma, fino a che Raoul se ne andava nella sua
tenda e Gastone senza far rumore veniva a domandare
ordini al suo padrone. Di solito lo
sceicco la sera lo metteva in libert; ma da
quando era stato ferito, il domestico, appena si
era ristabilito, aveva sempre provveduto al suo
servizio. Qualche volta s'indugiava a parlare con
lui, qualche sera invece lo licenziava con una
o due parole e la tenda piombava nel silenzio.
Lo sceicco, fin da quando era stato ferito, si
era sempre coricato nella stanza esterna, e
Diana si agitava febbrilmente sui soffici cuscini
dell'ampio letto in cui giaceva sola, profondamente
umiliata. Rimaneva sveglia per lunghe
ore, attenta alla soneria del piccolo orologio del
tavolino da notte, sconfortata e oppressa dal
pensiero di non essergli affatto necessaria. Si
sentiva ridotta a nulla dalla sua indifferenza. Le
ore che passava in quella stanza, erano per lei
una tortura.
Di solito, anche durante il giorno rimaneva
sola, perch lo sceicco, appena aveva potuto montare
a cavallo, aveva cominciato a compiere delle
lunghe escursioni in compagnia di Saint-Hubert,
per ispezionare gli altri accampamenti dei suoi
dipendenti e riprendere in mano gli affari che,
durante la sua malattia, erano stati affidati ai
capi in sottordine.
Finalmente Raoul aveva annunziato che ormai
non gli era possibile trattenersi di pi e doveva
riprendere il suo viaggio verso il Marocco.
Voleva raggiungere Orano, donde avrebbe proseguito
per mare fino a Tangeri, dove doveva
organizzare la carovana per la spedizione nel Marocco.
Quando ebbe preso questa decisione, affrett
la partenza in modo tale che quasi pareva
si trattasse di una fuga.
Per Diana la partenza, ebbe l'effetto di affrettare
la crisi alla quale non avrebbe potuto
resistere pi a lungo. La situazione era divenuta
impossibile. La sera prima aveva salutato Saint-Hubert
meravigliandosi della tristezza che aveva
negli occhi e della sua insolita taciturnit, perch
non sospettava neppure l'amore che gli aveva
ispirato. Raoul avrebbe voluto dirle tante cose
e invece non aveva quasi parlato. N Diana n
Ahmed dovevano mai indovinare che cosa si nascondeva
nel suo cuore, e perci egli aveva recitato
la sua parte sino alla fine.
Per Diana, dopo che si era ritirata nella sua
stanza, aveva sentito che Ahmed e Raoul avevano
continuato a parlare per pochi minuti. E al
mattino erano partiti, insieme, all'aurora. Ella
non dormiva, li aveva uditi partire e quasi aveva
desiderato che Raoul tornasse, perch, quando
egli era presente, le sembrava di riuscire meglio
a dominare l'indefinita sensazione di timore che
s'impadroniva di lei. Il campo le era sembrato
triste e solitario e la giornata interminabile.
Aveva fatto una passeggiata a cavallo accompagnata
da Gastone, aveva pranzato in fretta,
e da quel momento era rimasta in attesa del ritorno
dello sceicco. Di che umore sarebbe stato?
Da quando Raoul aveva annunziato la sua partenza,
era stato pi riservato e pi taciturno
del solito.
Il libro che teneva in mano cadde sul pavimento
ed ella non si cur di raccoglierlo. La
calma consueta del deserto sembrava che avesse,
quella sera, qualche cosa di eccessivo, di sinistro
anzi, e il silenzio era cos profondo che l'improvviso
nitrito di uno stallone a poca distanza
la fece trasalire, mentre il cuore le batteva furiosamente.
Gi da qualche ora era cominciato
il battere insistente di un tam-tam accompagnato
dal ritmo monotono di una cornamusa indigena,
proveniente dalle tende degli arabi; ma
era ormai abituata a quei suoni che si facevano
udire tutte le sere e che la calmavano invece
d'irritarla; sicch, quando cessarono, la calma
e il silenzio si fecero cos opprimenti che qualunque
rumore le avrebbe fatto piacere. I suoi
nervi erano tesi all'eccesso, era agitata e irrequieta
con la mente travagliata da una folla di
pensieri.
Era di nuovo sola e in assoluta bala dello
sceicco. Quale sarebbe stato il suo atteggiamento?
Le mani, che teneva stese sulle ginocchia,
si contrassero in un gesto di terrore. Di
tanto in tanto tratteneva il respiro per cercar
di udire qualche rumore che fosse indizio del ritorno
di Ahmed; poi quasi aveva paura di udirlo.
Era cos cambiato che, in certi momenti, aveva
la strana sensazione che colui che stava per ritornare
fosse uno straniero; sicch desiderava e
insieme temeva il suo ritorno, in una curiosa alternativa
di emozioni differenti.
Volse gli occhi intorno guardando la stanza
dove aveva tanto sofferto e dove era stata tanto
felice. Non era mai stata nervosa, ma quella sera
la sua immaginazione era addirittura sovreccitata.
C'era nell'aria dell'elettricit che agiva
sui suoi nervi troppo tesi. La piccola lampada,
chiusa nell'abat-jour, proiettava un cerchio di
luce sul letto ma lasciava nella penombra tutto
il resto della stanza; e gli angoli sembravano
pieni di strane ombre che davano l'illusione di
essere in continuo movimento. Le tappezzerie e
gli oggetti che le erano familiari prendevano
degli aspetti fantastici che osservava nervosa;
alla fine, impazientita e incollerita, si pass una
mano sugli occhi dando in uno scoppio forzato
di risa. Era forse l'amore che l'aveva cambiata
cos profondamente e l'aveva anche fatta diventar
vile? Quell'unica passione che si era impadronita
di lei le aveva fatto perdere perfino il
senso comune?
Si rendeva perfettamente conto del cambiamento
che era sopravvenuto in lei. Non si era
mai fatta alcuna illusione su se stessa, e non
aveva mai tentato di frenare l'ostinazione e l'orgoglio
che erano una delle sue caratteristiche.
Riflett su questo fatto, mentre riandava con la
mente gli ultimi pochi mesi che avevano cambiato
interamente la sua vita. L'ultimo capriccio,
che aveva pagato tanto caro, era stato il
risultato della sua decisione di andare per la sua
strada senza badare n alle proteste n ai consigli.
E Ahmed Ben Hassan, ancor pi arrogante
e risoluto di lei, l'aveva domata come domava
i propri magnifici cavalli. Era stato brutale e
spietato; l'aveva costretta all'obbedienza con la
fermezza della propria volont, rifuggendo dalle
mezze misure, e l'aveva ridotta a sottomettersi
interamente.
Pens all'intensit e alla violenza del timore
e dell'odio che aveva avuto per lui fino al momento
in cui l'amore, ugualmente intenso e violento,
aveva scacciato l'odio. Non sapeva perch
lo amava, non era mai stata capace di analizzare
la passione che la dominava con tanta
forza; ma sapeva soltanto che questa era radicata
nel pi profondo del suo cuore e che non
era ispirata e alimentata dalla sola bellezza fisica
e dalla eccezionale vigoria di lui. Lo amava
ciecamente di un amore che aveva ucciso il suo
orgoglio e l'aveva resa umile e obbediente come
una schiava. Tutto l'amore che era rimasto addormentato
nel suo cuore per tanti anni lo aveva
dato a lui. E la trasformazione che era avvenuta
nel suo interno si rifletteva anche sul viso, perch
l'altero sguardo dei suoi occhi aveva assunto
una espressione di dolce malinconia e di perpetua
attesa, mentre dalla piccola bocca ribelle
era scomparsa la consueta piega schernitrice e
sprezzante. E cos trasfigurata era assai pi bella
di prima.
Ma l'amore non aveva fatto scomparire il timore
che aveva avuto di lui fin dalle prime ore
della sua prigionia e che non aveva potuto vincere
neppure durante le settimane felici che avevano
preceduto l'arrivo di Saint-Hubert! E nemmeno
aveva fatto scomparire un timore, assai
pi acuto, che non l'abbandonava mai, che qualche
volta la faceva camminare furiosa per la
tenda con gli occhi sbarrati come per sfuggire
qualche cosa che stesse per opprimerla, il timore
cio che un giorno egli si sarebbe stancato di
lei. Quest' idea la tormentava anche in quel momento
e, come sempre, cerc di scacciarla; ma
non riusc a liberarsi da quell'ossessione persistente
e accanita; quel pensiero tormentoso continuava
ad affacciarsi alla sua mente come uno
spettacolo orrendo.
Un altro pensiero la torturava continuamente.
Ahmed non si era impadronito di lei perch ne
fosse innamorato; aveva agito sotto l'impulso
di un capriccio passeggero. L'aveva veduta,
l'aveva desiderata, se ne era impadronito e poi
si era divertito a piegarla alla sua volont. Si
rendeva conto di tutto ci. Ed era stato onesto;
non aveva mai voluto farle credere di amarla.
Spesso, quando ne aveva avuto voglia, aveva saputo
esser gentile, come nelle ultime poche settimane;
ma la gentilezza non  l'amore, e Diana
non aveva mai visto nei suoi occhi quella fiamma
che bramava vi ardesse. Le sue carezze erano
state appassionate oppur fredde e indifferenti a
seconda del suo umore.
Ignorava che egli l'amava. Non era stata
presso di lui durante le lunghe ore di delirio e
non aveva udito ci che aveva udito Raoul di
Saint-Hubert. E, da quando si era ristabilito in
salute, il suo atteggiamento scontroso, il suo desiderio
di rimanere solo, avevano accresciuto il
suo timore. Non c'era che un'ipotesi possibile
per spiegare il suo silenzio e la cura che poneva
nell'evitare di rimanere con lei; il capriccio era
passato. La passione fugace se n'era andata insieme
al sangue che aveva perduto per la sua
terribile ferita. Era stanco di lei e cercava un
modo di liberarsene.
Diana sent confusamente di essersi accorta
di ci da molte settimane; ma solamente quella
sera aveva avuto il coraggio di essere franca con
se stessa. Doveva proprio esser cos. Tutto lo
faceva capire; la Strana espressione che aveva
veduto nei suoi occhi e la sua fronte continuamente
aggrottata ne erano la prova. Si pass
il braccio sugli occhi e sospir profondamente.
Egli era stanco di lei; non c'era pi nulla da
fare. L'istinto di combattere per il suo amore,
cos forte in lei il giorno in cui era stata catturata
da Ibraheim Omair, era morto, e con
esso erano morte tutte le sue speranze. La sua
forza d'animo era infranta.. Sapeva che la sua
volont era impotente contro quella di lui, e
perci col fatalismo che aveva appreso nel deserto,
rassegnata e senza speranza, accett l'inevitabile.
Si domand freddamente che cosa sarebbe accaduto
di lei. Non era una cosa che le importasse
molto. Nulla le importava ora che egli non la
voleva pi. La vita che aveva vissuta prima era
lontana, lontana, in un altro mondo. Non se ne
curava. Ci non aveva per lei nessuna importanza.
Solo l, nel deserto, tra le braccia di Ahmed
Ben Hassan, aveva sentito di vivere, aveva
imparato che cosa significasse vivere e che cosa
fossero la felicit e il dolore!
L'avvenire le appariva vuoto e triste, e ne cacci
via l'immagine con un singhiozzo di disperazione.
Ogni suo pensiero era fisso su Ahmed.
Come avrebbe potuto vivere senza di lui? Si
domand perch non l'odiava per ci che le aveva
fatto, per averla ridotta in quello stato. Ma egli
poteva fare ci che voleva; nulla avrebbe mai
potuto spengere l'amore che gli portava. E non
avrebbe mai rimpianto ci che era avvenuto;
avrebbe sempre ricordato la sua passeggera felicit;
negli anni futuri sarebbe vissuta solo per
quel ricordo. Anche in fondo al cuore sentiva
di non rimproverarlo; non c'era amarezza nella
sua infelicit. Aveva sempre saputo che le cose
sarebbero andate cos, sebbene avesse risolutamente
bandito quell'idea dalla sua mente. Ahmed
non aveva mai agito in modo che potesse
attendersi qualche cosa di diverso. Non c'era,
tra loro due, nessun legame che li avvicinasse.
Volle lottare con se stessa; volle vincere la
debolezza alla quale cedeva. Sapeva senza possibilit
di dubbio, che la sua sorte, qualunque
fosse, sarebbe stata decisa col ritorno dello
sceicco. Doveva quindi aspettare fino ad allora.
Sospir profondamente e mormor: Ahmed!
Ahmed Ben Hassan! indugiandosi con ardente
tenerezza su quel nome adorato. Poi premette il
viso sul cuscino e tenendo le mani sulla nuca
rimase a lungo perfettamente immobile.
Faceva un caldo soffocante; sembrava che non
ci fosse aria nella tenda. Diana sentiva mancarsi
il respiro; si mise seduta sul letto, gett
indietro i capelli che aderivano alla fronte bagnata
e con un gemito si copr il viso con le
mani. Una cicala, poco lontana dalla tenda, cominci
a stridere con monotona insistenza. A un
tratto, le vennero in mente i suoi connazionali,
la vecchia casa in Inghilterra, la famiglia, i
suoi antenati che ne avevano custodito l'onore
con tanto geloso orgoglio. Perfino Aubrey, cos
pigro ed egoista com'era, aveva per l'onore della
famiglia un culto pi forte di qualsiasi suo
altro sentimento; e ora in lei, l'orgogliosa Diana
Mayo, anche il sentimento dell'onore era stato
soffocato dalla passione. Egli lo aveva strappato
dal cuore di lei ed era contenta di calpestarlo
per lui. Egli l'aveva ridotta a nulla, ne aveva
fatto il suo giocattolo che poteva gettar via
quando pi gli piacesse.
Un brivido la scosse di nuovo e guard tutto
intorno la tenda che aveva condiviso con lui,
con un sorriso amaro e una profonda tristezza
negli occhi... Dopo di lei... qualche altra? Quel
crudele pensiero non le lasciava pace; sentiva
una gelosia pazza, primitiva, un desiderio folle
di uccidere la sconosciuta che inevitabilmente
avrebbe preso il suo posto. Poi ebbe orrore dei
suoi sentimenti e si gett sui cuscini, turandosi
gli orecchi con le mani come per non udire la
voce perfida e insidiosa che sembrava le sussurrasse
quei consigli atroci.
Kopec, che aveva di tanto in tanto fatto udire,
nella stanza vicina, un mugolio di scontento,
s'insinu tra le cortine e si avvicin lentamente
a Diana. Appoggi la testa pelosa sulle ginocchia
di lei e, mugolando, alz gli occhi verso il
suo viso. E quando essa lo guard, si alz sulle
zampe posteriori e, appoggiando su lei il lungo
corpo, le avvicin al viso il naso umido. Diana
gli prese la testa tra le mani e strofin la guancia
al suo ruvido pelame dicendogli delle parole
carezzevoli. Perfino il cane la confortava nella
sua solitudine. E tutti e due aspettavano il loro
padrone!
Finalmente lo spinse gi, lo prese per il collare
e si diresse verso l'altra stanza, che era
scarsamente illuminata da una lampada. Giunta
presso l'ingresso, sollev la tenda che la separava
dalla sua e subito una piccola figura bianca
balz in piedi davanti a lei.
- Siete voi, Gastone? - domand quasi
senza volerlo, perch sapeva che Gastone dormiva
sempre nell'ingresso quando lo sceicco era
assente.
- A votre service, madame. -
Diana rimase senza parlare per qualche momento
e Gastone, vicino a lei, se ne stava zitto
e immobile. Avrebbe dovuto ricordarsi che egli
era l a pochi passi. Quando era sola nell'accampamento,
Gastone non si allontanava mai. Era
sempre pronto, in attesa di ordini, senza importunare;
eseguiva rapidamente ci che desiderava;
anzi preveniva i suoi desideri. Quando
se lo vedeva vicino, Diana pensava sempre al
momento in cui, uguali dinanzi al comune pericolo,
avevano combattuto insieme. Non era stato
un domestico in quel terribile momento, ma un
uomo che con mano ferma aveva coraggiosamente
puntato verso di lei la rivoltella, un
uomo per mano del quale sarebbe stata orgogliosa
di morire. Quegli abitanti del deserto
erano veri uomini, simili al loro padrone! Erano
uomini resistenti, uomini d'azione, rotti alle fatiche, pieni d'indomito coraggio, pieni di forza
e di salute! Non c'era nulla di decadente, nulla
di men che virile negli uomini di cui Ahmed
Ben Hassan soleva circondarsi.
Diana aveva sempre avuto simpatia per Gastone;
l'avevano commossa quel suo atteggiamento
costantemente rispettoso, quel suo modo
di fare discreto e corretto, per il quale egli dava
l'impressione di ignorare quale fosse effettivamente
la condizione di lei nell'accampamento
del suo padrone. La trattava come se fosse realmente
stata ci che, in fondo al suo cuore, desiderava
che fosse. Era pronto senza essere servile,
familiare senza mai prendersi delle confidenze.
Era la prima volta che Diana si trovava a
contatto con un domestico appartenente a quella
classe speciale di servitori, che ancora si trovano
in Francia come una sopravvivenza dei
giorni anteriori alla Rivoluzione, i quali si considerano
come appartenenti alla famiglia nella
quale servono. Nel caso di Gastone poi, questo
devoto interessamento per il padrone era stato
rafforzato dai pericoli e dalle prove superate insieme,
che avevano stretto tra loro un legame
infrangibile e avevano dato alle loro relazioni
un carattere ben pi elevato di quello che di solito
distingue le relazioni tra padrone e servitore.
Diana, da principio, se n'era sempre meravigliata,
perch era cresciuta nella rigida atmosfera
della casa fraterna, dove l'egoismo di
Aubrey non ammetteva, nei domestici, che lo
stretto e convenzionale adempimento del loro
dovere, oppure in continui viaggi, nei quali il
personale di servizio aveva dovuto esser cambiato
di frequente. Agli occhi di Aubrey, lo
stesso Stephens non era che una macchina.
Ben presto, dopo il suo arrivo al campo dello
sceicco, Diana si era resa conto che Gastone
aveva esteso anche a lei la devozione che aveva
per Ahmed Ben Hassan; ma dalla notte in cui
era stata catturata dai seguaci di Ibraheim
Omair la devozione si era trasformata in vera e
propria venerazione.
L'aria era soffocante anche fuori della tenda.
Diana scrut attentamente nell'oscurit, ma la
poca luce diffusa dalla falce sottile della luna
crescente non le permise di scorger nulla. Fece
qualche passo per uscire di sotto la tettoia, e
guard le stelle che brillavano in cielo. Quante
volte le aveva guardate stretta tra le braccia di
Ahmed Ben Hassan! Erano divenute una parte
integrale di quelle notti d'oriente. Ahmed amava
le stelle, e talvolta, quando era di buon umore,
insegnava a Diana a riconoscerle e le raccontava
le innumerevoli leggende arabe che si riferiscono
a esse. Continuava cos, seduto sotto la tettoia
fino a notte alta, quando Diana a poco a poco
cedeva al sonno, a guardar fisso il cielo e a fumare
una sigaretta dopo l'altra.
Le sarebbe dato di guardarle ancora, scintillanti
nel cielo profondamente turchino, stretta
tra le sue braccia e con la testa appoggiata sul
suo cuore? Si domand con angoscia se mai
quei bei tempi sarebbero tornati. Tutto era cambiato
da quando era venuto Raoul di Saint-Hubert.
Un doloroso sospiro le sfugg dalle
labbra.
- La signora  stanca? - mormor una voce
rispettosa presso di lei.
Diana trasal. Si era dimenticata della presenza
di Gastone.
- Fa tanto caldo... Nella tenda si soffocava, -
rispose evasivamente.
La devozione di Gastone era di quelle che
hanno bisogno di manifestarsi praticamente.
- Madame veut du caf? - domand proponendole
la sua panacea universale.
Ma in quel momento l'offerta ebbe un involontario
sapore di comicit.
Diana si sent prendere da una voglia convulsa,
isterica, di ridere fino alle lacrime; ma
riusc a frenarsi.
- No,  troppo tardi.
- In un momento  bell'e pronto, - insist
Gastone, che non voleva rinunziare alla soddisfazione
di far qualche cosa per lei.
- No, Gastone; il caff mi rende nervosa, -
disse Diana in tono gentile.
Gastone dette un sospiro quasi tragico. I suoi
nervi erano d'acciaio e per di pi si sentiva capace
di bere delle quantit incredibili di caff
a qualunque ora del giorno e della notte.
- Une limonade? - insistette poi, sperando
che accettasse.
Diana lasci che le portasse quella bibita fresca
pi per soddisfazione di lui che di se stessa.
- Monsignore  in ritardo, - gli disse poi,
lentamente, scrutando di nuovo le tenebre.
Poi dette un'occhiata a Kopec che si era
sdraiato ai piedi del domestico, un'altra alle
stelle che brillavano in cielo, e rientr nella
tenda. Tutti i suoi timori nervosi erano spariti
parlando con Gastone, che era la personificazione
del senso comune; quando quell'irragionevole
terrore si era impadronito di lei, aveva
dimenticato che quell'uomo fedele e devoto era
l vicino a lei, a portata di voce.
Raccolse il libro che era caduto e, distesasi
di nuovo sul letto, si sforz di leggere; ma sebbene
con gli occhi seguisse macchinalmente le
righe, pure non capiva il senso di ci che leggeva
e stava continuamente con gli orecchi tesi per
cercare di udire, se lo sceicco arrivava.
Alla fine egli giunse. Da principio, pi che
la sensazione, Diana ebbe l'intuizione istintiva
del suo arrivo, e da quel momento lo attese fremente,
impaziente, con le labbra semiaperte, gli
occhi spalancati, trattenendo il fiato. L'oscurit
non aveva permesso di scorgere da lontano il
suo piccolo drappello di cavalieri; gli zoccoli dei
cavalli non facevano rumore sulla sabbia, sicch
egli era entrato nell'accampamento quasi
all' improvviso.
L'animazione prodotta dal suo arrivo si calm
rapidamente. Per un momento, si sent una confusione
di voci, un tintinnio d'armi, il nitrito
di un cavallo; poi, quando gi tutto taceva, lo
ud entrare nella tenda. Il cuore le batteva a
gran colpi. Sent una conversazione, sottovoce,
nella quale Gastone rispondeva rapidamente e
animatamente allo sceicco; poi il domestico usc
in fretta.
Diana udiva ogni pi piccolo rumore e aspettava
immobile, aggrappandosi con le dita contratte
al materasso, respirando e sospirando con
pena ogni volta che cercava di calmare il battito
violento del cuore. Nonostante il caldo si sentiva
gelata, e ogni tanto dei brividi la scotevano
violentemente. Pallida, con le labbra scolorite,
fissava con uno sguardo da febbricitante le cortine
che dividevano le due stanze. Era cos pratica
della tenda che si rendeva conto di tutti i
movimenti che avvenivano nella stanza adiacente,
come se li vedesse. Lo sceicco stava passeggiando
in su e in gi come aveva fatto quella
sera in cui la sorte di Gastone era in pericolo,
come faceva sempre quando doveva prendere
qualche decisione; il profumo della sua sigaretta
riempiva la stanza di Diana.
Si ferm una volta presso le cortine di separazione,
e Diana sent il cuore darle un balzo;
ma poi si allontan riprendendo a passeggiare
finch and ad arrestarsi all'altra estremit
della tenda. Diana comprese, da un debole rumore
metallico, che stava caricando la rivoltella.
Poi ud che la posava sulla piccola scrivania
e ricominciava a passeggiare.
Quel non star fermo le dava un senso d'inquietudine.
Era stato a cavallo fino all'alba.
Saint-Hubert lo aveva avvertito di riguardarsi
ancora per qualche tempo; era quindi una vera
imprudenza non riposarsi quando ne aveva la
possibilit. Ma Ahmed aveva cos pochi riguardi
per la sua salute! Diana sospir d'impazienza e
l'espressione dei suoi occhi si fece ancora pi
tenera, quasi maternamente ansiosa. Nonostante
che egli avesse riacquistato le forze e avesse riso
degli avvertimenti di Raoul dando nello stesso
tempo al suo amico una pratica dimostrazione
della propria maggior vigoria muscolare, pure
Diana non poteva mai dimenticare di averlo visto
disteso e inerte come un bambino e cos debole
da non poter nemmeno sollevare una mano.
Nulla poteva fare svanire questo ricordo e nulla
poteva cambiare il fatto che in quel periodo di
estrema debolezza fisica, Ahmed aveva dovuto
dipendere interamente da lei. Allora gli era necessaria.
Ripensandoci, prov per un istante una
gioia selvaggia che svan subito cos com'era
nata. Era stata una felicit effimera.
Finalmente, quando Gastone rientr portando
da cena, ud scricchiolare il divano sotto il peso
di lui. Mentre mangiava, si mise a parlare, e le
sue prime parole provocarono un'esclamazione
di sorpresa del francese, che si affrett a mormorare
qualche parola di scusa. Poi Diana ud
che altre persone erano nella stanza. Lo sceicco
parl successivamente a ciascuna, e Diana pot
udire Yusef che con la sua voce chiara e piuttosto
acuta discuteva col capo cammelliere (uomo
dalla voce e dalle maniere rudi adatte agli animali
di cui aveva cura), finch Ahmed, con una
parola, li fece stare zitti tutti e due. Altre due
persone ricevettero degli ordini e risposero con
un brontolio di assentimento.
Poi gli altri uscirono, e Yusef rimase ancora
a parlare con lo sceicco un po' in francese un
po' in arabo; per a mano a mano che si eccitava
si esprimeva di preferenza in arabo. Diana,
per quanto in preda ai suoi tristi pensieri, non
seppe trattenere un sorriso immaginandolo davanti
allo sceicco, in attitudine umile e rispettosa,
profumato e senza macchia nelle vesti candide,
muovere i suoi begli occhi e gesticolare animatamente, col viso infiammato dal suo fanciullesco
entusiasmo e dalla sua devozione per il
proprio capo.
Se ne and anch'egli; e rest solo Gastone affaccendato
con la caffettiera, il suo ultimissimo
giocattolo. L'aroma del caff bollente riempiva
tutta la tenda. A Diana sembrava di vedere
Gastone intento a maneggiare con abilit quell'apparecchio
delicato, composto di alcune parti
di vetro e di altre d'argento. Ud il suono del
cucchiaio che urtava contro la tazza, poi il gorgoglio
del caff quando Gastone lo versava, e
finalmente il lieve rumore della tazza posata
sul tavolino intarsiato. Perch mai Ahmed
quella sera prendeva del caff filtrato, invece
del solito caff turco, se si lagnava sempre che
lo teneva sveglio? Quella sera certamente aveva
necessit di dormire perch, da quando era stato
ferito, quello era stato il giorno pi faticoso.
Ancora per qualche istante Gastone continu a
muoversi nella stanza esterna e, dal rumore,
Diana indovin che stava riunendo su un vassoio
i vari oggetti che doveva portar via. Poi
a voce pi alta del consueto:
- Monseigneur dsire autre chose? -
Lo sceicco dovette rispondere negativamente
con un cenno, perch Diana non ud la sua voce.
- Bonsoir, Monseigneur.
- Bonsoir, Gaston. -
Il respiro di Diana divenne pi celere. Finch
Gastone era rimasto nella stanza adiacente alla
propria, le era sembrato che il tempo non passasse
mai. E adesso avrebbe desiderato che non
fosse trascorso. Egli stava tra lei... e che cosa?
Per la prima volta dopo l'arrivo di Saint-Hubert
si trovava sola con lo sceicco, assolutamente
sola. Non li separava che un paio di cortine;
delle cortine che non poteva oltrepassare.
Ardeva dal desiderio di andare da lui, ma non ne
aveva il coraggio. Era combattuta tra l'amore
e il timore, e in quel momento il timore aveva
il sopravvento.
Rabbrivid e un singhiozzo le sal alla gola
ricordando un'altra sera, durante quei due mesi
di felicit che ormai erano diventati come un
sogno meraviglioso, quando era tornata tardi all'accampamento
dopo una lunga passeggiata a
cavallo. Dopo che Gastone se n'era andato, si era
avvicinata a Ahmed, rossa e assonnata, ed egli
l'aveva costretta a bere un poco del proprio
caff turco che non le piaceva, ridendo come un
bambino alle sue smorfie di disgusto. Poi, presala
tra le braccia, le aveva fatto appoggiare
la testa alla sua spalla e le aveva raccontato
gli incidenti della visita che aveva fatto quel
giorno a uno degli accampamenti dipendenti.
Dai suoi uomini e dai suoi cavalli era passato
a parlare di alcuni particolari dei suoi progetti
per l'avvenire, proprio come avrebbe potuto fare
un marito con la moglie che fosse al tempo stesso
la sua compagna, la sua intima confidente. Il
dispiacere e la gioia che aveva provato l'avevano
fatta rabbrividire, e allora Ahmed, sostenendo
che quel brivido dipendeva certamente
dall'aver preso freddo, l'aveva sollevata tra le
braccia, e premendo la propria guancia contro
quella di lei, l'aveva portata di peso nell'altra
stanza.
Ma ci che aveva fatto allora non era possibile
adesso. Egli le sembrava cos strano, cos differente
dall'uomo che credeva di aver compreso!
Non ci capiva pi nulla. E poi era cos stanca
e la testa le faceva male a forza di pensare all'avvenire!
Non aveva pi nemmeno il coraggio
di pensare. L'unica cosa che desiderava era
starsene tra le sue braccia e piangere sul suo
cuore. Soffriva terribilmente, struggendosi dal
desiderio del suo contatto, delle sue braccia.
Si lasci cadere in ginocchio presso al letto
e nascose il viso contro di esso.
Oh, Dio! Datemi il suo amore! cominci
a mormorare con disperato fervore, finch non
le torn in mente che qualche mese prima, una
sera, proprio nella stessa posizione in cui era
in quel momento, aveva invocato su di lui la
maledizione del signore. Oh, Dio mio! Ma io
non avevo in mente una cosa simile! Io non sapevo...
Dio mio! Ritirate la vostra maledizione...
Non era questo che avevo in mente...
esclam singhiozzando.
Poi, per reprimere il pianto, premette pi
forte il viso contro le coperte di seta.
Tutto taceva nella stanza vicina; di tanto in
tanto, con monotona regolarit, lo sceicco accendeva
un fiammifero e l'odore speciale del suo
tabacco, passando attraverso alle cortine, giungeva
fino a lei provocando una folla di ricordi.
Perch Ahmed non andava da lei? Non sapeva
che la torturava? Era dunque indifferente a tal
segno che non gl'importava di farla soffrire?
Pensava a lei? Si domandava, almeno, se soffriva
o no?
Di nuovo il terrore del proprio avvenire si impadron
di lei; l'incertezza la uccideva.
Sollev la testa e guard l'orologio vicino alla lampada.
Era gi passata un'ora da quando Gastone
se n'era andato. Un'altra ora di attesa l'avrebbe
fatta impazzire. Doveva sapere quale sarebbe
stata la sua sorte. Non ne poteva pi.
Si alz in piedi, con uno sforzo, avviluppandosi
nel suo leggero scialle; ma poi rimase immobile;
non aveva il coraggio di contribuire ella
stessa, spontaneamente, ad affrettare gli eventi,
e prefer aggrapparsi a quei brevi momenti di
felicit fittizia che ancora le rimanevano. Tenne
gli occhi fissi sull'orologio osservando il lento
movimento delle lancette. Pass un quarto d'ora.
Le sembr che fosse trascorso un quarto della
sua vita e dovette passarsi la mano sugli occhi
per cacciare via l'immagine del bianco e lucente
quadrante, con la sua nera lancetta dei minuti,
che l'aveva abbagliata.
Dalla stanza vicina non veniva alcun rumore.
Il silenzio la faceva impazzire. Era disperata;
doveva sapere; nessuna cosa poteva essere peggiore
di quella tortura.
Strinse i denti e, senza far rumore, attravers
la stanza e s'introdusse tra le cortine. Si gett
indietro di un colpo con le mani sulla bocca.
Ahmed stava seduto sul divano, curvo in avanti,
i gomiti appoggiati sulle ginocchia e la faccia
nascosta tra le mani. Senza le sue solite vesti
ampie che erano come una parte essenziale e
indivisibile della sua persona, lo sceicco le era
sembrato uno straniero; quell'uomo in camicia
di seta, calzoni corti da cavalcare e alti stivaloni
di cuoio bruno, tutti impolverati, le aveva
fatto l'impressione di uno sconosciuto. Una leggera
giacchetta di flanella giaceva sul tappeto;
egli doveva averla gettata l dopo che Gastone
se n'era andato, perch mai il domestico, col
suo innato amore per l'ordine, l'avrebbe lasciata
sul pavimento.
Diana lo guard attentamente; poi il suo
sguardo s'indugi sulla sua testa reclinata dai
folti capelli castani, nei quali la luce della lampada
metteva dei riflessi bronzei. Ebbe un istante
di timidezza, ma l'amore le dette coraggio e gli
si avvicin; i suoi piedi nudi non facevano nessun
rumore sul soffice tappeto.
- Ahmed! - sussurr.
Lo sceicco alz lentamente la testa e la
guard. Diana cadde in ginocchio vicino a lui,
appoggiandogli le mani sul petto.
- Ahmed! Che cosa c'... la vostra ferita...
vi fa male? - grid con voce che l'ansia rendeva
acuta.
Egli le prese le mani brancolanti, si alz, la
costrinse dolcemente ad alzarsi, guardandola in
modo strano. Poi si allontan senza dire una
parola, sollev la tenda dell'ingresso e rimase
immobile a contemplare la notte. Nell'oscurit
la sua figura sembrava pi esile e pi alta. Perplessa
e impaurita, con la gola stretta dall'emozione,
Diana mormor di nuovo:
- Che cosa c'?
- C' che domani partiamo per Orano, - rispose
lo sceicco.
La sua voce aveva un tono insolito; Diana si
accorse con sorpresa che egli aveva parlato in
inglese. Chiuse gli occhi e barcoll stordita.
- Mi mandate via? - domand lentamente.
- S, - rispose dopo qualche momento.
Il breve monosillabo le fece l'effetto di una
sferzata. Scossa dall'emozione, palpitante, con
gli occhi sbarrati esclam:
- Perch? -
Egli non rispose, e il viso di Diana si fece di
fuoco. Gli si avvicin ansante, cercando di parlare;
ma le tremavano le labbra e le parole non
potevano uscire dalla sua gola arida.
- Perch siete stanco di me? - disse finalmente
con voce fioca. - Stanco come mi avevate
detto voi stesso che sarebbe accaduto, come vi 
accaduto con... le altre donne? -
E nel pronunziare queste ultime parole, la sua
voce morente assunse un'espressione di orrore
infinito.
Lo sceicco non rispose neppure questa volta,
ma trasal e strinse i pugni.
Diana si copr gli occhi col braccio per non
vederlo. Il suo cuore era spezzato; si sentiva
profondamente infelice. Un resto d'orgoglio le
imped di gettarsi ai suoi piedi.
Finalmente egli cominci a parlare con voce
piana e monotona:
- Vi condurr alla prima stazione del deserto
fuori di Orano, dove potrete prendere il treno.
Per il bene vostro  meglio che non mi faccia
vedere con voi a Orano, perch in quella citt
sono conosciuto. Se per un caso qualsiasi foste
riconosciuta o, se per un motivo qualunque, si
venisse ad accertare la vostra identit, potrete
dire che, per ragioni private vostre, avete prolungato
il viaggio, che i vostri messaggi non
sono giunti a destinazione, qualunque cosa vi
verr in mente. Ma non  probabile che ci avvenga.
Ci sono molti viaggiatori di passaggio a
Orano. Gastone si occuper di quanto potr occorrervi.
Vi accompagner fino a Marsiglia, e se
ne avrete bisogno verr con voi a Parigi, Cherbourg
o Londra, ovunque vorrete. Come sapete,
potete fidarvi interamente di lui. Quando non
ne avrete pi bisogno, torner indietro. Io...
io non vi disturber pi. Non dovete temere che
entri di nuovo nella vostra vita. Potrete cos
dimenticare questi mesi passati nel deserto e
l'arabo selvaggio che si  trovato sul vostro cammino.
Per riparare la mia colpa, non posso far
altro che restare lontano da voi. -
Diana alz di scatto la testa. L'amore, l'orgoglio,
la gelosia si combattevano in lei.
- Perch non dite la verit? - grid con fierezza.
- Perch non dite francamente quello che
pensate?... Che non vi servo pi, che vi siete
divertito a impadronirvi di me e a torturarmi,
ma che ormai il vostro capriccio  passato? Non
vi diverto pi. Siete stanco di me e perci ve ne
sbarazzate prendendo tutte le precauzioni. Credete
che la verit mi ferisca? Ormai qualunque
cosa facciate non mi ferisce pi. Per il vostro
piacere avete fatto di me quella cosa abbietta
che sono adesso, e per il vostro piacere mi
gettate da parte... Quante volte all'anno Gastone
riaccompagna in Francia le amanti che
non volete pi? -
E rise convulsa.
Lo sceicco si volt rapidamente, la prese tra
le braccia e la serr al petto selvaggiamente,
con tutta la forza, esclamando, con gli occhi che
mandavano lampi:
- Gran Dio! Credete che sia facile per me
lasciarvi partire? Perch mi trattate cos duramente?
Credete che non abbia sofferto, che
non soffra anche adesso? Non lo sapete che mi
si spezza il cuore all'idea di mandarvi via? La
mia vita sar un inferno senza di voi. Credete
che non mi sia reso conto del modo brutalmente
perfido col quale ho agito verso di voi? Quando
vi ho preso non vi amavo; volevo solamente soddisfare
il mio bestiale desiderio. E fui contento
che foste inglese, perch cos potevo farvi soffrire
quanto un inglese fece soffrire mia madre;
cos profondo  il mio odio per quella razza!
Sono stato sempre pazzo io, per tutta la mia
vita, credo... fino a ora! Credetti che non m'importasse
affatto di voi fino a quella sera in cui
seppi che eravate caduta nelle mani di Ibraheim
Omair; soltanto allora mi resi conto che se vi
fosse accaduto qualche cosa, la luce della mia
vista si sarebbe spenta e che non avrei potuto
far altro che uccidermi dopo aver ucciso Ibraheim
Omair. -
Le sue braccia la stringevano come una morsa,
ma a lei sembrava di aver raggiunto la felicit;
senza parlare, col cuore in tumulto, Diana gli
si aggrapp fremente. Egli la guard a lungo,
profondamente; e c'era nei suoi occhi una luce,
quella luce che aveva tanto bramata, che la fece
tremare. La testa bruna di Ahmed si abbass
a poco a poco, e le loro labbra stavano quasi per
congiungersi, quando egli si ritrasse; aveva negli
occhi un'espressione di tremendo sconforto.
- Non debbo baciarvi, - le disse con voce
aspra, mentre l'allontanava da s. - Credo che
se vi baciassi, non avrei il coraggio di lasciarvi
partire. Non volevo toccarvi... -
Si volt, allontanandosi di qualche passo con
un gesto di stanchezza.
Gli occhi di Diana si riempirono novamente
di paura e mormor debolmente:
- Io non voglio andarmene. -
Lo sceicco si ferm presso la scrivania, prese
distrattamente la rivoltella che aveva caricata
poco prima, ne fece rotare tra le dita il tamburo,
e poi la pos.
- Non mi comprendete, - disse finalmente
con voce cupa. - Non  possibile fare altrimenti.
- Se mi amaste davvero, - grid Diana con
un singhiozzo - non mi lascereste andar via.
- Se vi amassi! - riprese lo sceicco con
un riso amaro. - Se vi amassi! Ma appunto
perch vi amo tanto posso farlo. Se vi amassi
un poco meno vi lascerei rimaner qui e affrontare
ci che verr.
- Ma io voglio rimaner qui, Ahmed! - grid
Diana tendendo le braccia verso di lui in un'invocazione
disperata, poich conosceva la sua
ostinazione e vedeva sfuggire la felicit.
Lo sceicco non si mosse; non la guard neppure.
Aveva aggrottato la fronte con quel cipiglio
duro che le faceva paura.
- Non sapete quello che dite, - rispose poi
con voce che s sforzava di mantener fredda -
non sapete che cosa significa restare con me. Vi
sposerei, ma dovreste vivere sempre qui nel deserto.
Io non posso abbandonare il mio popolo e
sono troppo arabo per lasciarvi andar sola per
il mondo. La vostra non sarebbe pi una vita.
Voi credete di amarmi adesso; Dio solo sa come
ci sia possibile dopo quello che vi ho fatto;
ma verrebbe un giorno in cui trovereste certamente
che il vostro amore per me non compenserebbe
abbastanza la vita che dovreste vivere qui.
Unirvi per sempre a me sarebbe una pazzia. Sapete
che uomo sono e che uomo sono stato.
Sapete che non sono un uomo col quale una donna
per bene possa vivere, un uomo che una donna
per bene possa avvicinare. Sapete che vita spregevole
ho vissuto; il ricordo di questa vita si
frapporrebbe sempre tra voi e me; voi non potreste
mai dimenticare, non potreste mai aver
fiducia in me.
E anche se riusciste nella vostra bont sia
a dimenticare sia a perdonare, sapete che non
sarebbe facile vivere con me. Conoscete il mio
terribile carattere; non vi ha risparmiato per
il passato e non vi risparmierebbe per l'avvenire.
Credete che avrei la forza di vedere accrescersi
di anno in anno il vostro odio per
me? Vi sembro crudele adesso, ma io penso a
ci che sar meglio per voi, dopo. Un giorno
penserete a me con un po' di benevolenza, perch
ho avuto la forza, di lasciarvi andar via.
Siete cos giovane! La vita per voi comincia
appena adesso. Siete abbastanza forte per dimenticare
questi ultimi mesi, per dimenticare il
passato e vivere soltanto per il futuro.
Non  necessario che nessuno sappia come
sono andate le cose. Non dovete temer nulla per
la vostra reputazione; tutto  dimenticato nel
silenzio del deserto. Mustaf Al  lontano di
qui qualche centinaio di miglia, ma non tanto
lontano da avere il coraggio di parlare! Dei
miei uomini non c' da preoccuparsi; parlano o
tacciono a seconda della mia volont. Rimane
Raoul; ma non  il caso di stare in pensiero
per ci che egli pu dire. Non ha esitato a dirmi
la sua opinione. Potete tornarvene nel vostro
paese, in mezzo al vostro popolo, alla vostra
vita, in cui io non entrer per nulla, e presto
tutto questo non sar pi per voi che un brutto
sogno. -
Mentre parlava, teneva il viso nascosto tra le
mani; aveva la fronte madida di sudore. Diana
non pot scorgere i suoi lineamenti alterati dal
dolore che lo torturava; ne ud solamente la
voce dolce e bassa che, calma e quasi indifferente,
decideva della sua sorte e le sbarrava la
via della felicit.
- Ahmed! Io non posso andarmene! - gemette
essa tremando convulsa.
Egli, livido in viso, le dette un'occhiata penetrante,
e allontan, con un gesto rapido, le
mani che essa si teneva sul viso.
- Buon Dio! Non volete mica dire che...
Non vi ho... Non siete... - grid poi ansante,
guardandola con gli occhi pieni di spavento.
Diana comprese a che cosa egli avesse alluso,
e divenne di fuoco. La tentazione di mentire e
lasciar che le conseguenze della sua menzogna si
accomodassero col tempo era cos forte che quasi
cedette. Una sola parola e si troverebbe tra le
sue braccia... ma dopo? Fu la paura del dopo
che non le permise di parlare. Lentamente, il
rossore scomparve dalle sue guance; scosse in
silenzio la testa.
Lo sceicco le lasci liberi i polsi con un sospiro
di sollievo e si asciug il sudore. Poi le
pose una mano sulla spalla e la spinse dolcemente
verso la stanza interna. Diana resistette
per un momento cercando d'incontrare il suo
sguardo; ma Ahmed duro in viso, con le mascelle
serrate, evit i suoi occhi pieni di disperazione;
e allora ella gli gett le braccia al collo
e si strinse al suo petto nascondendo il viso contro
di lui.
- Ahmed! Ahmed! Tu mi uccidi. Io non
posso vivere senza di te. Amo te e voglio te,
soltanto te. Non temo la solitudine del deserto;
 la solitudine del mondo, fuori delle tue braccia,
che io temo. Non mi spaventa ci che sei o
ci che sei stato. Non ho paura di ci che potrai
farmi. Non ho mai vissuto fino a quando tu
non mi hai insegnato che cosa fosse la vita, qui,
nel deserto. Non posso tornare alla mia vita, di
prima, Ahmed. Abbi piet di me. Non mi chiudere
l'unica via che abbia per essere felice, non
mandarmi via! So che tu mi ami... lo so, lo
so! E appunto perch lo so, non mi vergogno di
chiederti piet. Non c' pi nulla di cui mi vergogni;
non ho pi orgoglio. Ahmed! Parlami!
Non posso sopportare il tuo silenzio... Oh, sei
crudele... crudele! -
Un'espressione di spasimo si dipinse sul viso
di Ahmed; ma, inflessibile nella sua decisione,
si liber dalle braccia di lei e le disse con profonda
amarezza:
- Sono sempre stato cos... ma preferisco
che mi crediate un bruto adesso piuttosto che
dobbiate poi maledire il giorno in cui mi avete
conosciuto. Persisto nel credere che abbiate maggior
probabilit di essere felice allontanandovi
da me piuttosto che restando con me, e sono
lieto di sacrificare tutto alla vostra futura felicit. -
Lasci le mani di lei che teneva strette tra le
sue e voltandosi bruscamente si affacci all'ingresso
della tenda guardando nelle tenebre.
-  molto tardi. Dobbiamo partire per tempo.
Andate a coricarvi, - disse dolcemente ma in
tono di comando.
Diana indietreggi tremante, pallida, disfatta,
con la disperazione nel cuore. Lo conosceva e
sapeva che non c'era pi nulla da fare. Niente
avrebbe potuto rimuoverlo dalla sua decisione.
Lo guard con gli occhi velati dalle lacrime,
fissandolo a lungo come per imprimersi indelebilmente
nel cuore la sua immagine adorata.
Com'era bello! Adorava quella bella testa orgogliosamente
eretta sulle larghe spalle, le membra
forti e agili, il corpo svelto e grazioso. Un vero
uomo! Monsignore! Monsignore! Mon maitre et
seigneur! No! Mai pi, mai pi sarebbe stato il
suo signore!
Accecata dalle lacrime, barcollante, nell'indietreggiare,
urt contro la piccola scrivania e,
afferrandosi ad essa per non cadere, tocc la
rivoltella che lo sceicco vi aveva posata. Il
freddo contatto del metallo le dette un brivido;
sent stringersi il cuore. Rimase ferma, impietrita,
con gli occhi sbarrati fissi sullo sceicco
immobile sull'ingresso; con una mano, dietro la
schiena, stringeva la rivoltella, con l'altra si
teneva stretto sul petto lo scialle di seta.
Pens, febbrilmente agitata, all'avvenire;
mancavano poche ore all'aurora, poche ore al
doloroso momento di abbandonare per sempre
quanto le era divenuto cos caro, quell'ambiente
al quale si era affezionata assai pi che al suo
vecchio castello in Inghilterra. Pens al lungo
viaggio verso il nord, allo strazio che si sarebbe
continuamente rinnovato cavalcando con lui, per
dei lunghi giorni, alle notti solitarie che avrebbe
dovuto passare nella sua piccola tenda e finalmente
alla partenza dalla piccola stazione ferroviaria
donde egli, galoppando alla testa dei
suoi uomini, si sarebbe allontanato per sempre
ed ella lo avrebbe seguito con lo sguardo, tra
la sabbia e la polvere, per ammirare fino all'ultimo
quella splendida figura eretta sul suo ardente
cavallo nero.
Quel giorno aveva montato Shaitan, pens
Diana a un tratto, quindi il giorno dopo avrebbe
montato il Falco. Era il Falco che egli montava
il giorno in cui aveva tentato di fuggire, era il
Falco che l'aveva trasportata, stretta tra le
braccia di Ahmed, nella lunga corsa di ritorno,
quando aveva trovato la propria felicit! Che
atroce contrasto tra quella corsa, stretta tra le
sue braccia robuste, e il viaggio che avrebbe intrapreso
il giorno dopo!
Serr tra i denti il labbro tremante e, mentre
un lampo sinistro le brillava negli occhi addolorati,
strinse pi forte l'impugnatura della rivoltella.
Non avrebbe avuto la forza di continuare
cos. A che scopo sopportare quella tortura?
Che cosa sarebbe stata la vita senza di
lui? Nulla, nulla assolutamente. Non avrebbe
mai potuto appartenere a un altr'uomo. Non
era necessaria a nessuno. Aubrey non aveva realmente
bisogno di lei; chiuso nel suo egoismo,
trovava in se stesso ogni soddisfazione. Forse
un giorno, perch la famiglia non si estinguesse,
si sarebbe sposato, forse si era gi sposato se
aveva potuto trovare in America, una donna disposta
ad accettare il suo egoismo insieme al
suo nome antico e ai suoi possessi. La sua vita
era quindi una cosa di cui era pienamente padrona;
nessuno avrebbe sofferto per la sua fine.
Aubrey invece ne avrebbe avuto vantaggio.
E Ahmed...? Lo vedeva confusamente tra le
lacrime che le riempivano gli occhi.
Sollev lentamente l'arma dalla scrivania e
senza tremare, con una mossa rapida, furtiva,
cess di tenere la mano dietro alla schiena.
Guard freddamente la rivoltella per un istante.
Non aveva paura. Sentiva soltanto una grande
stanchezza, un desiderio infinito di riposo, che
quietasse il suo strazio e facesse cessare l'atroce
pulsare delle tempie... Un lampo e tutto sarebbe
finito, tutto il suo dolore svanirebbe... Ma svanirebbe
davvero? Il dubbio pauroso del dopo
si insinu nel suo animo. E se avesse continuato
a soffrire anche dopo? Ma quel dubbio scomparve
rapidamente cos com'era venuto, perch le
venne in mente che nel mondo delle ombre
avrebbe trovato chi l'avrebbe compresa... suo
padre, che si era ucciso, disperato quando sua
madre era morta nel darla alla luce.
Avvicin la rivoltella alla tempia.
Nessun rumore aveva fatto comprendere allo
sceicco ci che stava avvenendo dietro alle sue
spalle, ma una specie di divinazione, quel senso
del pericolo che  cos sviluppato negli uomini
cresciuti nel deserto, lo avvertirono di ci che
accadeva.
Si volt e con un balzo fulmineo giunse in
tempo ad afferrarle la mano proprio mentre premeva
il grilletto; la palla, senza farle alcun
male, sfior la testa di Diana. Ahmed, pallido
come uno spettro, le strapp di mano la rivoltella
e la gett fuori della tenda nell'oscurit.
Si guardarono negli occhi per un momento,
senza far parola; poi con un gemito Diana gli
sfugg dalle mani e cadde in ginocchio ai suoi
piedi piangendo disperatamente. Egli si curv,
la prese tra le braccia, si strinse al cuore l'esile
corpo agitato dal tremito, appoggiando la guancia
sui suoi riccioli d'oro.
- Dio mio! Bambina! Non piangere cos!
Tutto posso sopportare, ma questo, no, - grid
con voce rotta.
Ma Diana continuava a singhiozzare convulsa,
e allora egli la serr pi forte, con appassionata
energia, coprendole di baci i capelli lucenti.
- Diane, Diane, - sussurr in tono di preghiera,
esprimendosi nel suo consueto francese,
nella lingua che pareva in lui assai pi naturale.
- Mon amour, ma bien-aime. Ne pleure pas, je
t'en prie. Je t'aime, je t'adore. Tu rester prs
de moi, toute  moi. -
Diana non riusciva a frenare la propria emozione;
sembrava che non comprendesse perfettamente
le sue parole. Giaceva inerte tra le sue
braccia, torturata dai singhiozzi e dai brividi
che la scotevano tutta. Il mento energico di Ahmed
trem nel guardare il risultato dell'opera
sua. Stringendola al cuore, la port di peso sul
divano; il sangue gli correva nelle vene con
pazza violenza. Si inginocchi vicino a lei e tenendola
abbracciata le sussurr appassionatamente
le pi dolci parole d'amore.
A poco a poco i singhiozzi e il tremito si calmarono,
ma ella continuava a rimanere immobile,
cos immobile e pallida che Ahmed ebbe
paura. Volle alzarsi per andare a prendere qualche
eccitante, ma appena si mosse Diana gli si
aggrapp facendoglisi pi vicina.
- Non voglio nient'altro che te, - mormor
con voce appena percettibile.
Egli la strinse tra le braccia e dolcemente la
obblig a volgere il viso verso di lui. Diana teneva
gli occhi chiusi e le sue lunghe ciglia bagnate
di lacrime posavano, nere, sulle guance
pallide. Ahmed vi appoggi dolcemente le labbra.
- Diana, non mi vuoi pi guardare? - domand
con voce quasi umile.
Essa batt per un istante le palpebre, poi apr
lentamente gli occhi nei quali c'era ancora un
po' di paura.
- Non mi manderai via? - mormor col tono di un bimbo spaventato che vuol farsi perdonare.
- Mai! - rispose energicamente Ahmed, reprimendo un singhiozzo, e la baci con furia sulle labbra tremanti. - Non ti lascer mai andar via, mai! Dio mio! Se tu sapessi quanto ti desideravo! Se tu sapessi quanto mi costava mandarti via! Prega Dio che ti faccia felice!
Tu sai che terribile carattere  il mio, povera bambina... ti sposerai, ma avrai un demonio per marito! - Il pallore scomparve a poco a poco dal viso di Diana, e le sue labbra si schiusero a un tremulo sorriso. Gli gett le braccia al collo, attirando verso di s la sua testa bruna.
- Non ho paura, - mormor lentamente. - Non ho paura di nulla, quando sono tra le tue braccia, o mio amore del deserto! Ahmed! Monsignore! -
...
.
...
FINE.